Il 20 agosto 1699 rappresenta una data significativa nella storia urbana e amministrativa di Palermo. In quel giorno il viceré di Sicilia Pedro Manuel Colón de Portugal, VII duca di Veragua, pose la prima pietra del nuovo Palazzo della Zecca di Palermo, destinato a diventare uno dei più importanti edifici amministrativi ed economici della città.
La nuova sede sorse nell’area di piazza Marina, nel quartiere della Kalsa, allora centro nevralgico del potere politico, commerciale e portuale della capitale del Regno di Sicilia. In un momento di forte instabilità per la monarchia spagnola – Carlo II sarebbe morto appena un anno dopo, aprendo la crisi della successione spagnola – il rafforzamento della Zecca rappresentava un preciso progetto politico ed economico: consolidare il controllo finanziario del Regno di Sicilia e modernizzare le strutture amministrative della capitale mediterranea della Corona.
La costruzione del nuovo complesso segnò il trasferimento delle attività della Regia Zecca in una sede più ampia e moderna rispetto a quella precedente, che col tempo sarebbe stata ricordata dai palermitani come “Zecca Vecchia”. Nel parlato popolare l’espressione si trasformò successivamente in “Sicchia Vecchia”, dando origine al toponimo del “cortile del Secco”, ancora oggi presente nella toponomastica cittadina.
Il viceré duca di Veragua

Il promotore della nuova fabbrica della Zecca fu Pedro Manuel Colón de Portugal, VII duca di Veragua, appartenente alla famiglia dei discendenti di Cristoforo Colombo. Il nobile spagnolo ricoprì la carica di viceré di Sicilia dal 1696 al 1701, durante gli ultimi anni del dominio asburgico sull’isola.
Figura di rilievo nella corte di Carlo II, il duca di Veragua fu anche membro del Consiglio di Stato spagnolo. Gli studi storici più recenti sottolineano il suo ruolo nella difficile fase finale della monarchia spagnola e nella gestione politica dei territori italiani soggetti alla Corona.
La decisione di costruire una nuova sede della Zecca a Palermo si inseriva dunque in una più ampia politica di rafforzamento delle strutture amministrative del Regno, in un periodo in cui la Sicilia continuava a rappresentare uno snodo strategico nei traffici del Mediterraneo.
Il progetto del nuovo Palazzo della Zecca
La nuova fabbrica, avviata nel 1699 e completata nei primi anni del Settecento, rappresentò uno degli ultimi grandi interventi urbani della Palermo spagnola prima della fine del dominio asburgico.
Secondo alcune fonti architettoniche, il progetto del nuovo Palazzo della Zecca è attribuito all’architetto Giuseppe Massa, figura attiva nella Palermo tardo-barocca tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento. L’attribuzione non è unanimemente documentata, ma il nome di Massa ricorre in diverse ricostruzioni storiche legate agli interventi urbanistici promossi durante il viceregno del duca di Veragua.
Il complesso, costruito su un terrapieno prospiciente piazza Marina, presentava una rigorosa pianta quadrangolare con ampia corte interna e loggiati destinati alle attività amministrative e operative. La struttura disponeva originariamente anche di terrazze laterali che contribuivano a dare maggiore imponenza al prospetto.
La collocazione non fu casuale. Piazza Marina rappresentava il grande spazio urbano della Palermo viceregia affacciato verso la Cala, il porto storico della città. Qui si concentravano palazzi nobiliari, uffici pubblici, sedi giudiziarie e le principali attività commerciali legate ai traffici marittimi.
Il Palazzo della Zecca si inserì quindi in un sistema urbano strategico, quasi a voler affermare visivamente il controllo della monarchia spagnola sull’economia del Regno di Sicilia.
Come funzionava la Zecca
La Zecca di Palermo era il luogo dove venivano prodotte le monete ufficiali del Regno di Sicilia. All’interno dell’edificio operavano incisori, fonditori, saggiatori e maestri di zecca specializzati nella lavorazione dei metalli preziosi.
Il procedimento di coniazione seguiva regole rigidissime. Oro, argento e rame venivano fusi, ridotti in lamine, tagliati in tondelli e successivamente impressi con i conii ufficiali del sovrano. Ogni moneta doveva rispettare peso e titolo stabiliti dalla Corona. In un’epoca in cui la fiducia economica dipendeva direttamente dal valore intrinseco del metallo, la precisione era fondamentale.
La lotta contro la falsificazione e la cosiddetta “tosatura” delle monete – pratica diffusissima nel Seicento – costituiva una delle principali preoccupazioni delle zecche europee.
Le monete coniate a Palermo

