Gironzolando nel mercato Ballarò, come turisti domenicali, a Piazza del Carmine, di fronte la chiesa e dietro fila dei venditori, ho notato un vecchio edificio un po’ malandato, il portone murato e con un sacco di scarabocchi sui muri: l’Oratorio di Sant’Alberto. Incuriosito, ho fatto delle ricerche ed ho scoperto che questo edificio ha una storia piuttosto interessante da raccontare.
La storia di questo Oratorio è legata alla confraternita intitolata a Sant’Alberto degli Abati, un frate carmelitano nato a Trapani che trascorse un periodo della sua vita religiosa a Palermo nel convento del Carmine Maggiore. Dopo la sua morte avvenuta nel 1307, la cella che aveva occupato divenne oggetto di particolare venerazione da parte del popolo, tanto che nel 1346 sorse una confraternita intitolata a questo Santo.

Sant’Alberto degli Abati
Sant’Alberto degli Abati, noto anche come Alberto di Trapani, nacque a Trapani intorno al 1240 da una famiglia nobile. Entrò ancora bambino nell’ordine dei carmelitani di cui fu provinciale a Trapani e poi a Messina, fino a diventare superiore provinciale per la Sicilia.
Morì a Messina il 7 agosto 1307, fu canonizzato il 15 ottobre 1457 da papa Callisto III. Sant’Alberto è il primo santo del Carmelo ad essere venerato ed è considerato patrono e protettore dell’Ordine Carmelitano. È anche patrono di Trapani, Erice e compatrono di Messina.
Nascita dell’Oratorio di Sant’Alberto
Per circa tre secoli la Confraternita di Sant’Alberto usufruì di un piccolo oratorio costruito proprio nel giardino del convento. Però, quando i frati ebbero bisogno di quegli spazi, nel 1653, i confrati dovettero traslocare e si fecero costruire una chiesa nuova proprio di fronte al convento.

L’oratorio di Sant’Alberto si presenta esternamente con l’aspetto di un rudere: con il grande portone murato, scritte sulle pareti e immondizia davanti alla facciata. Il portale era un tempo accessibile tramite alcuni gradini che adesso non esistono più, così la costruzione appare sopraelevata. L’architettura è piuttosto semplice, nello stile degli oratori, con due lesene agli angoli che racchiudono la facciata intonacata, un arco spezzato sopra il portone e lo stemma di sant’Alberto sulla sommità.
L’interno viene descritto a singola navata un tempo riccamente decorato con stucchi colorati e marmi luccicanti. Sull’altare principale c’era un quadro del santo, un’opera antica del 1422 che veniva dalla vecchia chiesa. Le pareti avevano dei bei sedili di legno intarsiato con inserti di marmo, e per terra c’era un pavimento di maiolica con la tomba comune dei confrati, con tanto di stemma e una scritta del 1703. Dicevano di aver deposto lì le loro spoglie ai piedi di Sant’Alberto, sperando di non essere dimenticati.
Purtroppo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la chiesa fu chiusa e, per un po’, un falegname la usò come bottega, cercando di tenerla in qualche modo in ordine. Poi, però, fu abbandonata per anni. A quel punto, come spesso succede, arrivarono i vandali che rubarono tutto quello che potevano, perfino gli arredi fissi!. Hanno proprio devastato il posto, tanto che alla fine hanno dovuto murare porte e finestre per fermare i saccheggi.
Negli anni ’90, quando qualcuno ebbe modo di entrare, non era rimasto quasi più niente, solo i segni della distruzione. Persino la tomba dei confrati fu profanata. Sono stati eseguiti dei lavori per rendere la struttura più sicura e si spera che in futuro ci siano altri interventi per restaurare non solo l’edificio, ma anche quello che è rimasto delle decorazioni interne, ma al momento tutto sembra abbandonato.
Quindi, anche se oggi vedete solo un rudere con delle scritte, questo luogo ha avuto un passato di fede e di arte, ed era il simbolo di una comunità di persone che volevano onorare un santo e lasciare un segno del loro passaggio. Speriamo che un giorno possa tornare al suo antico splendore!
Saverio Schirò
- Fonti:
- Rosario La Duca, La città passeggiata, 1 vol. L’Epos editore Palermo 2001
- Voce Sant’Alberto degli Abati in wikipedia.org