La scorsa settimana ho parcheggiato la macchina vicino la stazione e ho imboccato a piedi  la via Maqueda percorrendola verso i Quattro Canti. Sin dall’inizio la mia mente si è subito sintonizzata con le immagini delle strade di Saint Denis, comune  situato alle porte di Parigi. L’accostamento è venuto fuori grazie  alla marea di gente di colore e di diverse etnie  che durante la passeggiata incrociavano  i miei sguardi.
Io non so se siano pochi o troppi, se lavorano tutti o una parte di loro e se tolgono il lavoro ai palermitani; non so se molti di loro bivaccano dalla mattina alla sera senza far nulla e se alcuni di loro fanno dei lavori illeciti (che non sarebbe niente di diverso rispetto ai molti palermitani che delinquono o lavorano in nero).
Faccio presente che le cronache palermitane raramente si occupano di fatti delittuosi (fatta eccezione per qualche banda di nigeriani) o di disordine pubblico che abbiano avuto al centro gli immigrati.
Ma non è questo l’intento della mia riflessione che, del resto, meriterebbe un discorso a parte se collegato al tema dell’immigrazione che ha visto contrapposte due idee che personalmente non condivido. Da una parte quella dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini relativa ai “Porti chiusi” e quella del Sindaco Orlando relativa ai  “Porti aperti e città dell’accoglienza”. Da un lato il razzismo, l’insensibilità e l’arroganza di Salvini, dall’altra un segnale di “liberi tutti” lanciato verso un continente di un miliardo e 200 milioni di persone, la maggior parte dei quali pronti ad affrontare la morte per raggiungere l’Eldorado (almeno è quello che gli africani vedono attraverso i video che immortalano i giovani che durante la  notte sorseggiano birre, cocktail con tanto di musica). E se si trattasse  di giovani che abitano la notte per sfuggire al giorno, ad una società sempre più vecchia che si è dimenticata di loro?
Ma lascio questa breve digressione per ritornare alla via Maqueda. In realtà mentre i miei passi si accingevano a varcare piazza Pretoria le mie sensazioni, avulse da qualsiasi riflessione di tipo sociologica, erano concentrate sulla bellezza di questa umanità brulicante. Credo che i turisti, oltre che essere affascinati dalla nostra arte, dalle viuzze del centro storico e dalla prelibatezza del nostro cibo, amino anche le caratteristiche dei costumi del palermitano, del suo dialetto  e delle sue stravaganze. Credo che i turisti, al netto di tutte le problematiche legate al traffico, ai miasmi della spazzatura e all’inciviltà di molti panormiti,  ammirino la sensibilità dei cittadini (quanto meno della sua maggioranza) che al di là di tutte le difficoltà, si guardano bene dal non scaricare sugli ultimi, sul diverso e sugli immigrati in genere le tante frustrazioni alle quali sono sottoposti giornalmente.

Giuseppe Compagno

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