Negli anni della costruzione del nuovo palazzo vennero coniate a Palermo diverse emissioni in nome di Carlo II di Spagna, ultimo sovrano degli Asburgo spagnoli. Tra queste si ricordano i Grani in rame e i Reali in argento prodotti proprio nel 1699.
Le monete della Zecca palermitana erano facilmente riconoscibili grazie ai simboli e ai marchi identificativi della città. Molte riportavano l’aquila siciliana, stemmi reali o iscrizioni latine dedicate al sovrano.
Per secoli, le monete coniate a Palermo circolarono non solo in Sicilia, ma anche nei principali scali commerciali del Mediterraneo, accompagnando i traffici marittimi e i commerci che legavano l’isola alla Spagna, a Napoli, a Genova e ai porti del Nord Africa.
Tra le curiosità numismatiche più interessanti vi era l’abitudine di correggere manualmente il peso delle monete d’argento attraverso piccole incisioni superficiali sui tondelli, pratica documentata nelle zecche siciliane dell’epoca per garantire l’esatta corrispondenza ai parametri ufficiali.
La Zecca di Palermo mantenne per quasi un secolo e mezzo un ruolo centrale nell’economia isolana, diventando una delle più importanti officine monetarie del Mediterraneo occidentale.
La fine della Zecca di Palermo
Negli ultimi anni di attività della Zecca palermitana vennero ancora autorizzate alcune emissioni monetarie. Tra il 1835 e il 1836 il luogotenente generale dei Reali Domini al di là del Faro, Leopoldo di Borbone, con disposizioni approvate da Ferdinando II, ordinò la coniazione di nuove monete nella Zecca di Palermo.
A realizzare i conii fu l’incisore Bartolomeo Costanzo, tra gli ultimi artisti legati alla storica officina monetaria cittadina. Quelle emissioni rappresentarono di fatto l’ultima stagione produttiva della Zecca prima del definitivo trasferimento delle attività a Napoli nel 1836. Con quella decisione Palermo perdeva uno dei suoi più antichi e prestigiosi istituti monetari, simbolo per secoli dell’autonomia amministrativa ed economica del Regno di Sicilia.
La perdita della Zecca rappresentò anche un segnale del progressivo ridimensionamento del ruolo politico della città nel nuovo assetto del Regno delle Due Sicilie. In ogni caso, l’attività di coniazione sarebbe cessata definitivamente pochi decenni dopo con l’Unità d’Italia e l’adozione di una moneta nazionale unica.
Con la perdita della funzione originaria, l’edificio venne adattato a nuove esigenze amministrative dello Stato borbonico e poi unitario. Nell’Ottocento ospitò la Consulta di Sicilia e successivamente uffici finanziari del Regno.
Nel 1855 il palazzo venne sottoposto a una significativa ristrutturazione diretta dall’architetto Giuseppe Selvaggio, intervento che modificò sensibilmente l’aspetto originario dell’edificio. Scomparvero le terrazze laterali e parte dei loggiati interni venne chiusa e trasformata in corridoi. Anche il portale settecentesco subì modifiche legate alle nuove esigenze funzionali degli uffici amministrativi.
Curiosamente, durante la fase dell’unificazione italiana, si tentò ancora di restituire a Palermo un ruolo nella produzione monetaria. Un decreto del prodittatore della Sicilia del 17 agosto 1860, il n. 159, emanato durante il governo garibaldino dell’isola, disponeva infatti l’unificazione del sistema monetario siciliano con quello italiano e prevedeva nuove coniazioni nella Zecca di Palermo. Il progetto, tuttavia, non ebbe seguito concreto e l’antica officina monetaria palermitana non tornò più in attività.
Il Palazzo della Zecca oggi

Oggi il Palazzo della Zecca continua a essere uno degli edifici storici più rappresentativi della Palermo viceregia. Nonostante le trasformazioni subite nei secoli, il complesso conserva ancora gran parte dell’impianto architettonico originario voluto dal duca di Veragua alla fine del Seicento.
Negli ultimi anni il palazzo è tornato al centro dell’attenzione culturale cittadina grazie a iniziative di valorizzazione del patrimonio storico del quartiere della Kalsa e dell’area di piazza Marina. Il grande atrio dell’edificio è stato inserito anche nei percorsi di manifestazioni culturali come “Le Vie dei Tesori”, che periodicamente apre al pubblico luoghi storici normalmente non accessibili.
L’edificio continua inoltre a suscitare interesse tra studiosi di architettura e storia urbana per il suo ruolo nella trasformazione della Palermo barocca tra XVII e XVIII secolo. La sua posizione strategica tra la Cala, piazza Marina e il cuore della Kalsa lo rende ancora oggi uno dei punti più significativi della memoria storica cittadina.
Passeggiando davanti al severo prospetto del palazzo è difficile immaginare il fervore che animava quei cortili alla fine del Seicento: il rumore dei martelli sui conii, il lavoro degli incisori, il controllo dei metalli preziosi e la nascita materiale della moneta del Regno di Sicilia. Eppure proprio lì, tra quelle mura costruite a partire dal 20 agosto 1699, Palermo riaffermava il proprio ruolo di capitale economica del Mediterraneo spagnolo.
Nicola Stanzione