L’Inquisizione Vescovile di Monreale: storia di fede, potere e segrete

Il Tribunale Vescovile di Monreale ricopriva un ruolo importante nel Regno di Sicilia. Il suo potere era secondo solo a quello del re.

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Monreale, oggi uno dei comuni più importanti della provincia di Palermo, è stata in passato un luogo di enorme rilevanza strategica, politica e soprattutto religiosa.
Tutt’ora sede di una vastissima Arcidiocesi, tra il Medioevo e l’Età Moderna, questa città ospitò la temuta Inquisizione Vescovile, un’istituzione che, pur distinta dalla più nota Inquisizione Spagnola di Palermo, giocò un ruolo cruciale nel controllo della fede e della morale nel Regno di Sicilia.

Le origini: Monreale e il suo ruolo nel Regno di Sicilia

Monreale nacque come centro urbano nel XII secolo, attorno al celebre Duomo voluto dal re normanno Guglielmo II.
La città divenne presto un potente feudo ecclesiastico governato dall’Arcivescovo-Abate, che esercitava un’autorità sia spirituale che temporale su un vastissimo territorio, di cui tutt’ora rimane traccia.
Questo dualismo di potere fece di Monreale una sede ideale per un tribunale vescovile, incaricato di vigilare sui reati contro la fede, come eresia, apostasia, bestemmia, ma anche su questioni di morale, come adulterio, concubinaggio e superstizioni popolari.

L’Inquisizione vescovile di Monreale si inserisce nel contesto dell’Inquisizione medievale, che nasce tra il XII e il XIII secolo per contrastare le eresie, in particolare quelle catara e valdese. A Monreale, il tribunale era gestito dalla Curia Spiritualis, presieduta dall’arcivescovo o dal suo vicario generale, e operava con un approccio accusatorio, derivato dal diritto romano, anziché con il metodo inquisitoriale tipico del tribunale di Palermo, legato alla Suprema Inquisizione spagnola.

Questo significava che i processi si basavano su denunce formali e non su indagini d’ufficio, e si concentravano su reati considerati “minori”, lasciando i casi di eresia grave al tribunale palermitano.

L’organizzazione e il funzionamento del Tribunale

Inquisizione Vescovile

Il Tribunale Vescovile di Monreale era un’istituzione ben strutturata. La Curia Spiritualis era affiancata da altre corti, come la Magna Curia Archiepiscopalis e la Curia Civitatis, ma era la principale responsabile dei reati di fede.
I giudici, spesso esperti in diritto canonico, avevano il compito di qualificare i reati e comminare pene, che variavano dalle frustate al bando dalla città, fino alla condanna al remo nelle galere del Regno di Sicilia, una pena che, di fatto, equivaleva spesso a una sentenza di morte.

Un aspetto peculiare dell’Inquisizione monrealese era il suo sistema carcerario. Il carcere più importante si trovava nei pressi della Piazza del Duomo, ma fu distrutto nel 1860 durante la spedizione garibaldina, poiché considerato simbolo dell’oppressione borbonica.

Qui, i detenuti erano sottoposti a metodi coercitivi tipici dell’epoca, come la “corda” o il “supplizio dell’acqua”, pratiche note come “indagine di verità”, modo edulcorato per definire la tortura, inflitta per estorcere confessioni.

Inoltre i prigionieri venivano rinchiusi nei cosiddetti dammusi o dammuselli, minuscole celle sotterranee a volta bassa, prive di luce, dove i detenuti venivano lasciati legati mani e piedi per intere settimane, aggiungendo un ulteriore elemento di crudeltà ad un contesto che ne sarebbe già saturo.

Un secondo carcere, più particolare, era situato all’interno dell’ospedale di Santa Caterina, inaugurato nel 1589 dall’arcivescovo Ludovico II de Torres.
Questo edificio era riservato esclusivamente alle donne accusate di reati “spirituali”, come concubinaggio, adulterio o pratiche di stregoneria (maleficiis). La scelta di collocare un carcere in un ospedale rifletteva la dottrina del cardinale de Torres, che vedeva il peccato come una malattia da curare tanto spiritualmente quanto fisicamente, come testimonia l’iscrizione all’ingresso: animis corporibusque curandis (“per la cura delle anime e dei corpi”).

Il potere dell’Inquisizione Vescovile e il dualismo con quella Spagnola

L’Inquisizione Vescovile di Monreale operava in un’epoca di grandi tensioni religiose, segnata dalla Controriforma e dal dominio spagnolo in Sicilia (1516-1713). La presenza dell’Inquisizione spagnola, con il suo tribunale a Palermo, creava una dinamica complessa.

L’Inquisizione monrealese godeva infatti di un privilegio antico, concesso dal re Guglielmo II nel 1176 , che le conferiva una certa autonomia, il suo tribunale infatti aveva un potere superiore a qualsiasi altro nel Regno, ed era secondo solo al sovrano. Tuttavia, i casi più gravi di eresia venivano comunque trasferiti a Palermo, sotto la giurisdizione della Suprema di Madrid, forse a testimonianza di un diverso riconoscimento tra l’autorità “terrena” concessa dal re, e quella “divina” di cui si investiva l’Inquisizione Spagnola.

Questo dualismo si rifletteva anche nei processi alle donne de fora. Mentre Palermo le perseguiva come streghe, il tribunale monrealese tendeva a classificare i loro reati come superstizioni o violazioni morali, evitando dunque condanne capitali. Ciò non significa che il tribunale vescovile fosse meno severo: le pene corporali e le torture erano comuni, e la condanna al remo o al bando era tutt’altro che lieve.

Emblematico è l’episodio che riguarda Diana La Viscusa, una donna denunciata come strega e processata per maleficiis insieme ad altre compagne. Diana e le altre furono incarcerate nella “carzera pubblica” dell’ospedale di Santa Caterina, dove subirono interrogatori e torture per dimostrare la loro colpevolezza o innocenza. Poco sappiamo su quello che accadde dopo, solo che la sua detenzione fu lunga e inasprita dal sospetto di ulteriori pratiche magiche avvenute in cella, tuttavia sappiamo che probabilmente a Palermo il processo si sarebbe concluso con uno spettacolare autodafé e non con una “normale” prigionia, al pari di quella riservata a ladruncoli e altri rei minori.

L’Inquisizione vescovile di Monreale perse progressivamente importanza con l’abolizione del sistema feudale in Sicilia nel 1812, che segnò la fine del potere temporale dell’arcivescovo. Tuttavia, alcune pratiche giudiziarie e carcerarie perdurarono fino al periodo borbonico, come testimonia la descrizione del “pauroso carcere dei dammusi” da parte dei rivoluzionari siciliani.

Fonti: Wikipedia.org – Inquisizione Vescovile a Monreale
A. Corso – Tribunale inquisitoriale vescovile di Monreale – Ereticopedia.org
A.Corso – La Città, Stato e Arcidiocesi di Monreale Arcivescovi e popolo tra Controriforma e Inquisizione (XVI-XVIII secolo) – Academia.edu
F. Renda – L’inquisizione in Sicilia – Palermo, 1997 – Sellerio Editore

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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