Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria

Uno degli esempi più imponenti, esuberanti e sensuali del barocco palermitano

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Sita nel cuore del centro storico, in Piazza Bellini, una delle più importanti piazze della città, da sempre uno dei punti focali della vita civile e religiosa di Palermo, da dove, straniero o palermitano prima o poi bisogna passare, si erge superba nella sua grande mole una delle chiese più belle della città uno degli esempi più imponenti, esuberanti e sensuali del barocco palermitano: La Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria

La Storia

La storia di questa chiesa è strettamente legata all’annesso monastero di clausura, la cui storia inizia nel settembre del 1310 quando una nobildonna palermitana Benvenuta Mastrangelo, figlia di Ruggero Mastrangelo, uno dei personaggi chiave della rivolta del Vespro e moglie, in seconde nozze, del toscano Guglielmo Aldobrandeschi conte Palatino di Santa Flora, rimasta vedova per la seconda volta e senza eredi, sentendosi vicina alla morte, detta le sue ultime volontà al notaio Guglielmo de Rogerio. La testatrice ordinò che nelle case di sua proprietà site nel quartiere del Cassaro nella contrada dove sorgono l’antica chiesa di San Matteo al Cassaro e la chiesa di S. Stefano dell’Ammiraglio, venisse fondato un monastero femminile sotto il controllo dei frati domenicani (un “monasterium totum monalium […] de ordine fratrum predicatorum” in “contrada Sancti Mathei”).

Poco tempo dopo si ammalò anche la madre Palma de Magistro, esecutrice testamentaria di Benvenuta che, ottemperando alle ultime volontà della figlia, nominò erede universale di tutti i beni di famiglia il monastero di Santa Caterina al Cassaro.

E’ interessante rammentare che anche il marito della fondatrice del monastero, conte di Santa Flora aveva lasciato ingenti somme di denaro alle suore del convento, tanto che nell’epigrafe del suo monumento sepolcrale, tuttora esistente nella chiesa, viene citato come “Fundatori Benemeritissimo
Infine anche la sorella di Ruggero Mastrangelo, Margherita, alla sua morte, avvenuta nel 1355, donava parte dei suoi beni, un cospicuo patrimonio immobiliare, al monastero di Santa Caterina.

L’inizio della fabbrica risale presumibilmente al secondo semestre del 1312 dopo che venne reso esecutivo il testamento di Benvenuta Mastrangelo. Di certo sappiamo che il 5 novembre del 1313 viene nominato il primo priore del convento, Frà Giovanni de Milio.
Il monastero sorse presso la punta orientale dell’antica Neapolis punica, in un’area piuttosto vasta dove già insistevano le case edificate attorno al duecento dai Mastrangelo che probabilmente avevano inglobato il palazzo un tempo appartenuto al grande ammiraglio Giorgio d’Antiochia.
La fabbrica del monastero inglobò anche la chiesa di epoca normanna di S. Stefano dell’ammiraglio Eugenio sorta, a suo tempo a ridosso di una delle porte della città araba, la Bebilbacal, corruzione dell’arabo Ba’at al-buqul (venditore della verdura). Antiche mura in grossi blocchi di calcarenite sono ancora riconoscibili nella base esterna del monastero nella via Schioppiettieri, già via dei Balestrieri.

Inizialmente il monastero fu soltanto un conservatorio che serviva ad ospitare donne dedite al meretricio “rifugio per peccatrici pentite”.
Nei primi decenni del XVI secolo anche in rapporto all’accresciuto numero delle religiose, che pare, all’epoca fossero circa un centinaio, l’intera struttura fu interessata da consistenti trasformazioni (in questa occasione fu acquisita ed incorporata l’antica chiesa di San Matteo al Cassaro che era posta di fronte all’attuale) e divenne un regolare monastero, il più ricco e importante della città, riservato a fanciulle appartenenti a famiglie di alto lignaggio.
Queste ragazze di “buona famiglia”, che monacandosi portavano in dote al monastero ingenti doti, venivano ammesse come educande in età giovanissima e al compimento del ventunesimo anno prendevano i voti. Praticamente “prigioniere per scelta” seppur di una prigione dorata, che le “sfortunate” fanciulle accettavano di buon grado: l’etica familiare, infatti, imponeva a ciascun membro della casa, primogeniti o cadetti, di accettare le scelte e le strategie matrimoniali della famiglia che erano sempre orientate dalla logica del lignaggio. Anche la monacazione forzata rientrava in queste strategie.

