Da mercenario famelico, da brigante astuto e spregiudicato, diventare duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e, infine, essere perfino piazzato da Dante in Paradiso, nel cielo di Marte, tra gli spiriti combattenti per la fede, ecco la singolare traiettoria di uno dei condottieri più intriganti della Storia: Roberto il Guiscardo!
Gli inizi difficili: un mercenario alla conquista della Calabria

Ne aveva fatta di strada, da quando, verso il 1047, era giunto in Italia, mendicando l’aiuto dei fratellastri maggiori che si stavano affermando in Puglia. Questi, conoscendo la sua scarsa affidabilità e non intendendo trovarselo in mezzo ai piedi, lo dirottarono verso la Calabria, zona aspra, malvagia, perfino insalubre. Per sopravvivere, il Guiscardo – a capo di una banda, un’accozzaglia di soldati di ventura e di schiavoni più o meno disperati – non esitò a rubare, derubare, saccheggiare, ricattare!
L’occasione giusta per la sua affermazione e la sua promozione a valente guerriero, la trovò nel 1053, nel corso di una memorabile battaglia presso Civitate sul Fortore, che oppose i Normanni a una coalizione tra papato, Impero germanico e Bizantini. Roberto poté dare allora la misura della sua eccezionale bravura associata a una buona dose di astuzia. Non solo i Normanni vinsero la battaglia, ma addirittura fecero prigioniero il Pontefice, pur trattandolo con ogni riguardo.
Matrimoni strategici e ascesa sociale di Roberto il Guiscardo
Gli restava, però, da arrampicarsi sulla scala sociale. La sua rapida ascesa fu resa possibile, in buona parte, da una politica matrimoniale particolarmente spregiudicata. La prima moglie, Alberada di Buonalbergo, sorella minore del potente conte di Ariano, apparteneva alla nobiltà normanna già ben affermata, e la sua dote comprendeva duecento cavalieri, un affare di tutto riguardo, combinato dal nipote di Alberada, Girardo, che, secondo il cronista Amato di Montecassino, gli disse: “Oh, Guiscardo, perché andare di qua e di là. Prendi mia zia per sposa e sarò il tuo paladino. Andrò con te a conquistare la Calabria e duecento cavalieri verranno con me”.
Non si conosce la data dello sposalizio né tanto meno quella della nascita del figlio Boemondo, quasi un clone del padre per astuzia e bravura, che diventerà uno dei principali protagonisti della prima crociata e principe di Antiochia. Probabilmente dal matrimonio nacque anche una figlia, Emma, la madre di Tancredi, un altro supereroe della crociata (ma gli storici non sono unanimi su questo grado di parentela). Ad ogni modo quest’unione ebbe breve durata, giacché tra il 1057 e il 1058, il disinvolto Guiscardo perfezionò la sua strategia verso il potere con due mosse disinibite: da una parte, in quanto tutore dei nipoti minorenni, eredi del ducato di Puglia, si impossessò tanto dei territori che del titolo, e d’altra parte ripudiò l’infelice Alberada per sposare la principessa Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo. Queste azioni spregiudicate trovarono il loro perfezionamento nel riconoscimento papale: durante il Concilio di Melfi, nel 1059, il Pontefice Niccolò II investì ufficialmente il Guiscardo del titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia (ancora in mano ai Saraceni!)

