Per comprendere come si chiamano i soldi in Siciliano, bisogna tenere conto della ricca storia dell’Isola che ha visto numerose dominazioni che hanno finito per plasmare un dialetto unico con le naturali sfumature. Questo si riflette anche nel modo in cui i siciliani si riferiscono al denaro, con una varietà di termini che trascendono la semplice funzione economica, diventando veri e propri modi di dire popolari, e dunque piccoli capolavori linguistici.
Perché tanti termini diversi per chiamare i soldi in siciliano?
La ricchezza di termini per indicare il denaro è un riflesso della storia della Sicilia, delle sue diverse influenze culturali e della vivacità del suo dialetto. Ogni termine cambia pronuncia a seconda delle zone dell’Isola e di conseguenza evoca un’immagine, un’epoca, un modo di vivere tutti propri. Inoltre, è importante sottolineare che le parole e le loro sfumature possono variare con l’evoluzione del linguaggio e anche i termini legati al denaro hanno subito variazioni nel corso del tempo.
Come vengono chiamati i soldi in Siciliano? Una ricerca etimologica

Di seguito, ho raccolto la terminologia adoperata per chiamare i soldi in Siciliano, soprattutto nell’area di Palermo di cui ho una esperienza diretta. Dove possibile sono risalito all’etimologia dei termini con sorprese che non mi aspettavo e che condivido volentieri con le persone che nutrono una sana curiosità culturale.
Per chi avesse ulteriori conoscenze e informazioni, specie per le altre aree della Sicilia, con i termini o la pronunzia, sarà un piacere accoglierle.
Sordi, Soddi: in origine u sordu era la moneta da cinque centesimi che con sfumature dialettali differenti rappresenta uno dei modi più comuni che trasversalmente viene ancora usato in tutta la Sicilia. Ovviamente è un italianismo che proviene dalla parola “Soldi” adoperato in tutta l’Italia.
Il termine deriva dal solidus, una moneta d’oro tardo romana introdotta per la prima volta sotto l’imperatore Diocleziano e poi adottata stabilmente nell’Impero Romano d’Oriente. Dai soldi proviene anche il termine “soldati”, in riferimento al compenso percepito dalle milizie mercenarie, che venivano appunto “assoldate”.
Picciuli: questo è forse il termine più noto e utilizzato. Viene da “piccolo”, nome diffuso soprattutto negli stati italiani sin dal medioevo per indicare le monete di basso valore, contrariamente ai “grossi” con cui erano chiamate quelle con valore più alto. In origine, indicava una piccola moneta di rame, in uso fino all’Ottocento, paragonabile agli attuali 5 centesimi di euro. Oggi, in Sicilia “picciuli” è diventato sinonimo di denaro in generale (per approfondire puoi leggere “Perché chiamiamo i soldi piucciuli?“)
Grana: è il termine generico e informale, utilizzato in molte regioni d’Italia per indicare il denaro. In Sicilia corrisponde al plurale di “grano” la moneta coniata nel Regno di Sicilia e di Napoli a partire dal XV secolo ed in vigore fino alla fine del 1800. Il termine viene usato in maniera scherzosa prevalentemente nelle zone centrali della Sicilia.
A pila: il termine viene usato solo in piccole aree della Sicilia, forse nel siracusano ma certamente a Palermo dove il linguaggio è piuttosto colorito. Oggi è ormai in disuso e probabilmente i giovani neppure lo conoscono ma un tempo era adoperato in tono scherzosamente intimidatorio: “nesci a pila, curò!”.
L’etimologia della parola risale al “controconio”, chiamato appunto “pila”, in pratica l’elemento fisso del conio su cui era incisa in negativo la figura del verso della moneta.

Sghei: sono in pochissimi a conoscere questo modo curioso di chiamare i soldi in Sicilia. A Palermo, un tempo si usava questo termine allo stesso modo scherzoso della “Pila”, ma adesso non lo si sente più. Il termine è di origine tedesca, il termine Schei (demünze) «moneta divisionale» era scritto sulle monete austriache circolanti nel Lombardo-Veneto e probabilmente importata in Sicilia durante il breve dominio della Casa d’Asburgo d’Austria agli inizi del 1700. Nel Veneto il termine è piuttosto consueto, e sorprendentemente, è rimasto anche in alcune zone dell’Isola!
Lanna: “lanna” in siciliano significa latta, cioè la leggera lamina di metallo che si adopera per confezionare le scatolette. Il riferimento ai soldi è chiarissimo essendo le monete assimilabili alle sottili lamine metalliche con cui sono fatte, specialmente le vecchie monete da 5 e 10 lire. Il termine, usato solo a Palermo, ormai fa parte del linguaggio superato.
Munita: è la traduzione letterale di moneta, ma in siciliano assume il significato più ampio di ricchezza o di capacità economica: “aviri a munita” significa essere ricco.
Dinaru, rinaru: un tempo era la moneta che valeva la sesta parte del “grano” (vedi “Il valore dei soldi nella Palermo di un tempo”), oggi si usa in tutta la Sicilia con lo stesso significato di denaro. Il termine deriva dal latino deni (“in numero di dieci” perché valeva dieci Assi d’argento) ed è antichissimo, se ne parla abbondantemente anche nei Vangeli (Il valore dei soldi al tempo di Gesù).
In Sicilia è il termine più usato nei detti e nei proverbi siciliani con la stessa accezione che si trova nel resto d’Italia.
In conclusione…
Come abbiamo visto, i modi di chiamare i soldi in Siciliano sono molto più che semplici sinonimi, esagerando un po’, li potremmo definire un patrimonio linguistico e culturale che ci racconta molto della storia, delle tradizioni e della mentalità di un popolo. Ogni termine è come un piccolo tassello di un mosaico che nel suo insieme, ci offre un quadro vivido, ora affascinante, ora divertente della nostra cara Sicilia.
Saverio Schirò