I Carusi delle zolfare: un capitolo doloroso della storia della Sicilia

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I Carusi delle zolfare rappresentano un capitolo oscuro e doloroso della storia della Sicilia, legato all’industria mineraria dell’estrazione dello zolfo, di cui l’isola fu il principale produttore mondiale per qualche secolo. Soprannominato “l’oro del diavolo” per la sua importanza strategica ed economica, lo zolfo fu un motore trainante dell’economia siciliana per la forte domanda internazionale, in particolare per la produzione di acido solforico e polvere da sparo. Ma la ricchezza che lo zolfo procurò per alcuni, si costruì sul sacrificio di migliaia di lavoratori, tra cui i carusi, bambini sfruttati in condizioni disumane.

L’estrazione dello zolfo in Sicilia risale a tempi antichissimi 

Già in epoca romana si utilizzava il minerale per scopi medici, bellici e industriali. A quel tempo l’estrazione avveniva in superficie, con l’utilizzo di pale, picconi e ceste per il trasporto del minerale. Il fabbisogno era minimo per cui lo zolfo recuperato in prossimità delle zone vulcaniche era sufficiente.

Interguglielmi(1850-1911) Carusi all’imbocco della zolfara,1899 PD

La vera svolta avvenne però nel XVIII secolo, con la scoperta del metodo Leblanc per la produzione industriale della soda, di cui lo zolfo era un ingrediente fondamentale. Si è così iniziato a scavare in profondità, seguendo i filoni di zolfo nel sottosuolo. Questo ha portato alla nascita delle pirrere, miniere di zolfo sotterranee che hanno caratterizzato il paesaggio siciliano per secoli. La crescente domanda da parte dei paesi industrializzati europei, in particolare Francia e Gran Bretagna, trasformò la Sicilia in un centro nevralgico dell’economia mondiale.

Le condizioni di vita nella pirerra di zolfo

L‘organizzazione delle zolfare in Sicilia era basata su un sistema gerarchico che vedeva al vertice i proprietari terrieri, spesso nobili o latifondisti, che davano in concessione l’estrazione dello zolfo ad intermediari chiamati gabelloti. Questi, a loro volta, si affidavano ai picconieri per l’estrazione del minerale e ai carusi per il trasporto.

La condizione dei minatori nelle pirrere siciliane era estremamente difficile e pericolosa. Le testimonianze fino alla metà del secolo scorso descrivono un ambiente di lavoro caratterizzato da condizioni di lavoro disumane: i minatori dovevano scendere centinaia di metri nel sottosuolo dove erano esposti a temperature elevate e per questo lavoravano completamente nudi.  Esalazioni tossiche, rischio di crolli ed esplosioni di grisou causavano frequenti incidenti spesso mortali.

Dopotutto le miniere erano scarsamente attrezzate per garantire la sicurezza dei lavoratori e l’uso di lampade a olio o ad acetilene aumentava il rischio di incendi ed esplosioni.

A fronte di un lavoro immane, con i guardiani che bastonavano le persone ritenute più lente degli altri, i minatori ricevevano una paga misera, che a stento permetteva loro di sopravvivere. Rimanevano tutta la settimana, a volte tutto il mese, fuori casa, dormendo nei pagliericci organizzati nei pressi delle pirrere, accontentandosi di un pezzo di pane, una sarda salata ed a volte un pezzo di formaggio come unico nutrimento.

Nelle viscere della terra, a colpi di piccone si facevano strada seguendo il filone di zolfo, scavando tunnel sempre più angusti. Materiale di risulta e blocchi di zolfo incorporati tra altri materiali venivano portati in superficie dai carusi, che proteggendo la schiena con pezzi di sacco, caricavano i stirratura, cioè le ceste, sulle spalle.

I carusi delle zolfare siciliane di Tomaselli
I carusi delle Zolfare di Onofrio Tomaselli (1905) al GAM di Palermo – foto PW

Chi erano i carusi delle Zolfare?

