Relativamente all’anno di costruzione del Ponte dell’Ammiraglio, il 1113 – per quanto indicato anche in “autorevoli” scritti – è piuttosto improbabile. Giorgio d’Antiochia (o Antiocheno) nacque fra il 1080 e il 1090 (non si può essere meno imprecisi) e nel 1114 era ancora semplicemente lo stratigòto (termine bizantino che indicava un magistrato cittadino) di Giattini (l’attuale San Giuseppe Jato) e soltanto dal Maggio del 1125 si ha notizia del suo titolo di “ammiraglio degli ammiragli” (dall’Arabo) o di “arconte degli arconti” (dal Greco), che assommava le cariche di supremo comandante militare e di “primo ministro”. Se proprio, dunque, si vuole “datare” la costruzione del ponte in questione si può prudenzialmente affermare che esso fu edificato nel secondo quarto del XII secolo.

Il Ponte dell’Ammiraglio, a seguito di deliberazione del Senato palermitano, fu consolidato nel 1672 e restaurato nel 1772 dopo una rovinosa piena dell’Oreto di quell’anno.

Dobbiamo a Francesco Crispi la notizia, che ne scrive nell’anno 1839 sul giornale “Oreteo”, da egli stesso fondato, che il corso dell’Oreto fu deviato – dopo vari tentativi, durati oltre 10 anni – nel 1786 sia pure non totalmente, perché un suo braccio (minore o stagionale?) continuava a scorrere sotto gli archi più meridionali del Ponte dell’Ammiraglio, il quale (così scrive sempre il Crispi) era in gran parte interrato. La deviazione dell’Oreto nel 1786 è riportata anche nel “Dizionario delle strade di Palermo” (1875) di Carmelo Piola.

Talune altre fonti riferiscono, invece, di una deviazione dell’Oreto nel 1838; in realtà, in diverse carte topografiche – anche pre-ottocentesche – si può notare che in prossimità della foce l’Oreto era diviso in più rami, di cui quello che scorreva sotto il Ponte dell’Ammiraglio perse via via vigore.

E così – contrariamente ad una certa “folkloristica” storiografia – la battaglia del 27 Maggio 1860 fu combattuta… “all’asciutto”, giacché le truppe borboniche erano schierate sotto le arcate del Ponte dell’Ammiraglio, in quanto già da tempo – e cioè dai primi anni del XV secolo – l’Oreto non scorreva più stabilmente sotto di esso per il progressivo interramento e innalzamento dell’alveo del fiume, il quale, in massima parte, era costituito da quel ramo che poi scorrerà sotto il vicino Ponte delle Teste Mozze, che, tuttavia, ebbe tale nome soltanto a partire dal 1779, anno in cui fu trasferita nelle sue vicinanze la piramide, prima nel piano di Sant’Erasmo, nelle cui nicchie si esponevano le teste dei decapitati (alias… decollati).

Detto ponte – secondario e principale ad un tempo – fu prima in legno e poi, dal 1577, in pietra a due arcate; esso è già presente nella carta topografica di Braun-Hogenberg (1581) e verrà sostituito negli anni 1834-1836 in stile neo-rinascimentale a tre arcate (a sesto ribassato quella centrale, a tutto sesto le due, assai più piccole, laterali). E, dunque, la “battaglia del Ponte dell’Ammiraglio” si svolse, dunque, in gran parte, sul… Ponte delle Teste Mozze, su cui i Borboni avevano piazzato delle batterie d’artiglieria, superate dai Garibaldini a moschettate e con gravi perdite per aprirsi la strada verso lo Stradone di Porta di Termini. D’altronde, che sotto il Ponte dell’Ammiraglio il 27 Maggio 1860 non passassero le acque dell’Oreto è sufficientemente testimoniata da talune foto di Eugène Sevaistre, una sorta di “fotografo ufficiale” della spedizione dei Mille, scattate proprio nel 1860. La “datazione 1838” sia del Ponte delle Teste Mozze sia della deviazione del Fiume Oreto nasce probabilmente da un “equivoco”: in tale anno il ponte in questione fu certamente rinforzato – e rimaneggiato – nell’ambito di una complessiva manutenzione straordinaria delle Regie Trazzere siciliane.

Nel 1881 il Fiume Oreto va in piena e straripa “riempiendo” la bassura della Scaffa e provocando grandi danni alla Chiesa della Madonna del Fiume (ora la bruttissima Nostra Signora del Carmelo, nell’orrenda “sistemazione” datale attorno al 1950) e, soprattutto, all’antistante cimitero (in realtà una fossa comune) “dei Decollati”.

Da una fotografia di autore ignoto del 1910 e da un articolo del 1931 di Roberto Lojacono, corredato da foto, si ha chiara notizia che l’area prossima al Ponte dell’Ammiraglio fosse già “asciutta” e coltivata; sempre nel 1931 – a seguito della storica alluvione del Febbraio di quell’anno – l’Oreto “rioccupa” temporaneamente l’antico alveo sotto il Ponte dell’Ammiraglio.

Negli anni 1933-1940, allorché fu portato a termine il ponte che prolungava Via Oreto (inaugurata nel 1793 e completata nel suo primo tratto nel 1822) oltre Via Stazzone, il corso del fiume fu “rettificato” come ancora oggi si può vedere, e il Ponte dell’Ammiraglio “isolato”.

Sono, in ultimo, degli anni ’70 ulteriori lavori di cementificazione dell’alveo del Fiume Oreto che hanno definitivamente reso tale corso d’acqua una cloaca a cielo aperto.

Gli archi originari del Ponte dell’Ammiraglio sono undici: cinque a sesto acuto (lascito culturale dell’architettura islamica) e sei (di alleggerimento) a tutto sesto. La dodicesima arcata, lato monte, è un’aggiunta ottocentesca – che conglobò anche un preesistente ponticello settecentesco voluto dal marchese Tommaso Natale – e sovrastava il “canale Battaglia” così detto perché serviva un mulino omonimo.

Recenti verifiche hanno evidenziato le non ottimali condizioni di conservazione del manufatto, sia riguardo all’aspetto strutturale (ad esempio, lesioni ai conci delle arcature), sia inerenti all’insufficiente drenaggio e scorrimento delle acque meteoriche, per cui il ponte risulta, di fatto, insistente su un sedime alquanto umido se non addirittura perennemente imbibito.

Agostino Marrella

 

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