Il matrimonio, a prima vista disassortito, tra il rozzo normanno e la raffinata longobarda, si avverò la mossa vincente. Sposando la principessa salernitana, Roberto aveva trovato una donna alla misura delle sue ambizioni. Mentre il principe Gisulfo sembrava esitare a dare la sorella in moglie all’ambizioso normanno e tergiversava, adducendo vari pretesti per rimandare la decisione, Sichelgaita, di tutt’altra levatura e capacità di decisione del fratello, dava il proprio consenso a queste nozze. Consapevole che ormai questi uomini del Nord rappresentavano la nuova forza politica, la principessa confidava che l’astuto condottiero avrebbe portato nuova linfa nell’antico e decadente principato. Nemmeno l’ultima obiezione di Gisulfo, la mancanza di mezzi per completare la dote, ebbe successo. L’orgoglioso Roberto rinunciò alla dote, offrendo lui stesso alla consorte numerosi regali, gioielli e territori. Le sontuose nozze, poi, non vennero celebrate a Salerno, bensì a Melfi, la città normanna per eccellenza.
La colta Sichelgaita si trovò certamente a proprio agio nel ruolo di first lady, accogliendo e intrattenendo il Pontefice, i cardinali, i vescovi, gli abati e tutti i nobili inviati al concilio. Ebbe certamente in varie occasioni un ruolo di mediatrice tra l’arrogante marito e gli ecclesiastici abituati alle sottigliezze della diplomazia.
A conclusione del concilio, il Concordato del 23 agosto 1059 riconosceva la legittimità delle conquiste dei Normanni nel Meridione d’Italia e sanciva la loro alleanza con il Papato pur confermando il dominio feudale della Chiesa.
Il riconoscimento papale e la conquista della Sicilia
La conquista della Sicilia, ad opera del Guiscardo e del fratello più giovane, Ruggero, iniziò con la presa di Messina nel 1061 e proseguì lentamente per ben trent’anni. Nel 1071 i due fratelli assediarono Palermo, dalla terra e dal mare, per cinque mesi, bloccando in piena estate i palermitani, costretti all’interno delle mura della città. La flotta normanna era in attesa alla foce dell‘Oreto, pronta a intervenire.
Il cronista Amato di Montecassino precisa che i Normanni si installarono in quella zona dove abbondavano palazzi e luoghi di piacere: “a loro toccarono i giardini di diletto pieni di frutteti e corsi d’acqua; e per sé i cavalieri avevano un trattamento regale in quello che era veramente un paradiso terrestre.” (Ystoire de li Normant).
È verosimile che Sichelgaita, assieme ai figli più grandi, sia stata presente e abbia risieduto in uno di questi fantastici palazzi, forse proprio in quello che, restaurato successivamente da re Ruggero, sarà conosciuto col nome di Maredolce. Dopo la resa dei palermitani, Roberto, Sichelgaita, il fratello Ruggero e i capi normanni fecero un ingresso trionfale in città, cavalcando fino all’antica cattedrale – diventata moschea, ma prontamente riconsacrata – per la solenne celebrazione di ringraziamento.
Sichelgaita: la donna dietro il guerriero
Roberto lasciò poi al fratello Ruggero il compito di completare la conquista dell’isola, per dedicarsi a mantenere un po’ di ordine in Puglia tra i suoi riottosi feudatari – spesso compagni o parenti – che non accettavano la sua supremazia. La fedele Sichelgaita, nonostante numerose gravidanze, stava spesso a fianco al marito. Quando, nel 1081, Roberto partì alla conquista della Grecia, Sichelgaita, non solo l’accompagnò, ma indossò anche l’armatura, incitando i soldati al coraggio. La principessa bizantina Anna Comnena, piena di ammirazione, la paragona a Pallade-Atena nel suo libro L’Alessiade.
Quella campagna, cominciata con grande successo, fu interrotta dal Guiscardo per portare soccorso – come era il suo dovere vassalico – al papa Gregorio VII, assediato dalle truppe dell’imperatore tedesco Enrico IV. Ahimè, i Normanni e le loro truppe saracene non si accontentarono di liberare il Pontefice e di portarlo a Salerno, ma si macchiarono dal più orrendo saccheggio della Città santa, peggio del sacco dei Visigoti!
L’ombra della morte: gli ultimi anni di Roberto il Guiscardo

L’anno successivo, Roberto con Sichelgaita e i figli Boemondo e Ruggero salparono di nuovo alla volta dell’Oriente: i vicini Balcani e poi, forse, Costantinopoli. Aspirava forse, l’ambizioso e ormai vecchio guerriero, al trono del basileus, per sé o per Boemondo? Il fato incombeva: Roberto e Boemondo si ammalarono gravemente: epidemia o avvelenamento? Sichelgaita, che da giovane a Salerno aveva studiato medicina e conosceva piante e sostanze, venne perfino sospettata di aver propinato del veleno al marito e al figliastro, in modo da assicurare la successione ducale al proprio figlio, Ruggero, detto Borsa. Mentre il giovane Boemondo si riprendeva, il padre morì il 17 luglio 1185 vicino Cefalonia. Il suo corpo imbalsamato fu seppellito nella Chiesa della Santa Trinità di Venosa e il suo epitaffio porta la dizione: Hic Terror Mundi Guiscardus...
L’eredità di Roberto il Guiscardo: le divisioni tra i figli
Dopo la morte del padre, Boemondo contestò il testamento che designava Ruggero, il primogenito del matrimonio con Sichelgaita, quale successore ed entrò in guerra contro il fratellastro. Solo con l’appoggio e l’intermediazione del potente zio, Ruggero il Gran Conte di Sicilia, l’infelice e insicuro Ruggero Borsa poté entrare in possesso della sua eredità e del suo titolo di duca, mentre Boemondo ottenne un piccolo principato a Taranto. Avrebbe trovato la sua rivincita con la conquista di Antiochia.
Sichelgaita continuò a governare come correggente del figlio prediletto per qualche tempo, per dedicarsi poi alle opere di bene. Morì nel 1090 e volle essere seppellita a Montecassino. Alberada, la moglie ripudiata, visse a lungo, forse fedele al ricordo di un marito furfante, ma di indubbio fascino. Quando si spense nel 1112, un anno dopo l’amato figlio Boemondo, aveva circa novant’anni. Fu seppellita nel pantheon degli Altavilla, a Venosa, e la sua tomba è l’unica ancora esistente. Porta un epitaffio commovente che recita pressappoco: Alberada, moglie del Guiscardo è sepolta in quest’arca; se cercherai suo figlio lo ha il Canosino (infatti il mausoleo di Boemondo si trova a Canosa di Puglia).
Liliane Juillerat