L’aromateria dei Florio, la putìa da cui cominciò l’impero commerciale di una dinastia

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L’impero commerciale di questa dinastia di imprenditori è cominciata poco più di duecento anni fa da una putìa aperta nel piano di San Giacomo la Marina a Palermo: l’aromateria dei Florio. Una piccola bottega di spezie e prodotti coloniali da cui partì un’ascesa economica che avrebbe inciso profondamente nel panorama industriale, politico e culturale della città di Palermo.

Oggi il nome dei Florio, dopo un oblio durato decenni, è tornato di gran moda grazie alla esplosione mediatica letteraria e televisiva che ha fatto conoscere, sebbene in maniera romanzata, la parabola di questa famiglia di imprenditori. Ma non va neppure dimenticato l’apporto del settore turistico con i tanti articoli sui blog ed eventi dedicati che hanno promosso i numerosi monumenti disseminati a Palermo che si riconducono alla famiglia Florio: i Quattro Pizzi all’Arenella, il Villino Florio all’Olivuzza, Villa Igea, la Tonnara e la villa Florio a Favignana.

Aromatari, speziali e droghieri

L’aromatario, chiamato anche speziale, era colui che nel mondo antico e nel medioevo commerciava spezie e vini aromatici con licenza, talvolta, di occuparsi dell’arte farmaceutica. Un ruolo che non distingueva i diversi prodotti di competenza almeno fino a quando le professioni si separarono definitivamente e i cosiddetti aromatari sparirono dalla nomenclatura commerciale. Poiché le spezie, considerati prodotti coloniali, si chiamavano anche “droghe”, quando i ruoli furono regolamentati da apposite leggi, gli speziali “specializzati” furono assimilati ai farmacisti, mentre gli altri diventarono “droghieri” col divieto tassativo di vendere o confezionare qualsiasi tipo di medicamento.

Cosa potevano vendere gli aromatari e cosa i droghieri?

aromateria dei Florio in una ricostruzione artificiale

Si capisce che non era facile distinguere “chi poteva vendere cosa”, infatti le polemiche e le controversie erano all’ordine del giorno nonostante i decreti e le disposizioni emanate dai Collegi di categoria, che spesso non venivano rispettati. Secondo questi regolamenti, le spezie che potevano essere commercializzate dai droghieri erano quelle definite “comuni”, da utilizzare in cucina e in lavorazioni artigianali; mentre quelle che servivano per preparare prodotti farmaceutici erano denominate “spezie medicinali” e potevano essere vendute solo dai speziali-farmacisti.

Queste figure, assunsero un potere ed un rispetto riconosciuto a livello popolare e sempre più apprezzato anche a livello istituzionale: famose le aromaterie di alcuni conventi di Palermo ed il prestigio di alcuni aromatari diventati tanto famosi da meritare il loro nome nella toponomastica: la vecchia strada del Garillo, (l’odierna via dei coltellieri) veniva così denominata in onore di Giovanni Aloisio Garillo, famoso speziale del XVI secolo.

Tuttavia, più dei medicinali, era molto più largo il consumo di prodotti comuni come zucchero, caffè, cacao e altri generi coloniali che per il reperimento da paesi lontani esigevano l’acquisto di grandi quantità e dunque l’impegno di grossi capitali. Capitali che i farmacisti non sempre erano in grado di investire, contrariamente a molti “semplici” droghieri che in questo modo riuscivano ad ampliare i ricavi.

Le origini dell’aromateria dei Florio

Le origini della famiglia Florio nulla hanno a che vedere con l’arte di preparare o vendere spezie e aromi: il capostipite più prossimo fu mastro Vincenzo Florio, un calabrese di Bagnara che faceva il maniscalco. Tra i suoi sei figli, Paolo, all’età di ventuno anni, cambiò il destino familiare e si mise in affari col cognato Paolo Barbaro che di mestiere faceva il mercante e marinaio, commerciando nell’area del mediterraneo spezie, olio e altri generi alimentari.

Una delle mete principali delle loro feluche (imbarcazioni di poco meno di venti metri) era Palermo, dove i due cognati avevano impiantato un magazzino per conservare la merce che una consistente colonia di compaesani distribuiva in tutta la Sicilia. 
Si trattava di emigrati di Bagnara Calabra giunti nell’Isola dopo il terribile terremoto del febbraio del 1783 che aveva devastato la Calabria meridionale e la provincia di Messina causando la morte di più di 3000 bagnaroti e messo in ginocchio l’economia del paese. A Palermo, popolavano la zona del vecchio porto ed alcuni avevano impiantato delle botteghe di droghe e spezie. 

Nel 1797, una di queste attività, dopo la morte improvvisa del proprietario, venne rilevata dai due soci: licenza, merci e tutto il materiale d’arredamento. Così, due anni dopo, Paolo Florio insieme alla moglie Giuseppa Saffiotti ed al neonato figlio Vincenzo, si trasferì nella capitale,  con casa e putìa presi in affitto nella zona del piano di San Giacomo la Marina, vicino alla Cala: così, la ditta “Barbaro e Florio” fu impiantata a Palermo. 

