Una comunità decadente, anzi…. decaduta

macchine-sul-marciapiedeMi trovavo a passare dal pronto soccorso del Civico e mi sono imbattuto in queste due macchine posteggiate beatamente senza che gli stessi proprietari mettessero in conto la possibilità di rincorrere ad una sanzione. Lasciamo perdere (per il momento)  l’aspetto civico dell’arrogante gesto di tracotante finezza.
Posteggiare con tutte e quattro le ruote su un marciapiede, con relativo attraversamento indicato dalle strisce pedonali, per giunta all’ingresso del Pronto Soccorso, ci sembra il massimo dell’arroganza. L’assoluta certezza di non rischiare una contravvenzione equivale a dire che al 99% nessuna pattuglia della Polizia Municipale controllerà questa zona.
Mi reco dal giornalaio e in prima pagina leggo la reprimenda della Corte dei Conti siciliana. In Sicilia la corruzione, il latrocinio, l’infedeltà professionale (vedi furbetti del cartellino) imperano in maniera esponenziale.
Appare sconfortante come, a fronte di inchieste portate avanti anche in TV (“Striscia La Notizia”, “Le Iene”, L’Arena di Giletti”) e tanti altri  programmi che stigmatizzano la corruzione che investe il mondo politico, alti dirigenti e semplici impiegati, gli stessi non abbiano prodotto nessun risultato sul fronte del cambiamento di natura comportamentale da tanti agognato.
Due, secondo me, sono i fattori che determinano questa deriva che ha tutti i tratti peculiari di una società in piena decadenza, se non già decaduta.
In primis la quasi certezza dell’impunità derivante da leggi poco severe e tempi della giustizia troppo lunghi. Basta sottolineare – a margine – come ci si accanisca contro qualche giornalista per presunte diffamazioni che in realtà  non sono altro che semplice esercizio di “diritto di cronaca”, a fronte di centinaia di migliaia di pratiche più “serie” depositate negli scaffali e non esitate a causa di mancanza di personale.
Il secondo fattore, non meno importante, riguarda la svolta antropologia del tessuto sociale italiano. Questo non significa che fino a 30 anni fa non esisteva la corruzione, o che i comportamenti di molti cittadini fossero assimilabili  all’etica comportamentale di un francescano o alle attività caritatevoli delle Dame della San Vincenzo. Ma appare evidente che il malaffare e le attività delinquenziali siano aumentate in maniera esponenziale. Quello che emerge ancor di più è che coloro che intrallazzano non fanno parte della categoria dei disoccupati, di coloro che (pur sbagliando) devono portare un pezzo di pane a casa. Qui si parla di dirigenti, funzionari e dipendenti pubblici, e sono sicuro (per esperienza) che quello che emerge grazie alle attività investigative è solo la punta dell’iceberg.
Demoralizzante, oltre al senso di impunità, è la mancanza di pudore, l’assenza di un barlume di disagio che dovrebbe farci arrossire – quanto meno – incrociando il viso dei nostri figli. Ma così fa tutti, quindi più un reato è commesso da tanti e meno si sente il peso della vergogna.  La stessa funzione liberante di una tragedia greca, durante la quale lo spettatore scopre con grande soddisfazione  che i suoi problemi e le sue disgrazie sono i problemi e le disgrazie di tutti.
In una  società, dove vige l’arte di arrangiarsi, ognuno si comporta secondo coscienza (che di solito è quella del lupo).
A fronte di una  spinta consumistica a possedere di più, di un desiderio sfrenato ad avere tutto “qui” e subito, essere “furbi”, “astuti”, “svegli”, “abili”, “perspicaci” e “smaliziati” rappresenta una sorta di titolo onorifico, mentre dalle nostre parti essere “sempliciotto”, “sprovveduto”, “ingenuo” equivalga ad una sorta di disadattamento sociale.
La domanda sorge spontanea.  Se l’imperativo categorico è quello di non accontentarsi del proprio tenore di vita, e se il desiderio legittimo non può essere raggiunto attraverso atteggiamenti etici improntati alla legalità e all’onestà siamo tutti destinati a diventare ladri e incivili?

Giuseppe Compagno  

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