Le carceri delle donne a Palermo: dal Santo Uffizio a Pagliarelli

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Per comprendere la storia delle carceri delle donne a Palermo dobbiamo parlare anche delle profonde disuguaglianze che per secoli hanno segnato la condizione femminile. Il carcere, come lo intendiamo oggi, è un’invenzione relativamente recente e la gestione di tutte quelle donne che infrangevano la legge, la morale o semplicemente le aspettative della società, nelle epoche passate era condizionato dalla condizione sociale di chi aveva commesso il reato. Così, nobildonne, borghesi, popolane, prostitute, mendicanti o presunte peccatrici venivano rinchiuse in istituzioni differenti, ciascuna con regole, condizioni e finalità proprie.

Una duchessa e una venditrice di pesce della Vucciria potevano commettere lo stesso reato e ritrovarsi a poche centinaia di metri di distanza, ma separate da un universo di privilegi, trattamenti e destini.

Il convento come cella dorata

Non conosciamo con esattezza dove si trovassero le carceri delle donne nella Palermo medievale, sappiamo però che da tempi remoti per le donne di rango la questione si risolveva in modo molto più discreto. Una nobildonna che avesse commesso un reato grave, o che semplicemente avesse disonorato la famiglia con una relazione sbagliata, veniva chiusa in un monastero. Le clausure palermitane, e la città ne era piena, funzionavano anche da deposito per figlie ribelli, mogli scomode e vedove ingombranti. Si trattava di una detenzione a tutti gli effetti, con la clausura imposta e le visite controllate, ma accompagnata da una camera propria, talvolta da una servitù e da una dieta ben diversa da quella della Vetriera. La pena aveva la stessa durata, ma lo sguardo del mondo non arrivava a macchiarla.

La Vetriera e la giustizia dei poveri

Chi non aveva un tribunale speciale a interessarsi di lei o apparteneva al popolino finiva altrove. La Vetriera, il carcere cittadino collocato dalla tradizione nella omonima via nei pressi della Magione, a pochi passi dalla Kalsa, accoglieva donne del popolo accusate di furti, risse, vagabondaggio o di quel generico “malaffare” che copriva soprattutto la prostituzione. Qui la pena non aveva alcuna pretesa di redenzione. Si stava ammassate in ambienti comuni, sulla paglia, con la promiscuità che questo comporta, e la sopravvivenza dipendeva dai parenti che portavano pane e minestra davanti al portone.

Le “carceri segrete” di Piazza Marina

Chi arriva oggi a piazza Marina, trova lo Steri, il massiccio palazzo trecentesco dei Chiaromonte, sede del rettorato universitario e lì accanto una strada stretta dall’ex Hotel de France intitolata Vicolo del Sant’Uffizio ai Tribunali. Se lo percorrete, alla destra un muro alto nasconde un giardino: proprio qui esisteva la sezione femminile delle carceri segrete dove venivano detenute le donne condannate per stregoneria.

L’edificio si trovava di fronte al conservatorio della Candelora (in seguito inglobato nell’ex hotel de France), un’istituzione di religiose che accoglievano ragazze del popolo che imparavano un mestiere e si mantenevano a proprie spese. Il carcere delle donne vero e proprio fu costruito a partire dal 1650, per volontà del Santo Uffizio “per la reclusione perpetua delle donne condannate per stregoneria (magare)”. Era un complesso di piccoli edifici costruiti in due piani, intorno ad un cortile dove fu edificata una piccola chiesa. In ogni piano dieci celle di 6 metri quadrati ognuna con una piccola finestra chiusa da grate.

Le detenute erano le donne, «sprigionate dalle carceri segrete» del santo Uffizio che circondava il complesso edilizio, accusate di eresia, di proposizioni contro la fede, di bigamia o di pratiche magiche in attesa di un processo che poteva durare anni. Una reclusione perpetua che univa isolamento e disciplina religiosa, in cui la giornata era scandita da preghiere e silenzio. Il cibo arrivava dall’esterno o veniva fornito dall’istituzione in quantità minime, e a chi non aveva una famiglia alle spalle la fame faceva parte della pena.

palazzo steri PW

Il Ritiro delle Zingare, redimere e non punire

Nel Settecento cambiò il vocabolario. Il problema si spostò dalla punizione alla correzione. Certamente non riguardò tuuti i generi di malefatte, ma le donne “cadute” divennero oggetto di una filantropia ansiosa. Intorno al 1749 il parroco di San Nicolò all’Albergheria, Isidoro del Castillo, diede vita a un ricovero nel quartiere detto degli Zingari, davanti alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, a due passi dal Palazzo dei Normanni: il Ritiro delle Zingare. Nasceva come asilo per prostitute e donne indigenti, un luogo in cui toglierle dalla strada e insegnare loro un mestiere decente.