Barbaro continuò ad occuparsi dell’approvvigionamento della merce e della vendita all’ingrosso, mentre il Florio si faceva strada con la vendita al minuto di spezie e generi coloniali nella bottega in città.  

Ma il sodalizio tra i cognati non doveva durare ancora a lungo e, per motivi a noi sconosciuti, nel 1803 i due soci si separarono continuando la loro attività in botteghe diverse: Paolo Barbaro, rimase a Palermo ancora un anno, nella contrada dei Lattarini, poi si persero le tracce per alcuni anni fino a che comparve a Marsala. Paolo Florio, coadiuvato dal fratello Ignazio, rimase nel piano della Marina, con la bottega all’angolo di via materassai e un magazzino nella strada degli Spadari.

Leo Bibens simbolo dell'aromateria dei Florio
Ricostruzione ideale, con AI, del “Leo Bibens” simbolo dei Florio

Quella degli aromatari a quel tempo era una categoria di commercianti che avevano acquisito una certa importanza tanto da avere un Collegio con sede nella Chiesa di Sant’Andrea nei pressi di piazza san Domenico. Come abbiamo visto, reclamavano l’esclusiva nella preparazione e vendita di sostanze medicamentose, per cui non vedevano di buon occhio l’ascesa economica di questa piccola attività che aveva emblematicamente fatto dipingere nell’insegna un leone malato che si abbevera in un torrente tra le piante di china. Un simbolo che aveva a che vedere con la produzione del cortice, una polvere finissima estratta dalla corteccia dell’albero di china, che a quel tempo era uno dei pochi rimedi contro la febbre malarica.

Nonostante i contrasti, le invidie e le divergenze, don Paolo Florio nel 1805 fu nominato dal Pretore, “Revisore dei droghieri” di Palermo, e, associato ad un rappresentante del Collegio degli Aromatari e ad un Consultore Fisico Protomedico, aveva il compito di accertare che le drogherie rispettassero le disposizioni amministrative e sanitarie.

L’aromateria dei Florio da Paolo a “Ignazio e Vincenzo”

Vincenzo Florio Sr wiki PD

Il 30 maggio 1807, dopo una lunga malattia, probabilmente infettiva, si spegneva Paolo Florio: aveva appena 35 anni!
Fu nominato erede universale il piccolo Vincenzo che al tempo aveva 8 anni per cui l’amministrazione dell’attività commerciale, venne lasciata in affidamento al fratello del defunto, Ignazio, che avrebbe mantenuto il 50% degli utili mentre l’altro 50% andava diviso tra la vedova ed il figlio Vincenzo. 

Da quel momento l’aromateria del piano di San Giacomo cambiò Ragione Sociale in “Drogheria di Ignazio e Vincenzo Florio” e venne spostata in una bottega più grande sempre nella stessa via. 

Grazie all’accorta amministrazione dello zio Ignazio, e più tardi dell’intraprendenza di Vincenzo, l’attività incrementò costantemente il volume di affari superando anche i periodi di crisi, come quella che investì la città di Palermo dopo i moti popolari del 1820-21. E mentre i nobili, che non volevano rinunciare ad uno status che non potevano permettersi, continuavano ad indebitarsi, i Florio con altri pochi commercianti si arricchivano avendo avuto cura di diversificare le attività ottenendo notevoli ricavi. 

Nel 1828 anche Ignazio Florio morì e l’amministrazione passò in mano a Vincenzo che la seppe gestire, ammodernare e incrementare virando su iniziative industriali che lo avrebbero innalzato tra i più grandi imprenditori del XIX secolo. 

La piccola cara putìa di aromatario in quell’angolo del centro storico di Palermo rimase nel cuore della famiglia ancora per tanti anni, fino a quando non fu che un nostalgico ricordo, così insignificante rispetto il volume di affari, che venne pian piano abbandonata e poi dimenticata. 

Saverio Schirò

Fonti:

  • Orazio Cancila, I Florio. Storia di una dinastia imprenditoriale, Milano, Bompiani, 2008
  • LENTINI R., Paolo Florio e la rete dei bagnaroti a Palermo tra ‘700 e ‘800. Documenti inediti, (2021) in academia.edu
  • LENTINI R., L’aromateria dei Florio al piano di S. Giacomo la Marina (1807-1813), (1983-84)
  • Daniela Santoro, Lo speziale siciliano tra continuità e innovazione: capitoli e costituzioni dal XIV al XVI secolo, in Storia mediterranea 2006
  • Carla Almansi Sabbioneta ED, Aromatari, Speziali e…Fondegheri, Archivio Storico della Camera di Commercio di Cremona, 2007
  • Immagine di Vincenzo Florio by wikipedia.org Dominio Pubblico
  • Immagine di aromateria e copertina generati con AI

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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