Il Palazzo Diana di Cefalà a Palermo

Un'antica “domus” poco conosciuta, testimonianza dell'architettura civile tardo-trecentesca della Sicilia

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Esistono luoghi che riescono a svelare il fascino segreto di un passato che a volte sembra oggi. Passeggiare per le antiche strade di Palermo, calpestando pozzanghere che riflettono le facciate degli antichi palazzi, può avere una potenza evocativa senza pari. A volte, strani fenomeni ti danno l’impressione che il tempo in cui i cavalieri camminavano su queste stesse strade non sembra così distante...”

La storia, lacunosa, del Palazzo Diana di Cefalà

Lungo l’antichissimo tracciato della via Alloro, principale asse viario della Kalsa, dove un tempo si affacciavano i palazzi dei più bei nomi dell’aristocrazia siciliana, sorge, posto tra il vicolo Sciara e il vicolo Cefalà, un palazzo arrivato ai nostri giorni cadente e dimesso, deturpato dagli uomini e dall’avversa fortuna, ma che un tempo doveva essere tanto bello quanto sontuoso ed elegante. Stiamo parlando di quello che conosciamo come palazzo Diana di Cefalà, un’antica “domus” poco conosciuta, benché si tratti di una testimonianza di architettura civile tardo-trecentesca che, seppure molto alterata nei suoi connotati stilistici è arrivata a noi, tutto sommato, ancora leggibile.

Una fabbrica che a guardarla adesso riserva soltanto la delusione di aver di fronte un edificio banale, anonimo e apparentemente senza storia. Infatti, considerata l’attuale triste decadenza, è difficile poter scoprire qualche traccia della vita che, in passato, vibrò dentro questa antica casa da signore.

Le ripetute manomissioni che si sono protratte nel corso dei secoli, i danneggiamenti bellici, l’incuria e le squallide ricostruzioni del dopoguerra hanno sfigurato l’originaria struttura della fabbrica che sembra risalire alla seconda metà del XIV secolo, periodo storico caratterizzato dall’egemonia delle grandi famiglie feudali che modificarono l’assetto urbano della città edificando palazzi che dovevano rappresentare il segno tangibile del loro potere.

Palazzo Diana di Cefalà - particolare della finestra bifora

In realtà i molteplici elementi comuni tra il palazzo di via Alloro e l’architettura isolana di quell’epoca costituiscono un criterio sufficientemente valido per attribuire il palazzo a un periodo che può oscillare tra il quinto e il settimo decennio del Trecento.

Difatti sulla storia del Palazzo, si hanno poche notizie certe: allo stato attuale, non esistono dati documentali di alcun genere che possano far luce sulla primaria committenza e sulle vicende costruttive del palazzo, né tanto meno comprovare la sua eventuale originaria destinazione, che, almeno inizialmente, era certamente residenziale.

Si cominciano ad avere notizie del palazzo a partire dal XV secolo, quando divenne la residenza palermitana della famiglia degli Opezzinga (primi proprietari individuati nella storia di questa fabbrica), nobile e ricca famiglia di origini pisane che si installò a Palermo durante il dominio aragonese, città nella quale ebbe grande prestigio e dove alcuni suoi esponenti rivestirono importanti cariche pubbliche.

Alcune fonti storiche affermano che nella seconda alla metà del Quattrocento, probabilmente durante il regno di Giovanni II d’Aragona, il palazzo fu sede della Regia Zecca (almeno saltuariamente) dove furono “battuti” Pierreali aragonesi d’argento e d’oro: nonostante la maggior parte delle tipologie di Pierreali siano assegnati a Messina che era la zecca che più operava a quell’epoca.

Nel corso della sua lunga storia, l’edificio di via Alloro è passato in proprietà di diverse nobili famiglie. Nel 1643 il palazzo fu venduto al principe di Cutò e marchese di Lucca Alessandro Filangeri artefice di tutta una serie di significative riconfigurazioni. Successivamente, negli ultimi anni del Seicento, dopo un ulteriore passaggio di proprietà, l’immobile passò a Nicolò Diana duca di Cefalà che, dopo una radicale opera di ristrutturazioni, abbellimenti e decorazioni degli ambienti interni, ne fece la propria residenza ufficiale (a partire da allora il palazzo di via Alloro venne indicato sotto la nuova denominazione di palazzo Cefalà). Infine, nella seconda metà del XIX secolo, il palazzo pervenne ai Pilo conti di Capaci: a questi ultimi nobili proprietari sono probabilmente da ascrivere alcuni resti di affreschi che decoravano, fino a non molto tempo fa, il piano nobile.

