“A Criata”, la storia silenziosa di bambine dimenticate dalla società

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Quando sento la parola criata, mi si stringe il cuore. E vi confesso che ho scoperto questo termine solo da qualche anno: prima si diceva semplicemente “andare a servizio”, o qualcosa del genere, e nel mio immaginario lo consideravo un lavoro come un altro. E invece non era un lavoro come un altro

Il termine “criata” che in siciliano somiglia a “criatura”, cioè creatura, che si dice dei bambini, viene in realtà dallo spagnolo criada, serva, domestica, e ci ricorda che la Sicilia è stata per lunghissimo tempo terra di dominazioni, dove il potere si misurava anche in quante mani lavoravano per te. Tuttavia, nella Sicilia (e non solo) dell’800 e fino agli anni Cinquanta del Novecento, le classi nobili e agiate godevano del privilegio di avere personale domestico che viveva sotto lo stesso tetto: e molte erano bambine o poco più! 

Io sono cresciuto sentendo parlare di queste donne dai vecchi del mio paese. Me le ricordo ancora, quelle storie raccontate sottovoce, come se ci fosse ancora qualcosa da nascondere. Della donna a cui si rivolgevano le famiglie in difficoltà e che faceva da mezzadra “sistemando” le figliole nelle case dei “signori”. 

La criata: una bambina mandate a servire

Criata - bambina alla partenza

La cosa che mi fa più male, ancora oggi, è pensare all’età di queste figliole: erano bambine!
Al massimo dodicenni, venivano affidate a famiglie che potevano permettersi di provvedere al loro sostentamento, cosa che nelle famiglie d’origine, per causa di povertà, non era sempre assicurata. Anzi, cedere una figlia significava una bocca in meno da sfamare. In epoche di biblica memoria, esisteva l’atrocità di “esporre” queste neonate, cioè di abbandonarle ad un atroce destino, ai margini dei villaggi. Col tempo si è alleggerita la coscienza semplicemente modificando la destinazione di queste innocenti bambine.

A volte le criate erano bambine rimaste orfane o quelle abbandonate sulla ruota, quel meccanismo medievale che permetteva di lasciare i neonati indesiderati all’esterno dei conventi, nell’anonimato più assoluto. Bambine senza nome che diventavano serve senza diritti.

Pensateci un momento. Una madre che consegna sua figlia, non per crudeltà, ma per disperazione, sapendo benissimo cosa l’aspetta. Perché lo sapevano tutti, cosa aspettava una criata in casa dei signori. C’era un detto che non lasciava spazio a malintesi: “A criata, si nun è tuccata, è maniata”, se non viene toccata sessualmente, viene in ogni caso molestata. Era quasi una legge non scritta, accettata, normalizzata. Una vergogna collettiva che nessuno aveva il coraggio di chiamare con il suo nome. Si racconta “come un fatto normale”  nella cinematografia degli anni ’70, nel teatro e nella letteratura: vedi per tutti Vitaliano Brancati nel libro “Paolo il caldo” (pubblicato postumo nel 1955) con la povera servetta Giovanna (la giovanissima Ornella Muti nella versione cinematografica del 1973), una criata che soddisfa con rassegnazione le voglie sessuali del nonno, dello zio e dello stesso protagonista, il piccolo Paolo.

Il corpo della criata era come proprietà

Tutto questo fa davvero fa ribrezzo! Diciamolo chiaramente, senza giri di parole: quello che subivano queste povere creature era una vera e propria violenza sessuale. Un abuso sistematico, ripetuto, considerato quasi normale dal sistema sociale dell’epoca.

I padroni, anche se erano sposati, non is facevano scrupoli a servirsi delle criate per soddisfare i propri piaceri sessuali, e le ragazzine dovevano sottostare senza opporsi. Se si ribellava, veniva cacciata. Se rimaneva incinta, il problema veniva risolto in modo brutalmente pratico: se il padrone voleva allontanarla, la cedeva in sposa a un altro servo o a un contadino in cambio di un pezzetto di terra, per garantire il silenzio. Altrimenti si teneva nascosto “l’incidente” e il figlio illegittimo veniva abbandonato nella ruota.

