Altofonte è un piccolo paese a pochi chilometri da Palermo. Apparentemente non sembra offrire nulla di particolarmente interessante per i turisti e neppure ai palermitani sembra interessare un granché, eccetto per la qualità dell’acqua e dell’olio extravergine di Oliva che si produce dalle sue parti. Tuttavia, in questo piccolo borgo, in dialetto chiamato “U Parcu” perché fu uno dei Parchi di caccia dei re Normanni, si nascondono dei veri gioielli: quel che rimane del Complesso monastico fondato nel 1307 per volontà di Federico III di Sicilia, la Chiesa di San Michele Arcangelo, eretta nella prima metà del XII secolo e la Chiesa di Santa Maria, edificata nel 1633 dall’abate Scipione Borghese.
Oggi però vi porterò alla scoperta di un piccolo gioiello sconosciuto: la cripta della chiesa di Sant’Antonio di Padova, situata proprio nella piazza centrale. Anche se forse vi sembrerà più modesta rispetto ad altre chiese più grandi, ha una storia molto interessante da raccontare.
Raccontiamo un po’ di storia
Questa chiesetta è stata costruita nel XVII secolo, precisamente a partire dal 1653. La sua nascita è legata a un sacerdote palermitano, Don Giacomo Trovato, che amava questo posto, dove andava a villeggiare, e decise di erigere una chiesa dedicandola a Sant’Antonio di Padova. Non solo la fece costruire, ma la dotò anche di beni per garantirne il mantenimento e le celebrazioni.
Un altro personaggio importante legato a questa chiesa è padre Luigi La Nuza, un sacerdote gesuita considerato l’Apostolo della Sicilia per la sua opera di evangelizzazione realizzata nell’Isola. Nel 1653, proprio ad Altofonte, fondò l’Associazione delle Cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù e del Santissimo Rosario, che poi divenne la Confraternita delle Cinque Piaghe nel 1731. Dal 1704, questa Confraternita è stata associata alla chiesa di Sant’Antonio.
Com’è fatta la chiesa?

La chiesa di Sant’Antonio di Padova si trova nella piazza principale di Altofonte, praticamente nascosta e inglobata in costruzioni adiacenti. Guardandola da fuori, si può notare la sua forma rettangolare e la semplicità della facciata, intonacata e con delle lesene (quelle specie di colonne piatte) e delle cornici. Al centro si eleva un piccolo campanile con tre campane. Una di queste campane è stata donata dalla Congregazione Maria Immacolata, che per un periodo è stata ospitata qui dalla Confraternita delle Cinque Piaghe.
Davanti alla chiesa c’è una piccola corte con una cancellata e quattro colonne, che vi accompagnerà verso il grande portone di legno sormontato da una croce.
Entrando, il pavimento a scacchi bianchi e grigi di marmo di Billiemi risale ai primi del ‘900. Le pareti interne sono piuttosto semplici e scarne: un’antica pala d’altare del 1700, attribuita a G. Mangani, raffigura Sant’Antonio con i suoi simboli: il giglio (purezza), il libro (conoscenza delle Scritture), il Bambino Gesù e la Madonna, circondato da angeli. C’è anche un altare in marmo decorato dove si trova la statua del Cristo morto, portata in processione il Venerdì Santo insieme alla statua della Madonna Addolorata del 1915.
Una grande tela sulla parete laterale, rappresenta “Il miracolo della mula”, ed è stata realizzata nel 2003 da Rosolino La Mattina e Felice Dell’Utri. Ci sono poi i quadri di San Giuseppe, Santa Lucia e le 14 stazioni della Via Crucis. Incassato nel muro a sinistra un piccolo quadro riproduce “Il sacrificio di Isacco”, opera del 1700 di un artista sconosciuto.
Il cuore nascosto: la cripta, una sorpresa che non ti aspetti!

