Il Palermo che rinacque dalle ceneri: l’estate in cui la città si riprese il calcio

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Il 17 agosto 1987, un lunedì di piena estate, alla Favorita si presentarono circa tremila persone per assistere a un semplice allenamento. Ci furono cori, entusiasmo e lunghissimi applausi. Molti avevano perfino la sciarpa rosanero al collo, sfidando il caldo.

Per capire come si arrivò a una scena del genere bisogna tornare indietro di un anno, a quando Palermo perse la sua squadra di calcio.

Come si arrivò al disastro

La caduta era cominciata molto prima del fallimento. Il 23 febbraio 1985 l’ingegnere Roberto Parisi, presidente del club, venne ucciso in un agguato mafioso insieme al suo autista. La società passò nelle mani di Salvatore Matta, avvocato, affiancato dal costruttore Franco Schillaci. Da quel momento i conti divennero un pozzo senza fondo.

Sul campo il Palermo galleggiava. Nella stagione 1985/86 si salvò in Serie B all’ultima giornata battendo 2-1 il Monza già retrocesso con il gol decisivo di un ragazzo della Primavera, Giovanni Tarantino. Fuori dal campo però gli stipendi arrivavano con mesi di ritardo e lo spogliatoio era ormai allo sbando.

In quel clima esplose il secondo scandalo del calcioscommesse, il cosiddetto Totonero bis. Buona parte della rosa rosanero finì coinvolta, tra squalifiche pesanti e sanzioni per omessa denuncia. Al club vennero comminati cinque punti di penalizzazione per il campionato successivo, punti che non avrebbe mai scontato.

L’estate del 1986 fu una lunga agonia. I calciatori misero in mora la società, i più esperti abbandonarono il ritiro di Sarentino uno dopo l’altro, il tecnico Fernando Veneranda si ritrovò a schierare ragazzini. La Lega concesse una proroga per l’iscrizione, poi un’altra, poi ancora ventiquattro ore. Il sindaco Leoluca Orlando e il ministro per gli Affari Regionali Carlo Vizzini fecero la spola con Roma, un gruppo di imprenditori siciliani provò a subentrare, ma quando si lessero le carte la cifra fece paura: oltre ventidue miliardi di lire di debiti, con più di centoquaranta creditori.

Il 7 settembre 1986 la Società Sportiva Calcio Palermo giocò l’ultima partita della sua storia, una sconfitta in Coppa Italia. Due giorni dopo la Lega bocciò l’iscrizione e al posto dei rosanero venne ripescato il Pescara. Poco più tardi la FIGC revocò l’affiliazione e il tribunale dichiarò il fallimento. La nostra città rimase senza calcio.

Un anno di domeniche vuote

I tifosi reagirono con rabbia. Per giorni ci furono manifestazioni e disordini per le strade, sui muri dello stadio comparve una scritta che sarebbe rimasta lì per mesi: “Sciacalli e ladri”. Poi arrivò il silenzio, che fu la parte peggiore.

Qualcuno provò a riempire il vuoto. L’Olympia, seconda squadra cittadina impegnata in Promozione, cambiò nome in Palermolympia e adottò il rosanero, senza però mai entrare davvero nel cuore della gente. Alla Favorita vennero portate partite della Nazionale olimpica e qualche amichevole di prestigio. Il 7 dicembre 1986 andò in scena Roma contro Unione Sovietica, con i giallorossi che scesero in campo con la maglia rosanero in segno di solidarietà. Sugli spalti quindicimila persone contestarono e fischiarono tutto, quella non era la loro squadra.

La rinascita sulla carta

Il 7 gennaio 1987 arrivò la svolta. Nello studio di un notaio, nacque l’Unione Sportiva Palermo., grazie alla collaborazione tra politica e l’imprenditoria cittadina: il sindaco Orlando, il ministro Vizzini, il presidente di Sicindustria Salvino Lagumina, che della nuova società divenne il primo presidente. Fu coinvolta anche la gente comune, con il comitato Pro Palermo che girò la città a raccogliere soldi, una colletta in piena regola. Il nuovo stemma portava un’aquila dalla testa bianca, scelta per rappresentare la pulizia dopo gli anni del fango.

