Santa Maria dei Miracoli

L’edificazione di questa chiesa, che si affaccia in un angolo di Piazza Marina, fu iniziata attorno al 1547 in prossimità del luogo in cui un tempo esisteva, dipinta sul muro, un’immagine della Beata Vergine chiamata “della Grazia di Costantinopoli” venerata dal popolo perche ritenuta miracolosa.
Tale devozione popolare era iniziata il 10 di Maggio dell’anno 1543, in seguito ad un prodigio avvenuto mentre si celebrava la festa della traslazione di Santa Cristina, antica Patrona della città, che si svolgeva tradizionalmente nel grande Piano della Marina. Si narra infatti che un povero mendicante infermo tormentato da gravissimi dolori che invocava la Vergine Maria affinchè intercedesse per salvarlo da quel disperato male, si addormentò ai piedi dell’immagine della Vergine. Svegliatosi cominciò a gridare al miracolo affermando di essere stato liberato dei suoi mali. In tutta la città si divulgò la notizia di questo miracoloso prodigio, molti ammalati furono attirati in quel luogo e vi furono numerose guarigioni ritenute miracolose “diede principio a grandi, e molti mira­coli una Imagine della Beatissima Vergine, che in un muro sul piano della marina si trovava dipinta”.

Fu così tanto l’eco di tali miracoli, che si moltiplicavano giornalmente, che l’amministrazione cittadina, con il consenso del vicario generale della Chiesa palermitana, ordinò in ossequio della Nostra Signora una sacra processione; presenti tutte le autorità civili ed ecclesiastiche il corteo uscì dalla chiesa di San Domenico e terminò nel luogo dove poi si costruì la chiesa.

Subito dopo alcuni cittadini, devoti alla Vergine, chiesero al senato palermitano (pretore Don Pietro di Bologna) la concessione dell’area e la licenza di iniziare la fabbrica della chiesa che doveva essere intitolata alla Madonna dei Miracoli.

La richiesta fu accolta con favore dall’Universitas palermitana, seguita dal placet arcivescovile a condizione che vi si fondasse una Confraternita (furono previste anche indulgenze per chi avesse sostenuto con elemosine la fabbrica della chiesa), mentre l’allora vicerè Juan de Vega volle “gittare” la prima pietra.

Un secondo episodio riguardante l’edificazione di questo sacro edificio racconta che, si era appena cominciato a costruire quando un nobile gentiluomo (forse della famiglia Mastrantonio) si oppose alla fabbrica della chiesa perchè ciò, a suo avviso, avrebbe impedito la libera veduta davanti alla sua casa; si lamentava e protestava vivacemente contro muratori e capomastri chiedendo la sospensione dei lavori di costruzione dell’edificio, allorchè si verificò il crollo di un un muro della stalla di casa sua, seppellendo uno schiavo garzone di stalla e un cavallo. Fu così che, pentito dell’opposizione fatta e pensando ad un castigo divino, si rese conto della sua avventatezza, si inginocchiò ai piedi della Vergine e chiese umilmente perdono. Nel contempo, oltre a favorire la continuazione della fabbrica, elargì ingenti somme di denaro i quali permisero, grazie alle “sante” elemosine e alle cospicue donazioni della comunità fiorentina presente in città, titolare, dal 1581, della concessione per l’esercizio del culto nella chiesa, di portare a termine l’opera (1590).

LA CHIESA

Realizzata su disegno, probabilmente, di Fazio Gagini, con il concorso dell’architetto-scultore Giuseppe Spatafora e successivamente completata dall’architetto Pasqualino Scaglione, la chiesa di Santa Maria dei Miracoli costituisce uno degli esempi più puri dell’architettura cinquecentesca palermitana, non essendo stata oggetto, in maniera significativa, di modifiche, aggiunte o riconfigurazioni posteriori, soprattutto al suo interno.

La costruzione, protrattasi per diversi decenni, testimonia l’evoluzione dell’architettura cinquecentesca a Palermo, infatti, sebbene rientri stilisticamente nel quadro dell’architettura fiorentina del 400, l’edificio religioso coniuga in sé modelli di cultura rinascimentale e taluni riferimenti che inequivocabilmente rimandano alla più salda tradizione costruttiva medievale siciliana: gli archi a pieno centro su alti piedritti, elementi architettonici di chiara matrice islamica, l’impianto planimetrico a croce greca inscritta in un quadrato elementi questi, legati alla tradizione bizantina.

