In un’epoca di splendori barocchi e intrighi nobiliari, definire “pittoresca” la medicina a Palermo nel Settecento sarebbe un eufemismo. Dimenticatevi le sale operatorie asettiche e i camici bianchi: qui si curava con rituali e improvvisazioni, tra un pettegolezzo e una processione religiosa.
Sentiamo come parla dei suoi colleghi Giuseppe Pitrè che fu anch’egli un medico di Palermo, sebbene di un secolo dopo.
Il Medico: un personaggio più simile a un nobile che a uno scienziato
La figura del medico a Palermo a quei tempi non doveva differire da quello di un aristocratico. Infatti non era solo un curatore di corpi, ma una sorta di notabile, con tanto di seguito e prestigio sociale.

Per prima cosa va chiarito che, contrariamente ai nostri giorni, c’era una bella distinzione tra medico e chirurgo. Il medico era considerato un “fisico” e nella gerarchia aveva il posto di onore, che manifestava con la sua aria grave e la sua conoscenza teorica. Il chirurgo, poveretto, era considerato inferiore, quasi un barbiere specializzato, per carità, in un’epoca in cui il barbiere esercitava diverse pratiche “mediche”. D’altronde, chi vorrebbe farsi toccare da uno che maneggia ferri e bisturi, quando si può avere un dottore che declama in latino?
Infatti, molti medici erano preti, il che, per quanto strano possa sembrare, impediva loro di esercitare la chirurgia. Ecclesia a sanguine abhorret, dicevano. La chiesa aborre dal sangue, quindi niente tagli o ferite per questi uomini di scienza e fede.
In ogni modo, l’apparenza, ovviamente, contava più della sostanza. Dunque meglio se un medico era imponente, con una voce tonante e un modo di fare aristocratico. E doveva spostarsi con tanto di carrozza, giacché secondo una antica e curiosa convinzione popolare, addio reputazione se il medico non mostrava attributi di eleganza e ricchezza! Recitava infatti un proverbio siciliano: “A mula magra, medicu ‘gnuranti“.
Diventare medico non era esattamente una passeggiata, ma nemmeno una maratona. Tre anni di studio all’università di Catania o alla Real Accademia degli studi di Palermo. Poi, via, pronti a curare la popolazione con paroloni e rimedi fantasiosi.
Allora come oggi, le prescrizioni Mediche erano un vero capolavoro di incomprensibilità. Cifre, abbreviazioni latine, ghirigori incomprensibili: un linguaggio segreto che solo gli “aromatari provetti” (i farmacisti dell’epoca) potevano decifrare. Del resto, cosa sarebbe la medicina senza un po’ di mistero e magia?
Un proverbio è rimasto a documentare quest’uso di geroglifici: Tri cosi ‘un si ponnu capiri: ricetti di medici, pòlisi di ‘mpignaturi e discursi di minchiuni (Tre cose non si possono capire: ricette dei medici, polizze di chi da prestiti e discorsi degli sciocchi).
E pensate che tramite queste formule, uno dei rimedi prescritti più frequentemente altro non era che acqua! Una “idroterapia” somministrata in diverse formulazioni che l’aromatario ben conosceva.
La medicina nella Palermo del Settecento curava il corpo e l’anima

Considerando l’antichissima commistione tra magia, fede e medicina, anche nella Palermo del ‘700, il medico non si occupava soltanto della cura del corpo, ma era fondamentale anche salvare l’anima. Così, prima di affrontare il dolore fisico, era fondamentale purificare l’anima, per cui era richiesta la confessione obbligatoria per gli ammalati dopo tre giorni di febbre l’amministrazione della Unzione sacra, se ricoverati in ospedale.
Questa pratica era imposta da prammatiche viceregie e sinodi diocesani, che minacciavano multe e carcere ai medici curanti che non la prescrivessero. L’uso era talmente diffuso che nessuno si allarmava per il frequente scampanio delle parrocchie che annunciava e invitava al Viatico, né per il tintinnio che accompagnava il suo passaggio per le strade. Il medico doveva annotare il giorno della confessione sulla “polizza del Viatico sacramentale” per giustificare la sua condotta in caso di necessità.
Come si curavano i malati nel Settecento
La medicina del Settecento in Sicilia era caratterizzata da un approccio integrato che combinava elementi scientifici, credenze popolari e pratiche religiose, e lentamente facevano capolino le prime scoperte scientifiche come la Vaccinazione contro il vaiolo che a quel tempo sfregiava i volti di tantissime persone e mieteva tantissimi bambini.
Per le numerose malattie di cui non si conosceva l’origine, una pratica medica diffusissima era il salasso. Togliere sangue era considerato un toccasana per quasi ogni male. Ma guai a esagerare con la quantità di sangue sottratta!
Inoltre, sembra che le malattie della pelle rappresentavano un problema significativo, affliggendo un numero straordinario di persone. La Deputazione dell’Albergo generale dei poveri si lamentava che tra i 400 ricoverati molti fossero scabbiosi.
La medicina popolare siciliana considerava le malattie cutanee come una manifestazione degli “umori cattivi” del sangue, piuttosto che l’esito di una scarsa igiene personale e del contagio interpersonale. Questa convinzione era un retaggio della dottrina che influenzò sia il popolo che i medici, tanto che le cure, talvolta, erano peggio della malattia stessa!
Un quadro grottesco, ma non del tutto negativo
Certamente il quadro appare impietoso e la figura del medico del XVIII secolo rasenta il grottesco, tuttavia bisogna essere indulgenti. Poche erano le conoscenze scientifiche e pochissimi i rimedi davvero efficaci, per cui si andava avanti, spesso grazie all’esperienza. Non esisteva un servizio di cura istituzionale valido e in questo contesto di diffusa sofferenza, molte delle cure erano affidate ad opere caritatevoli di frati e suore. Tra queste, a Palermo, nella zona di via Papireto, la “Casa Filippone” rappresentava un’istituzione di fondamentale importanza. Fondata da Don Ignazio Filippone, la Casa era un ospedale, infermeria e ambulatorio femminile dedicato alle povere donne inferme.
Le “Figlie della Carità”, dette anche “Serve delle povere donne inferme“, prestavano la loro opera nella “Casa” fondata nel 1727 dal sacerdote Nicolò Filippone, dove si provvedeva con carità a lenire i dolori dei sofferenti privi di cure, proprio grazie alla collaborazione di alcuni medici illustri dell’epoca che offrivano gratuitamente le loro prestazioni.
L’istituzione, pur modesta nei mezzi, suppliva alla mancanza di strutture mediche comunali e all’assenza di un sistema di soccorso domiciliare. La Casa Filippone, con il suo spirito di carità e dedizione, rappresentò un importante punto di riferimento per i malati indigenti della Palermo del ‘700.
Certo, il racconto del Pitrè sulla medicina del ‘700 a Palermo può averci fatto sorridere, ma non bisogna dimenticare il contesto. Era un’epoca di transizione, in cui le antiche credenze convivevano con i primi vagiti della scienza moderna, e, in fondo, medici, chirurghi e santoni facevano del loro meglio per alleviare le sofferenze della popolazione. Con i mezzi che avevano a disposizione, ovviamente, il che non è poco!
Saverio Schirò
Fonti:
- Giuseppe Pitré, Medicina Popolare siciliana, Carlo Clausen editore, Torino-Palermo 1896 in archive.org
- Giuseppe Pitrè, La vita in Palermo 100 e più anni fa, vol 2, Barbera editore, Firenze 1950 in gutenberg.org