Donne coraggiose nella Palermo medievale

donne medievaleGli archivi storici sono luoghi senza tempo. In essi, i secoli trascorsi, visibili e tangibili nell’immensa mole di documentazione conservata, assicurano la trasmissione della memoria o, per usare l’espressione di Marc Bloch, il  “passaggio del ricordo”. Nelle carte fittamente vergate a mano che si conservano nell’Archivio  storico comunale si rispecchia la vita quotidiana della Palermo dell’epoca, che vede protagonisti uomini e donne di ogni classe sociale, nel loro rapporto con il  Senato e il  Pretore, organi del governo cittadino. Leggendo questa e altra documentazione, risalente al Trecento e al Quattrocento, riaffiorano dal passato nomi e storie di donne comuni che solo così riescono ad avere ancora un ricordo, dal momento che le vicende della loro vita non trovano cittadinanza nella grande storia   di  avvenimenti, ma solo in questa microstoria che emerge dai  fondi archivistici e ci restituisce uno  spaccato autentico della società cittadina del tempo. Popolata di donne che non si accontentano solo dei ruoli di  filia, poi uxor e mater, loro imposti dalla  tradizione e dal contesto socio-­economico e culturale, ma  sono attive nel mondo del lavoro, e danno prova di autonomia, sempre tuttavia conquistata a caro prezzo e limitata da  vincoli e costrizioni. Si tratta di donne di diverse etnie e classi sociali, dalla libertà saracena alle  numerose ebree, dalla signora della borghesia mercantile alla domina dell’alta aristocrazia. Alcune sono vere e proprie dipendenti pubbliche, come, ad  esempio, le venditrici della Corte pretoriana di Palermo, alle quali era affidato il compito di pignorare e mettere all’asta i beni dei debitori morosi. Negli anni  1341-­1410, sette delle quindici pubbliche venditrici in servizio per la Corte pretoriana erano ebree, le  rimanenti cristiane. Più rare le imprenditrici in proprio, attività di solito riservata a donne di estrazione sociale elevata, e spesso nel caso in cui, rimaste  vedove,   continuassero l’attività del  marito defunto. É il caso di Pina Spatafora, appartenente alla famiglia dei conti Spatafora, una delle più importanti famiglie siciliane del Trecento. Vedova del mercante catalano Bernardo  Roudus, dopo la morte di questi continuò a esercitare il commercio, essendo socia di Pietro de Bertolino. Risposatasi in seconde nozze, riuscì a mantenere la tutela dei figli avuti dal precedente matrimonio, nonostante le proteste dello zio materno, che ricorse inutilmente al sovrano. Sono tutte donne accomunate dal coraggio di mettersi in gioco e difendere i  propri diritti, in una società che le mantiene in una condizione inferiore e subalterna rispetto agli uomini. Citiamo i casi emblematici di Rosa e Grazia, due donne di diversa condizione sociale. Rosa è la schiava del mercante genovese Iacopo de Vivaldis. L’uomo, in punto di morte, nel suo testamento, che porta la data del 13 agosto 1400, si ricorda di lei:la rende “liberta”, sollevandola dalla schiavitù, a  condizione che lavori ancora nella sua casa per quattro anni dopo la sua morte. Rosa rispetta il  patto. Continua a servire la moglie e i figli del padrone, aspettando il momento in cui, allo scadere dei quattro anni, potrà godere della  sua riacquistata libertà.  Ma dall’altra parte non si vogliono rispettare le disposizioni testamentarie, e Rosa viene ceduta a un altro mercante genovese, Tommaso Spinola, che la tiene  ancora come schiava (qui dictam Rosam libertam retinebat ut servam). La ragazza, con grande determinazione – pensiamo all’enorme differenza di  condizione rispetto ai ricchi e potenti mercanti genovesi che costituiscono la sua controparte – non esita a far valere i suoi diritti dinanzi alla Curia Arcivescovile di Palermo. Riesce a vincere, proprio grazie a quel prezioso documento, il testamento di Jacopo de Vivaldis, che è in grado di esibire al processo e dal quale risulta inequivocabilmente il suo   nuovo status. Ma non sempre le battaglie legali si concludono col lieto fine. Che le violenze domestiche siano sempre esistite contro le donne, ce lo testimonia la vicenda di Grazia, figlia di mastro Giovanni. Il carnefice è il marito, un insospettabile notaio, Vivulo  De  Vivulis, ben inserito nella ricca borghesia palermitana del Trecento, fratello  di un ricco mercante. Grazia si sposa nel febbraio del 1338, portando al marito una dote cospicua, come si conviene alla sua condizione di figlia di un maestro artigiano e sorella di un uomo di chiesa, l’abate Ippolito:30 onze di corredo e oggetti, 29 in contanti, una vigna del valore di 60 onze e una schiava saracena ma battezzata di nome Antonia.  Appena un mese dopo il matrimonio, grazie anche all’apporto economico della moglie e del cognato, che gli presta una grossa somma di denaro, il notaio acquista una casa a due piani alla  Kalsa. Nonostante queste premesse, il matrimonio non dura più di due anni, a causa delle continue violenze dell’uomo sulla moglie:arriva addirittura a cavarle un occhio e ad attentare alla sua vita. Lei lo denuncia e chiede la separazione. Ne segue un’estenuante battaglia legale che si consuma tra Corte pretoriana, Curia arcivescovile e Magna Regia Curia. Alla fine, nonostante che la donna sia difesa da uno dei più importanti giuristi del Roberto  de  Cripta, iuris civilis professor, e che il notaio sia stato condannato a versarle gli alimenti nella misura di 8 onze all’anno, la vicenda si  conclude a vantaggio del marito e in modo drammatico per la donna. Il De Vivulis non solo non versa il dovuto, ma ottiene dalla  magna regia Curia una sentenza che lo solleva da questo obbligo e che sancisce la divisione dei  beni comuni, compresa la dote, senza computare nel calcolo gli alimenti mai versati in passato. Ancora una volta Grazia si difende e ricorre avverso alla sentenza presso lo stesso tribunale, ma pochi mesi dopo muore, nel febbraio ’42, esattamente a  distanza di appena quattro anni dall’infelice matrimonio (è facile immaginare che i maltrattamenti subiti abbiano contribuito alla sua prematura scomparsa) e il marito ha buon gioco nell’ottenere dalla regia Curia, appellandosi a una consuetudine palermitana che viene interpretata in maniera tendenziosa, il riconoscimento del suo diritto alla metà dei beni comuni, visto che la divisione era avvenuta quando la moglie era ancora in vita. Un caso davvero eclatante di giustizia di  parte, anzi di genere. Negli atti relativi, viene appena sfiorato il tema delle violenze domestiche, che sembra non incidere sulle decisioni di tipo economico. Per questo Grazia, che vive nella Palermo medievale, cosi lontana  cronologicamente da quella attuale, diventa un po’ il simbolo di quel coraggio delle donne che, vittime di chi dovrebbe amarle in ogni tempo, non smettono di lottare e difendere la propria vita e la propria dignità

                                                                                                                                                                Eliana  Calandra

Tratto da “La Palermo delle donne” di Claudia Fucarino

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.