Queste storie non assomigliano in modo inquietante a ciò che oggi chiamiamo femminicidio culturale o violenza di genere istituzionalizzata? Direi proprio di sì, la differenza è che allora nessuno le chiamava così. Erano semplicemente le cose come stanno.

Una vita senza tavola apparecchiata: la vita della criata

Criata - bambina cameriera

La criata viveva nella stessa casa dei padroni, ma non era parte di quella casa. Sin da piccola veniva istradata ed educata a servire e obbedire. Pur vivendo sotto lo stesso tetto, non mangiava mai a tavola con i padroni, ma in cucina. Non c’era salario perché nulla le era dovuto. Era lì per lavorare e lavorare sodo, in cambio aveva il vitto e l’alloggio. In qualche caso, la criata veniva ricompensata con qualche oggetto usato o qualche abito dismesso.

Non aveva nessun diritto, e se osava lamentarsi, veniva punita o minacciata di essere cacciata via. E dove sarebbe andata? Non aveva nulla. Non aveva nessuno. Era intrappolata.

Le rare eccezioni: ‘a figghia da pruvvidenza

Non tutto era solo buio. E benché questa era la prassi, esistevano, rari come i miracoli, i casi in cui una criata diventava “figghia santa”, cioè figlia adottiva, accolta nella famiglia come una delle loro. Succedeva quando i padroni, non avendo figli propri si affezionavano alla bambina, e la generosità riusciva a vincere il cinismo del sistema.

C’erano anche casi in cui una criata dalla personalità forte, dopo anni di servizio fedele, riusciva a diventare, di fatto, la vera padrona di casa, gestendo fornitori, servitori, talvolta persino il padrone stesso. Ma erano situazioni sempre precarie: bastava una decisione arbitraria per essere sostituita con una più giovane e silenziosa.

Poi, una volta diventate adulte, le criate diventavano inutili: i padroni ormai anziani o morti, queste donne spesso diventavano babysitter dei figli dei padroni. Fedeli ed affezionate alla famiglia trascorrevano la loro vita in un perenne servizio. Alla fine, oramai vecchie e nubili, si ritiravano in solitudine in piccoli appartamenti acquistati con i risparmi accumulati nei decenni.

La fine di un mondo, l’inizio di un’altra storia

La criata, come figura sociale, sparisce dalla Sicilia nei primi anni Sessanta con le leggi che finalmente cominciavano a tutelare i lavoratori. Le criate alzarono la testa, smisero di sentirsi serve e cominciarono a chiedere diritti, dignità ed un salario vero. I padroni provarono a ribellarsi come se fosse una pretesa assurda, come se rivendicare la propria umanità fosse un capriccio.
Ma non poteva durare. Il mondo cambiava, e le criate con esso.

Quello che rimane, quello che non si cancella

Io sono siciliano ed ho avuto una zia che è stata accolta come criata, ma ai miei occhi di bambino, era semplicemente una donna che faceva la tata in una famiglia benestante di Palermo. Oggi che sono consapevole, mi commuove ripensare alla storia di questa bambina rimasta orfana di madre a 7 anni ed “inviata” a servizio, non so da chi, in città. Non conosco i particolari del corso della sua vita, come sempre taciuti e secretati, ma non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che la tristissima storia di tutte queste bambine-serve è uno specchio crudele che ci mostra chi siamo capaci di essere! Ci dice dove abbiamo sbagliato, quanto in profondità arriva la capacità di ignorare il dolore altrui quando conviene.

Nulla potrà restituire alle criate la fanciullezza mai vissuta, la sofferenza per le violenze subite e taciute, per i figli abbandonati per la vergogna degli altri. Non esiste risarcimento per questo. Ma esiste la memoria. 

Oggi probabilmente non ci sono più criate, ma se ripassiamo la storia delle nostre famiglie qualcuna forse l’abbiamo conosciuta. Ebbene, possiamo restituire loro la dignità che meritano. Le possiamo chiamare per quello che sono: bambine sfortunate, poi donne coraggiose sebbene in modo silenzioso. Le possiamo ricordare, ed io voglio ricordare la zia Dina che, incompresa, ha trascorso la sua vita senza che nessuno la notasse.

immagini generate con Gemini AI

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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