Nella seconda metà del XVI secolo le religiose del convento di Santa Caterina al Cassaro decisero che l’antica chiesa trecentesca non era più adeguata alla magnificenza del monastero e quindi, con intenti di grandiosità, stabilirono di fabbricarne una più grande e più fastosa: l’attuale magnifica chiesa che oggi possiamo ammirare.
Promotrice della costruzione della nuova chiesa fu l’ultima delle Badesse perpetue, suor Maria del Carretto dei conti di Racalmuto.

Non si hanno notizie certe sul nome dell’architetto autore del progetto dell’edificio chiesastico. L’ipotesi avanzata da alcuni studiosi, che fosse stata realizzata su progetto dell’architetto piemontese Giorgio Di Faccio non trova riscontri, anche se non è possibile escludere del tutto la sua partecipazione al cantiere per la costruzione della chiesa. Parimenti non è escluso, anzi è assai probabile, che nel progetto siano state impegnate menti diverse.
Studi recenti hanno dimostrato il coinvolgimento di due architetti attivi a Palermo tra la fine del cinquecento e i primi decenni del seicento, il fiorentino Camillo Camilliani, figlio di Francesco (lo scultore della fontana Pretoria) e il lombardo Antonio Muttone (quest’ultimo certamente impegnato nei lavori del monastero), tra gli architetti più in vista nel panorama architettonico della Sicilia dell’epoca. Purtroppo i dati a nostra disposizione sono ancora troppo vaghi e le informazioni che ci sono pervenute molto frammentarie.
Il 24 di novembre del 1596 la nuova chiesa di Santa Caterina d’Alessandria venne inaugurata. La consacrazione dell’edificio religioso avvenne con una cerimonia solenne il 16 di marzo del 1664 celebrata dall’Arcivescovo metropolita di Palermo D. Pedro Martinez y Rubio alla presenza del vicerè Francesco Caetani duca di Sermoneta, delle maggiori autorità cittadine e con grande concorso di cittadini.

La Chiesa

La chiesa presenta due ingressi: il principale nella facciata meridionale prospiciente l’antico piano di San Cataldo, l’odierna piazza Bellini; l’altro rivolto ad occidente che si apre verso piazza Pretoria, denominata un tempo “Piano della Corte”.
Entrambi hanno una bellissima scalinata a doppia rampa con balaustre in pietra che consente l’accesso dal piano della piazza alla chiesa.
La facciata principale, equilibrata e razionale, realizzata in forme tardorinascimentali, presenta una spiccata spinta verticale e si sviluppa su due ordini sovrapposti, ritmati da una partitura di lesene d’ordine corinzio. Nel primo ordine spicca, al centro, un portale di derivazione gaginesca affiancato da due colonne scanalate con capitelli corinzi che sostengono un’architrave scolpito, sopra il quale, dentro una nicchia con timpano a edicola, nel 1685 fu collocata una statua raffigurante Santa Caterina.
Collega i due ordini della facciata una ricca trabeazione decorata con eleganti figurazioni scultoree.
Nell’ordine superiore due coppie di lesene inquadrano l’elegante finestra centrale che trafora la facciata. Ai fianchi le spirali di due coppie di piccole volute raccordano i contrafforti laterali con l’elegante frontone superiore che termina con un’aggettante cornice di coronamento, che in realtà, è una cornice marcapiano, dove corre una balconata che chiude un “affaccio” che domina la piazza.
Sulla sommità dell’edificio si trova un medaglione che rappresenta i consueti attributi di Santa Caterina (la ruota, la palma, la spada e il giglio).

Nel lungo prospetto che si affaccia su piazza Pretoria la superficie muraria è scandita verticalmente da robuste pseudo-paraste corinzie alternate a eleganti finestre. Al centro il bel portale di disegno tardo-cinquecentesco sormontato da timpano ad arco che corrisponde con il braccio sinistro del transetto della chiesa. Un’aggettante membratura decorata ha motivi floreali, collega i due ordini. L’ordine superiore presenta una decorazione a volute e una grande finestra sormontata da un timpano ad arco spezzato. Chiudono la facciata in alto, robusti contrafforti a riccio ricavati sui tetti delle cappelle laterali.