Palazzo Diana di Cefalà: l’architettura

L’originaria struttura dello storico palazzo è tornata parzialmente alla luce nel corso di moderne opere di ristrutturazione. Essa è costituita da un edificio dallo squadro semplice e regolare, dove sono evidenti i caratteri dell’arte “chiaramontana” (l’architettura siciliana del trecento, assume la denominazione impropria di “chiaramontana”, dal nome della potente famiglia che più di ogni altra influenzò la cultura architettonica di questo particolare periodo artistico).

Palazzo Diana di Cefalà - ingresso
Ingresso del Palazzo Diana di Cefalà

Si eleva per l’altezza di due piani, con la facciata principale, la parte architettonicamente più interessante dell’immobile, caratterizzata da quel che resta di un quadruplice ordine di archi acuti evidenziati dal caratteristico effetto bicromo dovuto all’alternanza di piccoli conci di calcare bianco e di basalto lavico dal colore scuro, che racchiudono al loro interno splendide trifore con motivi decorativi a zig-zag, sormontate da pregevolissimi rosoni traforati: purtroppo, nel tempo, sono stati notevolmente sfigurati con il tamponamento degli stessi e l’apertura di finestre e balconcini.

Stesso schema decorativo (anche se ancora più mortificato) troviamo nella facciata laterale che prospetta su vicolo Sciara dove, in basso, è dato osservare tracce di un arco a tutto sesto di un portale tamponato. Nello stesso lato è ancora possibile scorgere grandi portali arcuati che un tempo furono le aperture delle scuderie del palazzo.

Il prospetto principale prospicente via Alloro, dove ancora, alla base delle grandi arcate, si può notare un pezzo superstite di una cornice marcapiano in pietra finemente scolpita a motivi floreali, è concluso superiormente da un cornicione in pietra tufacea formato da elementi aggettanti.
Nella parte basamentale, sfigurata da sciatte manomissioni, priva di elementi architettonici di pregio, a parte alcune tracce di portaletti d’ingresso e qualche feritoia che si apre nel grezzo paramento murario, il manufatto presenta un massiccio portale a sesto poligonale ancora decoroso seppure malandato, risalente alla seconda metà del XVI secolo. Da qui, attraverso un andito di ingresso carrabile, si arriva in un cortile interno.

Degli ambienti interni del palazzo dove, fino a qualche decennio prima dell’ultima guerra mondiale si potevano ancora ammirare alcuni soffitti piani a cassettoni con travi decorati e dipinti, oggi nulla si conserva, tutto si è cancellato, tutto si è dissolto. Dell’antica dimora degli Opezzinghi le uniche sopravvivenze di rilievo sono i resti delle imponenti archeggiature medievali del prospetto principale, rimaste come eloquente “segno della memoria”: testimonianza di un passato totalmente scomparso e dimenticato.

Un Palazzo che merita un restauro radicale

Da anni si attende il restauro dell’immobile, in più occasioni si è parlato del suo recupero ma fino ad oggi sono stati effettuati soltanto alcuni interventi di messa in sicurezza: un vero e proprio restauro è rimasto sempre sulla carta. Un rapido intervento da parte del Comune (uno dei proprietari dell’immobile) sarebbe auspicabile viste le attuali condizioni di degrado, in considerazione del fatto che si tratta di un immobile di notevole valore architettonico che, assieme allo Steri (gli schemi decorativi delle trifore di palazzo Cefalà presentano evidenti analogie con le finestre del palazzo dei Chiaramonte), palazzo Gualbes e palazzo Santamarina (recentemente restaurati) rappresenta una delle maggiori emergenze di arte trecentesca della nostra città. Urge una ristrutturazione che metta fine al penoso stato di incuria e degrado di oggi che miri al recupero e alla valorizzazione dell’edificio nella sua interezza, per restituire al monumento nuova vita e nuova dignità, oltre che quei valori architettonici e decorativi conferitigli da una secolare vicenda storica stratificata nel tempo.

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

1 COMMENTO

  1. Se il comune tarda nella ristrutturazione dell’immobile, lo si potrebbe recuperare e renderlo al suo originario splendore attraverso il FAI….bisognerebbe fare capire al Comune e alla Regione come il far risorgere tutto il patrimonio artistico della città porterebbe lustro, eleganza, Risorgimento, lavoro ad una città che oggi risulta impoverita, sporca, non internazionale, e dove il tema principale è parlare sempre delle vicende di Mafia…..il potenziale artistico rinnovato porterebbe benessere, maggiore senso civico e splendore……. è su questo che bisogna puntare

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