39 “Lasciare libero lo Scarrozzo”: La storia – “Avventure dei tre amici”

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Nella nostra storia ci sono episodi che hanno caratterizzato il nostro essere amici e soprattutto essere ragazzi di chiesa.

Da ragazzini, come ho spesso raccontato, il nostro parroco conosceva le nostre caratteristiche e poiché noi tre animavamo la messa della domenica con le chitarre, per evitare che parlassimo in continuazione aveva escogitato uno stratagemma: farci mettere davanti l’ambone seduti con tre sedie per essere alla vista di tutti. Purtroppo il sistema durò un paio di domeniche, perché Giorgio durante una messa mi disse: “Come si chiama questo pezzettino di plastica che usi per suonare la chitarra?” Io innocentemente dissi: “Plettro” e lui senza perdersi d’animo mi disse: “E senza questo peltro, peletro, pettro…come si chiama tu non riesci a suonare la chitarra?” E’ incredibile ma in quel periodo era così. Mi disse sempre con voce bassa per non farsi rimproverare dal parroco: “Mi fai vedere questo pl.. aggeggio?” Io innocentemente glielo consegnai e lui senza nemmeno pensarci un attimo lo tirò dentro il buco della chitarra, lasciandomi con la bocca aperta. Sicuramente a qualche chitarrista sarà successo che il plettro vada a finire proprio lì e la cosa che bisogna fare è quello di scuotere la chitarra per farlo uscire…ovviamente cosa che feci e che mi costò la vergogna di tutta la chiesa, perché il parroco durante l’omelia mi sgridò facendomi fare la figura dello scemo e con Giorgio che rincarava la dose dicendo che se uno non sa suonare la chitarra senza pl pel…insomma se uno non sa suonare dignitosamente evita di mettersi in mostra. Capite che non fu l’unica brutta figura che mi fece fare, puntando sul fatto che io essendo molto alto ero molto evidente e difficilmente riuscivo a nascondermi.

Mi ricordo che da grandicelli ci hanno chiesto di animare una messa e purtroppo, nonostante il massimo rispetto per tutto (ovviamente non abbiamo mai messo in dubbio la nostra Fede, è il nostro carattere che ci fa vivere avventure all’orlo del paradosso), la celebrava un prete indiano e non parlava benissimo in italiano.

Mi pare un eufemismo dire che non parlava benissimo, diciamo che era tutto tranne che italiano. Hai ragione Giorgio, ma Giuseppe ci aveva detto che dovevamo comportarci bene perché il prete era un suo caro amico

A prescindere uno deve comportarsi bene. Giusto Giuseppe, su questo hai ragione, il problema era che eri tu il primo a ridere

Alla fine della messa eravamo rimasti quasi indenni da cattive figure, senonché il parroco italiano prese la parola per ringraziare il sacerdote indiano…orbene parlava talmente male che Giorgio esclamò: “Fate tradurre quello che ha detto all’indiano” Ovviamente nemmeno quella volta riuscimmo a venir fuori illesi.

È chiaro che abbiamo animato centinaia di messe e abbiamo partecipato a tantissimi incontri da bravi ragazzi di chiesa e, tolti questi piccoli incidenti, debbo dire che siamo stati sempre vicini a Dio che ha caratterizzato il nostro essere amici anche nella diversità di approccio che ognuno di noi ha con Lui.

Una avventura carina che mi sorviene è sicuramente quella accaduta una notte di Capodanno in un locale, io e Giuseppe eravamo intenti a cercare di far ridere un pubblico che non ne aveva voglia, perché non aveva mangiato bene e gli organizzatori avevano messo tavoli ovunque, perfino nella pista da ballo, impedendo di muoversi. La regola d’oro da seguire in ogni serata è: qualsiasi cosa succede lo spettacolo continua a prescindere. Del resto spesso chi organizza delle serate non curando i particolari non è interessato a come vada lo spettacolo, basta che gli sia portato il cabaret come promesso.

Ad un certo punto Giorgio era messo al centro della pista appoggiato ad un pilastro, aspettando che io e Giuseppe terminassimo di esibirci per entrare, sperando di far risollevare una serata che stava andando in modo davvero senza storia. Ad un certo punto un tizio ubriaco si avvicina a Giorgio e gli dice: “Senta io sono sicuramente ubriaco, ma se questo che stanno facendo i suoi amici è cabaret, posso dirle che questo cabaret non mi piace, per cui sono contento che mi sono ubriacato, almeno domani potrò raccontare che lo spettacolo non sarà stato bellissimo, ma mi sono divertito lo stesso, per cortesia siccome non riesco a trovare il mio tavolo, mi può accompagnare?” Ovviamente Giorgio ha accompagnato il tizio al tavolo ritardando l’ingresso in scena e raccontando quello che gli era successo, non solo ha risollevato la serata, ma ne è diventato il beniamino incontrastato, con la gente che lo invitava ai vari tavoli per farsi raccontare esattamente come era andata la cosa.

Come vedete, la bellezza degli spettacoli è la loro imprevedibilità proprio come è successo una volta quando, durante uno spettacolo in un villaggio turistico, sono caduto letteralmente a terra e per evitare di battere la faccia mi sono parato il colpo con due dita che si sono slogate e mentre cadevo è uscito fuori: “Stava carivu” con l’ilarità di tutto il pubblico che si era convinto che fosse una gag organizzata; oppure come Giorgio che al teatro della posta vecchia facendo il pezzo del “Bbono” è caduto lussandosi la spalla e il pubblico era in visibilio perché pensava che fosse una gag.

Questo è quello che accade quando si cerca di evitare che la gente possa rendersi conto che il cabaret non è solo risate e divertimento, ma alle volte è dolore e fatica, senza fare accorgere di nulla, tornando a casa con dita fasciate o spalle malconce ma senza perdere la voglia di sorridere.

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Enzo Buffa
Enzo Buffa
Palermitano DOC! Da 37 anni attore di teatro e cabaret con il gruppo "Lasciare libero lo scarrozzo"... ma questo è solo il lato artistico

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