Un destino travagliato: Margherita di Navarra

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Origini e matrimonio

La regina Margherita di Navarra, come la suocera Elvira di Castiglia, era di origine spagnola, ma le due donne, rispettivamente moglie e madre di Guglielmo I oltre che cugine alla lontana, non ebbero mai l’occasione di incontrarsi. Come accennato in un precedente articolo, Elvira morì trentenne nel 1135, lasciando Ruggero II vedovo – a quanto pare quasi inconsolabile – e cinque figli ancora giovani, i quali, per una serie di disgrazie, morirono uno dopo l’altro. Rimase solo Guglielmo, probabilmente il meno preparato ad assolvere al gravoso compito di governare un paese assai complesso, qual era il vasto regno di Sicilia.

Il primogenito, già duca di Puglia, di nome Ruggero come il padre e il nonno, e, a credere al cronista Romualdo Salernitano, “uomo di bell’aspetto e cavaliere valoroso […] molto amato dal popolo”, morì in battaglia nel 1148. Re Ruggero II, rimasto vedovo e con un solo erede, corse ai ripari, facendo immediatamente sposare Guglielmo con una principessa di alto lignaggio (la nostra Margherita di Navarra), e associandolo al trono. Inoltre, “temendo di perderlo per la precarietà della vita umana” si risposò lui stesso ( per ben due volte e a tempo di record tra il 1149 e il 1152!) nella speranza di poter anch’egli generare altri eredi. Ahimè! Sibilla di Borgogna morì di parto, mentre Beatrice di Rethel gli diede una figlia “che chiamò Costanza”, secondo il generalmente beninformato Romualdo, ma che gli storici ritengono “postuma”. Nel frattempo Margherita aveva già messo al mondo tre figli maschi, cosicché l’avvenire del Regno sembrava assicurato e nel 1194 Ruggero II poté chiudere gli occhi per sempre, con la consapevolezza di aver governato saggiamente. 

Il carattere di Guglielmo I

Guglielmo I

Cominciò invece il travagliato destino della giovane famiglia reale. Non fu certamente facile la convivenza tra gli sposi, di caratteri assai discordanti. Come si doveva comportare Margherita con un marito così imprevedibile, come lo era re Guglielmo? Questi aveva uno strano temperamento, caratterizzato dall’alternanza di momenti di grande coraggio e audace combattività – durante i quali si lanciava in campagne ben poco ponderate – e di periodi di totale disinteresse per le faccende di governo. Un cronista dell’epoca, Ugo Falcando, chiaramente fazioso ma ben informato dei fatti e misfatti della corte palermitana, riferisce: “Era costume del re di uscire difficilmente dalla reggia, ma quando le necessità lo costringevano a venir fuori, allora con quanta indolenza era prima rimasto immerso nel torpore, con altrettanta furia e piuttosto alla cieca e senza riflessione […] non misurava le sue forze e quelle dell’avversario…” Il maldicente cronista lo qualifica addirittura di “demente”. Oggi si direbbe probabilmente che Guglielmo soffrisse di un “disturbo bipolare”.

Il re pareva totalmente succube del suo Grande Ammiraglio (un sorta di primo ministro), un certo Maione da Bari, un enigmatico arrivista, certamente estremamente furbo, ma odiato del popolo. E il solito cronista Falcando parla di Maione come di un “mostro […] una peste […] per la rovina e la sovversione del regno”. Questo controverso personaggio avrebbe addirittura tramato per eliminare il re e farsi incoronare, con la supposta complicità della regina, la quale sarebbe stata “legata a Maione da disonesta relazione”. Mi sembra difficile credere che Margherita di Navarra – descritta comunque da un altro cronista, il vescovo Romualdo Guarna, come “donna saggia e prudente” –, pur dovendo destreggiarsi in una situazione così difficile, sia potuta arrivare a tanto, cioè al punto di offrire la corona a un uomo di basso estrazione sociale, anziché impegnarsi per salvare i diritti dei suoi quattro figli!

La rivolta e la tragedia

Le tensioni tra il Grande Ammiraglio e la nobiltà, tenuta lontana dal potere, crebbero a dismisura, tanto che l’odiato Maione venne assassinato il 10 novembre 1160 dal giovane Matteo Bonello, signore di Caccamo, che capeggiava la fazione dei feudatari ribelli. Poco tempo dopo, l’insurrezione si estese alla stessa famiglia reale, e i congiurati, dopo aver invaso il palazzo reale e provocato ingenti danni, fecero prigionieri il re, la regina e i loro figli finché uomini fedeli al sovrano, tra cui il vescovo Romualdo, convinsero il popolo a fare atto di sottomissione. La famiglia reale venne liberata, ma il giovane erede, il principe Ruggero, venne ferito a morte, colpito da una freccia all’occhio, e, forse, da un infelice calcio del padre.