L’Interno

L’interno del tempio rappresenta uno degli esempi più brillanti della cultura figurativa del barocco palermitano.
Presenta un impianto a croce latina con andamento longitudinale ad unica navata, munito di un ampio transetto, nel tipico schema delle chiese romane della Controriforma. Sei cappelle, tre per lato, si aprono nei lati lunghi della navata.
L’intero paramento murario, a cui lavorarono una folla di scultori, pittori, marmorari e stuccatori, è rivestito fino all’incredibile, di ogni sorta di marmi pregiati, stucchi e dipinti che creano un effetto di particolare fasto ed eleganza.
Per ogni dove si stende un tripudio di marmi mischi e tramischi dai colori variopinti che esprime a pieno “l’horror vacui” tipico del decorativismo barocco.
Stupefacenti decorazioni marmoree, apposte via via nel corso dei decenni, insieme ai dipinti delle volte, delle lunette e dei pennacchi, contribuiscono a creare quella “opulenza” quella sfarzosa ed esuberante cromia, che a volte appesantisce gli occhi, ma che certamente emana un fascino particolare.

Alla realizzazione della complessa macchina decorativa e scenografica della chiesa, realizzata in diversi momenti cronologici che si scalano tra la seconda metà del seicento e i primi decenni del settecento, lavorarono le maggiori personalità artistiche del periodo: tra i quali i pittori Filippo Randazzo e Vito D’Anna, gli architetti Giacomo Amato, Nicolò Anito, Andrea Cirrincione, Andrea Palma, gli scultori Giovan Battista Ragusa, Ignazio Marabitti, Gioacchino Vitagliano e lo stuccatore Procopio Serpotta, per citare i più importanti.

Varcato l’ingresso principale, nella parete di controfacciata, si incontra il “coro piccolo”, ampliato alla fine del seicento, coronato da balaustrine in marmo e tanto di “gelosia”, sorretto da due eleganti colonne tortili in pregiato marmo rosso con capitelli corinzi in marmo bianco. Fra le due colonne un’antiporta in legno traforato dipinta, opera di raffinata ebanisteria.
Gli affreschi delle pareti del coro e del sottocoro di ingresso, sono stati eseguiti da Francesco Sozzi e dal cognato Alessandro D’Anna nel 1769 e rappresentano scene tratte dalla vita di Santa Caterina.

La navata centrale è coperta da una volta a botte lunettata.
La luce penetra sia dalla finestra di facciata, sia da quelle aperte sotto le lunette, sia dalle finestre ricavate nel tamburo della cupola che sovrasta il quadrato d’incrocio.
Sulla volta centrale della navata, incorniciato da raffinati stucchi attribuiti a Procopio Serpotta, splende il settecentesco affresco del pittore Filippo Randazzo, detto il “Monocolo di Nicosia” che rappresenta la “Gloria di Santa Caterina” ( Agostino Gallo riferisce che il pittore morì poco dopo essere caduto dall’impalcatura mentre stava per completare questa straordinaria opera).
Nelle pareti della navata, posti negli alti basamenti delle paraste che separano le cappelle, si trovano preziosi riquadri in marmi mischi, bassorilievi e altorilievi. Su tutti spicca il primo che si incontra a destra per chi entra, che raffigura la scena di uno dei più importanti episodi del vecchio testamento, ovvero, “Giona e la balena” dello scultore palermitano Giovan Battista Ragusa; un piccolo capolavoro. Al centro della scena troviamo raffigurato un veliero, realizzato con marmi particolarmente pregiati e pietre dure. in basso a destra il mostro marino, con la bocca spalancata; a sinistra Giona tra le onde che tenta disperatamente di salvarsi.
Estremamente interessanti anche gli altri riquadri della parete destra che raffigurano episodi tratti dall’antico testamento, “il Sacrificio di Isacco” e “la Probatica Piscina”, dello scultore Gioacchino Vitagliano, opere di notevole effetto scenografico.
Nei riquadri dei plinti della parete sinistra sono raffigurati, nel primo “ La Fons acquae purae”, mentre nel secondo e nel terzo, che delimitano la cappella del Rosario, sono raffigurati, sorretti da puttini, i simboli della famiglia Amato, artefici della realizzazione della cappella,
Addossate alle pareti laterali, fra gli archi delle cappelle, si trovano sei pregevoli statue in marmo bianco che raffigurano sante e beate dell’ordine domenicano: a destra Santa Agnese da Montepulciano, Santa Caterina da Siena e Santa Caterina de Ricci, a sinistra, Beata Chiara di Maiorca, Beata Margherita d’Ungheria e Beata Giovanna del Portogallo.
Al di sopra delle cappelle, incorniciate da eleganti cornici in stucco, si vedono le “gelosie” dei letterini delle monache.

