Villa Belmonte Gulì alla Noce

Chi si ricorda della industria tessile della famiglia Gulì che aveva diversi negozi di stoffe a Palermo? In questa villa abitarono e impiantarono la fabbrica. Ma prima era appartenuta a una delle famiglie più nobili di Palermo.

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La Villa Belmonte Gulì alla Noce è una bellissima dimora nobiliare, fatta costruire nei primi dell’800 da Giuseppe Emanuele Ventimiglia, principe di Belmonte, nella cosiddetta contrada dell’Olivuzza, allora molto di moda tra le famiglie nobili di Palermo.

Il Ventimiglia apparteneva ad una delle famiglie più nobili della Sicilia ed era una personalità politica importante (quanto scomoda) del Regno. Spesso si batteva contro il governo per ottenere leggi e trattamenti equi, tanto da essere stato arrestato per cospirazione ed imprigionato nel Castello di San Giacomo, a Favignana. Si deve a lui la lotta per il mantenimento dell’Università di Palermo e la creazione di una Costituzione Siciliana di stampo britannico, entrata in vigore, seppur per per pochi mesi, nel 1812, prima della restaurazione violenta attuata dal governo Borbonico.
Dopo la costruzione di villa Belmonte all’Acquasanta, magistralmente realizzata dall’architetto Venanzio Marvuglia tra il 1799 ed il 1804, Giuseppe Emanuele Ventimiglia volle una seconda villa di campagna, simile alla prima, costruita appunto nella ridente località dell’Olivuzza, allora molto in voga tra le nobili famiglie di Palermo, come luogo di riposo nelle calde estati siciliane.
Villa Belmonte GulìL’opera stavolta fu affidata ad un allievo del Marvuglia, tale Frà Felice da Palermo, che a partire dal 1812 iniziò a lavorare sul progetto di una villa immersa in un vasto parco verdeggiante.

Purtroppo Giuseppe Emanuele Ventimiglia non vide mai la fine dei lavori, avenuta nel 1820, dato che morì di tisi a Parigi nel 1814, durante un viaggio di natura politica, in cui avrebbe chiesto intercessione al re di Francia in favore della sua amata Sicilia.
Una volta terminata, l’elegante villa si contraddistingueva per la sua ampia facciata con un alto portico a loggia, sostenuto da quattro colonne di marmo liscio e chiaro, con capitelli in stile Corinzio.
In cima ad esso campeggia ancora lo stemma dei principi di Belmonte e più sopra si vede un attico a timpano sostenuto da quattro cariatidi ornamentali.
Come detto, purtroppo il Ventimiglia non riuscì mai a godere di questa casena che tanto aveva desiderato. L’immobile restò di proprietà della famiglia del principe per circa cento anni, prima di essere venduta prima al barone Vito Burgio e poi alla famiglia Gulì, nel 1938.
Azienda tessile GulìQuesti ultimi erano proprietari di un’importante fabbrica tessile, situata nel centro storico di Palermo, e più precisamente nei pressi delle mura di Porta Carini.
Quando nell’ottobre del 1938 si decise di costruire il nuovo Palazzo di Giustizia, fu necessario procedere all’esproprio di molte abitazioni e fabbriche situate in quell’area. Tra queste vi era appunto la fabbrica tessile dei fratelli Gulì che, in soli 15 giorni, furono costretti a smantellare i pesanti macchinari e a lasciare la loro amata fabbrica, aperta dalla famiglia nel 1882.
Vista la necessità di trovare un nuovo luogo di produzione, la scelta di Vincenzo, Alfredo e Carlo Gulì ricadde proprio sulla villa Belmonte e sul suo vasto terreno di oltre 5 mila metri quadri.
Una volta acquistata la proprietà, che assunse appunto il nome di villa Belmonte Ventimiglia Gulì, i macchinari smontati furono sistemati un po’ alla buona tra gli agrumeti, in attesa che si costruissero i nuovi capannoni.
Questi furono affidati al progetto dell’architetto Pietro Scibilia, che in soli sei mesi riuscì a completare l’imponente opera di cemento armato e a dare una nuova dimora allo stabilimento tessile Gulì, che fu riaperto nel giugno 1939.

L’azienda Gulì fabbricò lenzuola e corredi per molti anni, trasferendosi in seguito nei più moderni stabilimenti industriali di Carini, fino al 2006, quando chiuse definitivamente i battenti.

La villa è privata e tutt’ora abitata dai proprietari.

Foto: Wikipedia

 

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

1 COMMENTO

  1. Bel racconto pieno di dettagli che non conoscevo, lo avremmo letto ancora, le suggestioni sono tante e la tristezza per il destino di molte famiglie attive con spirito imprenditoriale che oggi mi pare non esistano più se non nel campo gastronomico/turistico, peccato

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