Dal racconto del Falcando sappiamo che “Il re fortemente turbato […] sedeva a terra piangendo inconsolabilmente […] istupidito per la tristezza, talmente fisso sui mali che lo avevano colpito che non pensava qual consiglio dovesse prendere, mentre i suoi nemici da ogni parte sovrastano”. Da quel momento seguirà una fase depressiva durante la quale il re non vorrà sapere niente degli affari di stato, per poi riprendersi ed eseguire una spietata vendetta.

E la regina? C’è silenzio totale da parte dei cronisti. Possiamo immaginare che la giovane donna dovette sormontare un immenso dolore, farsi forza per non lasciare andare tutto allo sfacelo, e, per amore dei tre figli superstiti, cercare di mantenere un minimo decoro. Ci fu qualcuno pronto a darle sostegno e saggi consigli? Forse gli ecclesiastici vicini alla corte, e in particolare il vescovo Romualdo, fedele sostenitore della dinastia?

Gli ultimi anni di Guglielmo

Negli anni successivi Guglielmo, sedate le varie ribellioni, “viveva nell’ozio e nella quiete”, dedicandosi soltanto alla costruzione di uno splendido palazzo, la famosa Zisa, che non riuscì a portare a termine, giacché, colpito da dissenteria si spense all’età di quarantasei anni. Tre dei figli erano già deceduti e l’unico rimasto, Guglielmo II, che sarà conosciuto come il Buono, aveva appena dodici anni.

La reggenza di Margherita di Navarra

Toccò a Margherita assumere la reggenza, ma conoscendo bene l’odio di cui il defunto era stato vittima e l’inaffidabilità del suo entourage, cercò aiuto presso la propria famiglia di origine. Infatti, sua madre, Margherita dell’Aigle, era di origine normanna, imparentata con la potente famiglia dei conti di Perche. Lo zio, vescovo di Rouen, le mandò un parente, Stefano di Perche, che sbarcò in Sicilia con una quarantina di compagni. La reggente dimostrò fin da subito una totale fiducia nelle capacità del giovane e gli lasciò i pieni poteri, nominandolo, oltre che cancelliere, addirittura arcivescovo di Palermo. Queste promozioni arbitrarie a posti ambiti già da anni da altri validi candidati siciliani suscitarono invidie, odi feroci e infinite maldicenze, tanto che la regina venne addirittura accusata di relazioni incestuose con il cugino. Questa infelice esperienza durò meno di due anni. Davanti alla ribellione generalizzata, Stefano fuggì improvvisamente, recandosi in Terra Santa, dove morì poco dopo. Margherita di Navarra, disperata e completamente isolata, dovette accettare la nomina di un consiglio di reggenza e venne praticamente estromessa dal governo.

Il regno di Guglielmo II

Finalmente, il giovane re Guglielmo II, raggiunta la maggiore età, venne incoronato. La sua straordinaria bellezza e la sua grazia gli guadagnarono “il favore di tutti, anche quelli che odiavano atrocemente suo padre”. Questa è forse l’unica affermazione benevola da parte del Falcando in tutta la sua cronaca, così piena di diffamazioni!

Gli ultimi anni di Margherita di Navarra

La regina Margherita da quel momento si dedicò alle opere pie con grande energia e capacità. Rifondò un antico monastero a Maniace, che godette poi di grande splendore, e finanziò la costruzione della chiesa e del convento dello Spirito Santo (diventato famoso per l’episodio del Vespro siciliano). Morì a Monreale nel 1183, dove riposa, nella meravigliosa cattedrale che aveva anche contribuito a edificare e ad abbellire.

Tomba di Margherita di Navarra
Tomba di Margherita di Navarra nel Duomo di Monreale foto by J. L. Bernardes Ribeiro via wikipedia CC BY-SA 4.0

Liliane Juillerat

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Liliane Juillerat
Liliane Juillerat
Liliane Juillerat Ferrara, cultrice di lingue, letteratura e arte, nata in Svizzera e sposata con un siciliano, ha insegnato la lingua francese all'Università di Messina per oltre vent'anni. Trasferitasi a Palermo per stare vicina ai nipoti si è ben presto lasciata ammaliare da questa città, dalla sua lunga storia e dai suoi prestigiosi monumenti. Ha pubblicato con l'editore Torri del Vento due romanzi storici: "Costanza d'Altavilla Così volle il fato" e "La Contessa Adelasia Malikah di Sicilia e Calabria".

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