Le Cappelle laterali

Le cappelle laterali, preziosi scrigni di opere d’arte, contengono una significativa antologia di pitture sei-sette-ottocentesche, alcune purtroppo, in pessimo stato di conservazione.

Fianco destro
La prima cappella che incontriamo, intitolata “Cappella dei sette dolori”, presenta dipinti di scuola napoletana; al centro del bellissimo altare decorato in marmi policromi, è il dipinto “Gesù sotto la Croce”, attribuito a Vincenzo Marchese.
Nella parete destra la “Deposizione di Cristo”; nella parete sinistra vi era un dipinto che raffigurava “l’Ultima Cena”, attualmente in fase di restauro.

La seconda cappella, intitolata al Santissimo Crocifisso, ospita, sopra l’altare affiancato da due angioletti, un crocifisso ligneo su un reliquario databile al secolo XVII. Si tratta di un manufatto policromo, modellato con grande realismo nella figura anatomica: colpisce l’espressione di dolore del volto di Cristo, marcata dagli occhi socchiusi e dai lineamenti ormai distesi nel momento della fine.
Nella parte bassa, a sinistra, è collocato il monumento funebre in marmo bianco e grigio di Vincenzo Giglio.

L’ultima cappella del lato destro, dedicata alla “Madonna del Carmine”, presenta la volta decorata da affreschi; al centro, sopra l’altare decorato con diaspri policromi, troviamo una grande tela raffigurante la “Madonna del Carmelo e San Reginaldo d’Orleans”, del palermitano Giovanni Patricolo. Ai lati dell’altare due statue marmoree di “Santa Rosalia” e “San Gioacchino con Maria bambina”. Nella parete di destra, dentro una cornice in gesso vi è una “Trasfigurazione” e a sinistra “La Vergine che intercede per le anime purganti”; la cappella accoglie il sarcofago funerario in marmi policromi appartenente alla ricca famiglia dei Mastrantonio e Bardi.

Fianco sinistro
Sull’altare della prima campata di sinistra, dedicata all’Immacolata, possiamo ammirare, dentro un’edicola con timpano spezzato, il dipinto “ dell’Immacolata” di Filippo Randazzo.
Nella parete destra il quadro con l’Adorazione dei pastori a sinistra la Nascita della Madonna. La volta è affrescata con una raffigurazione della SS. Trinità.
La cappella che segue è dedicata al SS. Rosario e presenta nell’altare un dipinto che raffigura la “Madonna che consegna il Rosario a San Domenico”, attribuita a Giovanni Patricolo.
Ai lati del paliotto d’altare decorato con diaspri policromi e bronzo dorato, due statue in marmo che raffigurano San Ludovico e Sant’Antonino.
Nelle pareti laterali due tele attribuite al monrealese Pietro Novelli; a destra “Pio V benedice Gian Andrea Doria” e a sinistra “La Vergine col Bambino in gloria”.

Nell’ultima campata di sinistra, dedicata a San Domenico, si conserva sull’altare il dipinto raffigurante “San Domenico che sconfigge gli Albigesi”, anche questo attribuito al Patricolo.
Sulle pareti laterali, dentro cornici in gesso, due quadroni che raffigurano, a destra La Madonna con i santi Francesco e Domenico, a sinistra San Domenico che salva il Vangelo dal fuoco, pregevoli opere eseguite da Gaspare Vazzano, detto lo Zoppo di Gangi.

Il Transetto

Nel braccio destro del transetto, si trova il sontuoso altare (commissionato dalla famiglia Bonanno) dedicato alla santa titolare della chiesa.
Una macchina barocca di straordinario effetto scenografico. Presenta un doppio ordine di colonne scanalate e tortili eseguita su disegno di Andrea Palma, architetto delle fabbriche dell’ordine domenicano; al centro la statua marmorea di Santa Caterina, opera straordinaria del 1534, della bottega di Antonello Gagini, proveniente dall’antica chiesa; commissionata nel 1534 dall’allora badessa Elisabetta Bononia.
L’altare è affiancato da due statue muliebri che rappresentano la Fortezza e la Pudicizia modellate da Giovan Battista Ragusa. In alto, al centro del timpano spezzato, il gruppo marmoreo raffigurante la Gloria con il Dio Padre e gli Angeli musicanti dello stesso Ragusa. Nel paliotto dell’altare una “Vergine dormiente” in cera.
Incassato nella parete destra si trova il monumento funerario di Guglielmo Aldobrandeschi conte di Santa Flora.
Nel braccio sinistro del transetto si trova il portale d’ingresso che si affaccia su piazza Pretoria. Davanti al portone si trova una antiporta di legno scolpito e dipinto. Agli angoli si trovano due coretti e sotto, un pregevole pulpito in legno intagliato dipinto e dorato.