Le regole avrebbero previsto una ripartenza dai campionati più bassi. Arrivò invece una deroga della Federazione, favorita dalla fusione tra Venezia e Mestre, che liberò un posto in Serie C2. Il Palermo lo occupò e nell’estate del 1987 si mise a costruire una squadra da zero.

In panchina andò Pino Caramanno, di Piana degli Albanesi, con Tonino Cerro come vice. Il direttore sportivo era il giovane Franco Peccenini, che allestì una rosa fin troppo attrezzata per la categoria: il portiere Pietro Pappalardo, Maurizio D’Este, Mariano Marchetti, Sossio Perfetto, Antonino Manicone, Domenico Di Carlo, Rocco Macrì, Santino Nuccio. L’obiettivo dichiarato era tornare subito in C1 e poi in Serie B, possibilmente prima dei Mondiali di Italia ’90 che la città avrebbe ospitato.

Tremila persone per un allenamento

Fonte: Wikimedia Commons – Pubblico dominio

Torniamo a quel lunedì di agosto. I tremila della Favorita arrivarono presto, si sistemarono attorno al campo e aspettarono. Chi c’era racconta che i giocatori uscirono dal sottopassaggio e rimasero fermi, travolti da un applauso che sembrava non finire mai. Fu quello il momento in cui capirono dove erano arrivati.

Due giorni dopo, il 19 agosto 1987, la Favorita riaprì ufficialmente per un’amichevole contro l’Atlético Mineiro, terza forza del campionato brasiliano, squadra che pochi giorni prima aveva liquidato con un secco 3-0 il Torino. Sulla carta, contro una formazione di C2 appena nata, c’era poco da discutere.

La commissione di vigilanza aveva autorizzato poco più di ventimila spettatori. Ne arrivarono oltre quarantamila, al punto che il calcio d’inizio venne ritardato per far entrare tutti. Tornarono i venditori di semi e di ghiaccioli, si accesero i nuovi riflettori, e per la prima volta dopo quattordici mesi in viale del Fante si giocò a pallone davanti alla città intera.

I brasiliani passarono in vantaggio nel primo tempo, con una squadra che dava spettacolo senza forzare. Poi, nella ripresa, arrivò il momento che tutti aspettavano da un anno. Un pallone recuperato a centrocampo, una palla alta a tagliare la difesa brasiliana e Santino Nuccio, attaccante palermitano di Brancaccio, partì in velocità e si presentò da solo davanti a João Leite, fortissimo portiere della nazionale brasiliana. Nuccio lo guardò uscire e lo superò con un pallonetto. Uno a uno. La Favorita venne giù, e per la prima volta dopo quattordici mesi a Palermo si poté gridare quella parola.

Nuccio avrebbe raccontato più volte di non aver mai provato un’emozione simile in carriera, nemmeno su palcoscenici molto più grandi. A un quarto d’ora dalla fine l’Atlético Mineiro segnò il 2-1 e portò a casa la partita, ma il risultato contava poco. Contava aver rivisto il rosanero in campo, contava vedere undici uomini che lottavano per una città che aveva fame di calcio.

Quello che venne dopo

Il campionato cominciò il 20 settembre, contro avversarie che si chiamavano Valdiano, Afragolese, Ercolanese, Nola, Vigor Lamezia. Il Palermo era stato inserito nel girone D della Serie C2, quello che raccoglieva le siciliane, e lo vinse senza discussioni: quarantanove punti, diciannove vittorie, cinquantasette gol segnati, promozione in C1 davanti al Giarre. Nella primavera successiva alla Favorita passò anche l’Ajax e se ne tornò a casa con un 4-0 sul groppone.

Tremila persone a un allenamento di agosto, quarantamila per un’amichevole: la città aveva appena fatto capire a tutto il mondo cosa significa essere il Palermo.

Nel video lo storico gol dell’1-1 di Santino Nuccio.

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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