LA FACCIATA

Presenta una magnifica facciata, rigorosa e sobria, realizzata in conci di pietra a vista: il prospetto principale è ripartito in due ordini da una cornice marcapiano sensibilmente aggettante e presenta una serie di elementi lineari ortogonali tra loro appena sporgenti rispetto alla superficie muraria liscia, definendo un’armonioso disegno compositivo fortemente caratterizzante e di elevata qualità artistica.
Nel primo ordine due slanciate paraste angolari e due eleganti semicolonne corinzie su alti plinti ne scandiscono orizzontalmente gli spazi, determinando nella compagine muraria una misurata alternanza tra membrature verticali e le alte finestre rettangolari di vigorosa sagomatura ai lati; due leggere lesene inquadrano il piccolo portale rettangolare architravato. Arricchisce il prospetto un elaborato cartiglio marmoreo datato 1581.
Nel secondo ordine, rappresentato dalla fascia d’attico piena, si apre al centro sopra il cornicione un oculo circolare doppiamente strombato (elemento che troviamo anche nei prospetti laterali).

Il prospetto principale è coronato da un fastigio curvilineo di epoca più tarda.
Nel lato sinistro della chiesa si affiancava un tempo un altro portico che nel Settecento fu trasformato in una piccola chiesa dedicata a Santa Apollonia Vergine e Martire, oggi tompagnato e parzialmente nascosto da altre costruzioni che vi si sono addossate nel tempo; era costituito da una apertura frontale con arco a pieno centro e da tre archi laterali; nella sua linearità strutturale e compositiva, anche questo edificio che certamente è coevo o di poco precedente alla chiesa, si inserisce nell’ambito della tradizione architettonica di derivazione gaginesca (attualmente è sede di un teatro).

GLI INTERNI

Come negli esterni, anche negli interni della chiesa di Santa Maria dei Miracoli la delicata grazia della scuola gaginiana propone nuovi moduli dove si scorgono orientamenti di gusto assai interessanti che si differenziano per alcuni aspetti formali dall’architettura ecclesiale palermitana del periodo.

La pianta, quadrata a tre navate con due cappellette laterali, è caratterizzata dal grande slancio verticale delle colonne in marmo. L’aula è illuminata dalle finestre del prospetto principale e dalle tre finestre che si aprono sul lato sinistro.

Di straordinaria armonia l’effetto del “torretiburio” che si innalza all’incrocio dei bracci della croce dominando l’interno della chiesa. Ha forma quadra provvisto di quattro finestre da cui penetra la luce radente: la luminosità che ne filtra, oltre a far risaltare la limpida spazialità dell’interno, da rilievo nel contempo all’abside di forma poligonale e alla volta stellare priva di costoloni, grazie all’uso sapiente delle vele lunettate. Le volte dei bracci laterali della chiesa, a padiglione lunettato, sono in sintonia con la leggerezza della volta centrale.
Di pregevole fattura sono le decorazioni scultoree presenti all’interno della chiesa; le cornici delle cappelle, le basi delle colonne e gli eleganti capitelli di ordine corinzio, realizzati in pietra arenaria, sono delle botteghe dei Gagini, che ebbero, fino alla fine del Cinquecento, quasi il monopolio di questi manufatti di scultura architettonica.

Al centro dell’ottocentesco altare monumentale, rivestito in marmi, si trova una pala che raffigura l’antica e venerata sacra immagine della Madonna dei Miracoli che un tempo era dipinta sul muro (questa attuale è una copia su tela di fine Settecento di autore ignoto).

Di notevole interesse sono alcune manufatti ed elementi di arredo moderni di pregiata qualità (vere e proprie opere d’arte) che si inseriscono in felice armonia nel contesto del monumento; degni di nota una deliziosa acquasantiera in vetro fuso colorato che reca la scritta “In hoc signo vinces” che sostituisce quella originaria, purtroppo trafugata e l’artistico tabernacolo in legno sorretto da un piedistallo in vetro, opere eseguite da artigiani-artisti locali.

Oggi la chiesa, che merita di essere visitata, è sede di una comunità “multiculturale” e tutte le domeniche si celebra la Santa Messa multilingue (eccezionale esempio di aggregazione che esprime speranza e invita alla solidarietà), in un altare a forma di “barca” che porta il nome della Madonna… “Myriam”.

 

 

Nicola Stanzione

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