La Cupola

Sovrasta il quadrato d’incrocio la maestosa cupola di impronta manieristico-romana, realizzata a metà settecento su progetto di Francesco Ferrigno, architetto di fiducia del Monastero. Essa all’esterno, domina lo spazio di piazza Pretoria contrapponendosi alla alla cupola di San Giuseppe dei Teatini.
Gli affreschi che la decorano, “Il Trionfo dell’Ordine domenicano” e quelli delle vele, “le Allegorie dei quattro Continenti“, sono stati eseguiti nel 1751 dal grande affrescatore Vito D’Anna.
Addossati ai pilastri che sorreggono la cupola si trovano quattro sculture che raffigurano santi domenicani, San Domenico, San Tommaso d’Aquino, San Pietro Martire e San Vincenzo Ferrer, raffinate opere di Giuseppe e Giovan Battista Ragusa su disegno di Andrea Palma del 1702.

La zona Presbiterale

In fondo alla navata si apre lo spettacolare altare maggiore, arricchito dal prezioso paliotto in materiali preziosi, che risplende come un gioiello al centro del grande presbiterio. Un prezioso tabernacolo di ametista è affiancato da due grandi angeli lignei ricoperti da lamine d’argento, inginocchiati su due larghe volute di marmo verde. Sopra il tabernacolo. all’interno di un tempietto con colonne in lapislazzuli su cui si appoggiano due angeli e due cherubini, che sostengono una cupoletta in rame dorato, vi era custodito un raffinatissimo crocifisso in avorio, oggi sostituito da una statuetta del Cristo Risorto. L’altare è addobbato da raffinati candelabri in argento e da candelieri in legno intagliato.
La sfarzosa decorazione del presbiterio, iniziata a partire dal 1705, grazie al cospicuo lascito testamentario di suor Vittoria Felicita Cottone, da Giovan Battista Marino su disegni di Giacomo Amato, fu terminata soltanto nel 1726 dai figli del Marino, Gaspare e Antonino.

Nel bellissimo pavimento del presbiterio si possono ancora ammirare alcuni brani di mosaici antichi, probabilmente riferibili all’antica pavimentazione dell’antica chiesa normanna di Santo Stefano inglobata nella struttura della chiesa.
Dietro l’altare si trova il sepolcro in marmo della badessa Maria del Carretto, artefice della costruzione della chiesa, morta nel 1598.
La volta del presbiterio presenta un pregevole affresco raffigurante “L’Anima in gloria ascende in Paradiso” dei noti pittori messinesi Paolo e Antonio Filocamo.
La zona presbiterale, come tutte le cappelle laterali, è chiusa da una balaustra in marmi policromi con un piccolo cancelletto in ferro battuto al centro.
Assolutamente pregevole la pavimentazione in marmo e tarsie marmoree policrome
dell’aula centrale, rifatta nella prima metà del XIX secolo.

In corrispondenza dell’incrocio dei bracci del transetto, dentro un tondo, possiamo ammirare la raffigurazione del “Cane che serra fra i denti una fiaccola”, simbolo dell’ordine Domenicano, opera del maestro marmista Giovanbattista Gallina, su probabile disegno di Giovanni Patricolo 1836.

La chiesa di Santa Caterina è famosa per i cosiddetti «Sepolcri» che si addobbano la sera del Giovedì Santo e per le specialità dolciarie siciliane che un tempo venivano prodotte dalle suore di clausura del convento e che ancora oggi vengono realizzati secondo le antiche ricette, ovviamente non più dalle monache.

La chiesa di proprietà del F.E.C (Fondo edifici di culto) è oggi fruibile al pubblico grazie all’Associazione Turistico Culturale “Itiner’ars”.

Nicola Stanzione

Piazza Bellini 2 – 90133 Palermo +39 338 7228775 – +39 338 4512011
Apertura: tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 

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Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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