Vacanza in Sicilia? Le parole palermitane che un turista deve conoscere

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Vuoi venire in vacanza in Sicilia? Allora ti voglio proporre alcune delle parole ed espressioni che si adoperano quotidianamente a Palermo così apprezzerai ancora di più l’anima del popolo siciliano.
Perché la Sicilia non è solo storia, arte, mare, arancine e pasta al forno. La Sicilia è anche una lingua col suo vastissimo repertorio di espressioni popolari che non hanno bisogno di vocabolario, perché parlano le mani, le sopracciglia e il tono della voce.

Il siciliano è un idioma antico, che porta dentro tracce di greco, arabo, normanno, francese e spagnolo. Ma più delle radici storiche, quello che colpisce i visitatori è la capacità dei siciliani di trasformare poche sillabe in un detto, un proverbio o una sentenza. A Palermo, i detti popolari sono saggezza spicciola che arriva come un colpo di teatro: sono ironici, spesso pungenti, ma sempre veri. E se non capisci subito le parole, niente paura: a completare il messaggio ci penserà la gestualità, che in Sicilia è un linguaggio parallelo, ricco e codificato.

E allora, per non rimanere muti come turisti spaesati, ecco un mini-frasebook turistico siciliano, diviso per situazioni tipiche in cui un visitatore potrebbe trovarsi. Così avrai sempre la parola giusta per fare colpo e strappare un sorriso ai palermitani.

Saluti e convenevoli

uomo che racconta proverbi siciliani

A Palermo è buona educazione salutare sempre e chiunque: “il saluto è degli Angeli” si dice dalle nostre parti. Le maniere cambiano a seconda dell’interlocutore. Di solito basta dire “Ciao” che è ormai internazionale, ma tra persone di una certa età si potrebbero sentire saluti un po’ diversi.

Baciamo le mani

Si tratta di un saluto molto antico. Non si riferisce alle signore, ma a chiunque meriti rispetto.
La risposta è la medesima, con l’aggiunta di un “a vossia“, che significa a “vostra signoria”.

Berica, Sabbenerica, Voscenza binirica

In tutti i casi significa chiedere metaforicamente la benedizione dell’interlocutore. Ovviamente deve essere una persona di riguardo. Un tempo si salutavano così i genitori o i parenti anziani. La risposta d’obbligo era “biniritto!” cioè la benedizione veniva accordata.

Al mercato

Al mercato, un venditore Abbannia la merce (Ai gencraft)

I mercati storici di Palermo sono davvero un mondo a parte dove puoi trovare di tutto, e molte cose a buon prezzo. Frutta, verdura, carni e pesce sono in bellavista sotto le pinnate (i grandi tendoni) pronti per essere acquistati. Ultimamente molte attività sono state convertite in luoghi di ristorazione, con tavolini all’aperto dove mangiare cibo tipico, appena cucinato.

Abbanniari 

Vuol dire “gridare a voce alta per vendere qualcosa”. Nei mercati storici di Palermo sentirete le voci cantilenanti dei venditori che abbannìano pesce, frutta e spezie. È un concerto di marketing popolare.

Taliare. Pattiare. Accattari!

Guardare la merce, patteggiare sul prezzo e infine comprare. I tre passaggi che portano all’acquisto di un bene in Sicilia. E sì! un’usanza ereditata dai paesi arabi dove tuttora è tipico concordare il prezzo ad una media tra la richiesta, di solito gonfiata con esagerazione, e la proposta, vergognosamente al ribasso.

Tastari, Assa u tasta! 

Assaggiare, lo assaggi. Probabilmente lo sentirete tante volte in giro nei mercati dove lo Street Food impera in ogni dove con tutto ciò che di buono si può trovare dalle nostre parti. Ma attenzione, a Palermo “tastari” non è solo assaggiare. È un rito e una dichiarazione d’intenti. Il palermitano non mangia: tastìa. Prima un morso, poi un giudizio. Se la caponata non supera il test, si cambia trattoria. “Tastari” è anche il modo elegante per dire “sto solo provando”, quando hai già finito metà piatto. Il turista esperto lo sa: tastari è il primo passo verso l’innamoramento gastronomico. Il secondo è chiedere il bis.

Espressioni scherzose

Minchia!

Bisogna cominciare con questa parola-magica del palermitano. Intercalata in ogni occasione, può esprimere sorpresa (“Minchia, che caldo!”), ammirazione (“Minchia, che bella la Cattedrale!”), fastidio (“Minchia, ancora in fila?”). Attenzione però a non abusarne, specie in presenza del gentil sesso!

Bedda matri!

Traducibile con “Madre santa!”, è l’esclamazione che si tira fuori davanti a qualcosa di incredibile, buffo o catastrofico. È un biglietto da visita sonoro: se lo dite bene, guadagnerete subito simpatia.

Amunì

Vuol dire “Andiamo!”. Perfetto quando è il momento di andare via insieme ad altri, ma in certe occasioni può essere una specie di incitamento: “andiamo, suvvia”, “finiscila… di rompere”, “ma dai!”.

Accura!

Stai attento! È un appello a fare attenzione a qualunque evento possa accadere. Dal più banale al più tragico. Nel dubbio tu canziati! cioè spostati con urgenza!

Camurria

La camurria non è una semplice seccatura. È quella cosa che ti si appiccica addosso come la sabbia nelle scarpe dopo Mondello. È il vicino di ombrellone che ti racconta la sua vita mentre tu cerchi di dormire. È il caldo che non molla, il traffico che non scorre, il Wi-Fi che non prende. Insomma, è la noia molesta, il fastidio persistente, il tormento quotidiano che ti fa dire: “Basta, mi arricampu!” Ma tranquillo: in Sicilia anche le camurrie si affrontano con un sorriso… e magari una brioche con gelato.

Cumpà o compà

Il termine viene usato per salutare o rivolgersi con familiarità a un amico, conoscente o anche a uno sconosciuto, per creare subito confidenza. Diffuso soprattutto nella Sicilia occidentale, è l’equivalente di “compare” in tono amichevole. Un giovane estraneo invece vi chiamerà Zio o Cuscì (cugino) anche se non siete per niente parenti: è che probabilmente vuole soldi! 

Futtitinni

Lo sentirete tantissime volte! Tradotto alla buona: “fregatene”. Ma in Sicilia è molto più di un consiglio… è un’arte zen con la granita in mano. Hai perso l’autobus? Futtitinni. Il cameriere ti ha portato l’acqua frizzante invece della naturale? Futtitinni. È il mantra palermitano per sopravvivere con stile: ignora le seccature, sorridi e goditi la vita. Chi lo pratica, campa meglio. Chi lo capisce, diventa quasi siciliano.

Potrei continuare ancora e ancora… e per chi vuole divertirsi può leggere Le parolacce a Palermo oppure una bella carrellata di Modi di dire a Palermo. Per adesso andiamo alla conclusione.

Conclusione

L’avrete capito: parlare siciliano a Palermo non è semplice perché non basta aprire la bocca, bisogna anche muovere le mani, alzare le sopracciglia e inclinare la testa nel modo giusto. Ma se anche vi limitate a un “Amunì” ben piazzato o a un “Bedda matri!” spontaneo, vedrete sorrisi comparire attorno a voi perché gli “Stranieri” da noi sono sempre ben accetti!

Perché la verità è che in Sicilia non serve parlare perfettamente la lingua: basta parlare col cuore.

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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