Ma la parte più affascinante della nostra visita è sicuramente la cripta, un ambiente sotterraneo che si trova sotto la chiesa. Vi si accede dall’interno della chiesa, attraverso una scala che scende nel sotterraneo.
Fino agli inizi del XIX secolo, era usanza seppellire i defunti all’interno delle chiese ed infatti è probabile che le persone sepolte qui appartenessero in gran parte alla Confraternita..
La cripta di Sant’Antonio è stata utilizzata come luogo di sepoltura dal 1654 al 1866, e qui sono state deposte ben 398 persone. La prima persona a essere sepolta qui fu proprio Don Giacomo Trovato, nel 1654. Dai registri si nota che, fino al 1800, molti dei sepolti erano bambini, testimoniando l’alta mortalità infantile di un tempo.
Un “colatoio dei morti”?

Forse vi sembrerà un po’ macabro, ma dovete sapere che questa cripta aveva anche una funzione particolare, legata a un’antica usanza diffusa soprattutto nel Sud Italia tra il XVII e il XIX secolo: il putridarium, chiamato anche “colatoio dei morti” o “camera di mummificazione”. Era un ambiente funerario “provvisorio” dove i cadaveri venivano posti in nicchie lungo le pareti, su delle specie di sedili in muratura con un foro centrale e un vaso sottostante. Questo serviva per raccogliere i liquidi e i resti della decomposizione. Una volta terminato questo processo, le ossa venivano raccolte, lavate e trasferite in un ossario. La cripta di Sant’Antonio presenta proprio questi loculi a mensola e a pozzo.
Un viaggio nel tempo attraverso l’arte
La cripta è anche molto interessante per le sue decorazioni. Le pareti sono ricoperte di dipinti floreali e finte colonne a spirale. Sopra i colatoi, entrando a sinistra, sono raffigurati tre teschi: uno con una corona, uno con un cappello da prelato e uno senza niente, un tema che ricorda l’incontro tra i vivi e i morti e come la morte renda tutti uguali. In fondo a destra, sopra un’altra nicchia, vedrete altri quattro teschi, due dei quali con cappelli religiosi.
Vicino alle scale che scendono nella cripta, sul tetto, c’è una pittura murale un po’ rovinata, ma si intravede la data 1709 e due teschi, uno con una corona e uno con un cappello nobiliare o clericale, una clessidra (simbolo del tempo che scorre) e la frase latina “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris“, che significa “Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai”. Questa frase ci ricorda la fragilità della vita.
All’interno della cripta ci sono anche due piccole camere non decorate. In una di queste si possono vedere ancora dei loculi chiusi da lastre di ardesia e persino il “cuscino” dove veniva appoggiata la testa del defunto. C’è anche una grande cavità usata come ossario. Sopra la scala, guardando verso l’altare, c’è un’incisione sull’intonaco: “QUESTA SEPOTURA SIAVI ASTIMARI DI PITURA. Ma Antonino Spinuzza”. Purtroppo non sappiamo quando esattamente la cripta sia stata dipinta.

Un tesoro ritrovato
Per molti anni, la cripta non è stata accessibile e si pensa che sia stata anche saccheggiata. Fortunatamente, grazie all’impegno della Confraternita e di alcune persone sensibili alla storia e alla cultura locale, tra il 2020 e il 2023 la cripta è stata ripulita, messa in sicurezza e restaurata. I resti ossei trovati sono stati posti in un ossario comune all’interno della cripta. Il 7 novembre 2023, la cripta è stata finalmente inaugurata e presentata al pubblico.
Spero che queste notizie vi abbiano fatto venire il desiderio di scoprire un angolo affascinante della storia di Altofonte e quindi di fare una visita al paese. Ricordatevi, entrando in questi luoghi, di portare con voi il rispetto per la storia e per le persone che ci hanno preceduto.
E infine: vi suggerisco che è meglio organizzarsi per tempo prendendo contatti con i gestori dei monumenti che vorrete visitare che normalmente sono chiusi.
Saverio Schirò
Fonte: LA CHIESA DI SANT’ANTONIO DI PADOVA DI ALTOFONTE a cura di Rosalia Marfia e Serafina Sciortino
Informazioni su Altofonte potrete trovarle su wikipedia.org