Chi erano questi piccoli “schiavi” condannati a lavorare nelle viscere della terra? Il nome con cui vennero chiamati sin dall’inizio era Carusi

Non è chiaro da dove provenga il termine “carusu”, oggi adoperato nel catanese per chiamare i bambini e ragazzi. Forse viene dal latino Caret usum, che significa “che manca di ragione” oppure da carus, cioè “cosa amata”.
Tuttavia i carusi delle zolfare siciliane, non erano affatto amati: ragazzini dagli 8 ai 10 anni!  venivano “venduti” o “affittati” dai genitori ai gabelloti per lavorare nelle miniere siciliane di zolfo. Dovevano avere corpi esili per incunearsi nei cunicoli e trasportare sulle loro fragili spalle ceste di zolfo pesanti come macigni, su, fino ai forni posti all’esterno. 

Carusi della Zolfara di Sicilia scultura
Carusu – scultura di Antonio Ugo al GAM di Palermo

Il loro destino era segnato dalla miseria. Figli di zolfatari o contadini, rappresentavano per le famiglie un’ancora di salvezza, una fonte di reddito per sopravvivere. Venivano affidati a un picconiere, dietro pagamento del cosiddetto “soccorso morto“, una cifra che li condannava a lavorare fino al loro completo riscatto. Un debito che spesso era impossibile da saldare, trasformandoli in piccoli schiavi senza speranza di libertà.

La giornata di un caruso iniziava prima dell’alba e finiva a notte fonda, con turni massacranti di 16 ore. Scendevano nelle profondità della terra, attraverso cunicoli angusti e ripidi, respirando un’aria irrespirabile, satura di polveri e gas tossici. Il loro incubo era l'”antimonio”, il gas grisou, che poteva esplodere all’improvviso trasformando la miniera in un inferno di fuoco.

Ma anche quando non uccideva, il lavoro in miniera lasciava segni indelebili sui corpi dei carusi. Come testimoniato da diversi medici dell’epoca: la colonna vertebrale di questi ragazzi si incurvava, il petto si infossava, gli arti si deformavano, la pubertà era ritardata e non era raro che molti di essi contraessero malattie gravi o deformità.

E se la fatica e le malattie non bastassero, i carusi erano spesso vittime di violenze e abusi da parte degli zolfatari adulti. Non solo maltrattamenti fisici, ma anche abusi sessuali, una pratica diffusa già nelle campagne dell’isola, ma facilitata qui dalla promiscuità e dalla nudità in cui tutti erano costretti a vivere per sfuggire al caldo.

La loro unica consolazione era il sogno di una vita diversa, come raccontano i numerosi scrittori che hanno affrontato questo tema nelle loro opere, sollevando il problema alla società dell’epoca. 

I causi delle zolfare: bambini dal destino segnato

Nonostante le denunce e le proteste, lo sfruttamento dei carusi continuò per decenni arricchendo di contro nobili, baroni e imprenditori siciliani. La svolta si ebbe solo negli anni ’70 del Novecento, ma non per una sensibilità sociale o politica, ma per il decadimento dell’interesse per il minerale quando la concorrenza americana rese meno appetibile lo zolfo siciliano e decretò la chiusura delle miniere dell’isola.

La fine dell’industria dello zolfo segnò la fine di un’epoca, ma il ricordo dei carusi e delle loro sofferenze rimane vivo nella memoria collettiva siciliana. Sono decine e decine i siti minerari oggi dismessi alcuni dei quali sono diventati musei o luoghi di memoria, come il “Cimitero dei Carusi” a Gessolungo nell’area di Caltanissetta, dove sono sepolti i corpi di 19 bambini morti nell’esplosione del 1881: nove di questi sventurati sono rimasti senza nome.

Ripercorrere la storia dei carusi delle zolfare in Sicilia è un monito contro lo sfruttamento del lavoro minorile e l’indifferenza di fronte alle ingiustizie sociali che spesso vede prevalere l’interesse di pochi a discapito degli altri. Un invito a lottare sempre e comunque per salvaguardare il valore della dignità umana perché il mondo diventi più giusto ed equo, soprattutto quando ad entrare in gioco sono i piccoli di questo mondo.

Saverio Schirò

Per chi volesse approfondire l’argomento, esistono numerosi contributi, studi, articoli e video facilmente reperibili in Rete. L’elenco dei siti siciliani dove erano scavate le miniere sono elencate nella voce Zolfo di Sicilia in wikipedia.org anche se la maggior parte di essi non è visitabile.

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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