La vita nel Ritiro era regolata da un orario quasi monastico: sveglia all’alba, preghiere, lavori di cucito e filatura, pasti in silenzio, letture edificanti. Il lavoro serviva sia a mantenere l’istituto sia a riabilitare moralmente le ospiti. Non tutte erano lì per scelta. Alcune venivano condotte dalle famiglie, altre dalle autorità, e l’uscita dipendeva dal giudizio di chi dirigeva la casa. Nell’Ottocento la gestione passò alle suore del Buon Pastore, che ribattezzarono l’istituto “Casa di Istruzione ed Emenda”, un nome che dice molto: istruire e, soprattutto, emendare, cioè correggere un difetto.

Dopo i Borboni: le carceri delle donne diventano prigione

Con l’abolizione dell’Inquisizione i tribunali religiosi uscirono di scena e lo Stato cominciò a occuparsi direttamente delle detenute. Nei primi decenni dell’Ottocento il governo borbonico ricavò una sezione femminile da una parte dello Steri, che nel frattempo era stato anche ricovero per i poveri. Si voleva evitare che uomini e donne condividessero gli stessi spazi, ma lo si fece con gli strumenti architettonici disponibili: celle ricavate da ambienti di impianto conventuale, corridoi, cortili interni, una vita fatta di orari e rigide separazioni.

Il Ritiro, nel frattempo, andò incontro a una trasformazione progressiva. Parte dell’edificio fu adibita a carcere minorile e infine l’intero complesso divenne il carcere femminile ufficiale della città, noto come Carcere delle Benedettine dalla via su cui si affacciava. Qui restò, con alterne vicende, fino alla chiusura nel 1982, quando il degrado dell’edificio rese impossibile tenervi ancora delle persone. Anche questo era un luogo nato per la carità e finito per la pena, e l’impronta del convento era rimasta: stanzoni con tante brande, un cortile, corridoi bui, un’umidità che attraversava i muri.

Carcere delle Benedettine

Dalle Benedettine ai Pagliarelli

Dopo il 1982 le detenute vennero in un primo momento trasferite a Termini Imerese, lontano dalla città e dalle famiglie, con tutti i disagi che ciò comporta per chi aspetta le visite. Oggi le donne recluse a Palermo si trovano nella casa circondariale di Pagliarelli, intitolata ad Antonio Lorusso, un grande complesso moderno ai margini sud-occidentali della città, lontano dai quartieri storici. Nel reparto “Monti” si articolano tre sezioni, A, B e C, di media sicurezza, che ospitano donne in attesa di giudizio e condannate.

Il contrasto con le epoche precedenti è netto, niente più cortili conventuali né celle scavate in palazzi nobiliari, ma padiglioni funzionali, sbarre standardizzate, percorsi regolati da procedure. Eppure alcune domande sono rimaste invariate: come far convivere pena e dignità, come offrire un lavoro che non sia solo un passatempo, come tenere vivo il legame con i figli e con la città, che dalla periferia sembra più distante.

Fonti:

Giovanna Fiume, Strepitus silentii. I graffiti dei carcerati del Santo Uffizio a Palermo, in giornaledistoria.net
Rosario La Duca, “Il carcere delle donne” e Luisa Molines Sanfelice, in La Città passeggiata, l’Epos editrice Palermo 2002
Saverio Schirò, Il carcere ed i carcerati della Vicarìa di Palermo, in palermoviva.it
ID, Il carcere delle Benedettine (già Ritiro delle Zingare), in palermoviva.it
Aurora Romano, La trasformazione delle carceri dell’Inquisizione in penitenziario femminile, in salvare Palermo

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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