La razzia del 1147: quando Ruggero II rubò a Bisanzio il segreto della seta

Una flotta di settanta galee, un ammiraglio levantino e un colpo di mano nelle officine tessili di Tebe: così la Sicilia normanna mise le mani sulla tecnologia più gelosamente custodita del Mediterraneo medievale.

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Nell’estate del 1147 una flotta siciliana di settanta galee taglia l’Adriatico e piomba su Corfù. La conquista in pochi giorni, scende lungo il Peloponneso, doppia capo Malea, risale il Golfo di Corinto. Quando riparte ha le stive piene del bottino di sempre: oro, argento, reliquie di santi. Ma c’è anche una merce molto più curiosa, accatastata insieme alle stoffe come fosse merce qualunque: uomini e donne, legati. Sono tessitori, tintori, operaie esperte di bachicoltura, prelevati a forza dalle officine di Tebe. Li portano in catene a Palermo.

Non è una scena di pirateria barbarica. È una delle più riuscite operazioni di spionaggio industriale dell’intero Medioevo. E porta la firma di Ruggero II, re di Sicilia.

La seta, ovvero la valuta dei re

Per capire perché un sovrano normanno organizzasse una spedizione del genere bisogna ricordare cosa fosse, nel XII secolo, la seta.

Oltre ad essere un bene di lusso, come tanti altri, va considerato che il suo valore politico era di enorme rilevanza. La porpora riservata all’imperatore di Bisanzio, le stoffe pregiate da cerimonia, indossate dai re di Francia e dagli imperatori del Sacro Romano Impero, uscivano quasi tutte dalle botteghe di Costantinopoli. L’Impero d’Oriente custodiva gelosamente ogni passaggio della filiera, dal gelso al telaio, con la stessa cura con cui un’azienda di oggi protegge un brevetto o un segreto industriale.

Il Mantello di Ruggero II – Dennis G. Jarvis, CC BY-SA 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0, via Wikimedia Commons

In questo scenario la Sicilia aveva la sua piccola partita aperta. L’avevano avviata gli arabi, durante i due secoli di permanenza sull’isola: gelseti diffusi in tutta l’isola e, dentro il palazzo reale di Palermo, un laboratorio di corte chiamato tiraz, specializzato in tessuti pregiati. I Normanni, presa la città nel 1072, ebbero il buon senso di non smantellare nulla. Ruggero II, salito al trono nel 1130, ereditò così un’industria già rispettabile: il celebre mantello rosso dell’incoronazione, oggi conservato a Vienna, fu confezionato proprio nelle officine palermitane fra il 1133 e il 1134.

Tutto qui? Non proprio.
Per fare il salto di qualità definitivo, per competere davvero con Costantinopoli, servivano tecniche più raffinate. E quelle tecniche erano appannaggio esclusivo dei migliori artigiani bizantini, segreti che l’Impero d’Oriente non aveva la minima intenzione di condividere.

Ma Ruggero le voleva… a tutti i costi.

Un ammiraglio venuto da molto lontano

Per compiere una missione del genere re Ruggero scelse l’uomo che aveva sempre messo in campo per le imprese più delicate: Giorgio d’Antiochia. E qui la storia, prima ancora di partire, si fa romanzo.

Giorgio era nato intorno al 1090 ad Antiochia di Siria, in una famiglia di cristiani di rito greco-melchita. Da bambino era finito a Mahdia, sulla costa tunisina, dove il padre lavorava come contabile alla corte del sultano ziride. Era cresciuto bilingue, greco e arabo, conosceva i porti del Mediterraneo come pochi europei dell’epoca, sapeva trattare con cristiani e musulmani sullo stesso piano. La tradizione, riportata dai cronisti arabi e ripresa dal Dizionario Biografico della Treccani, vuole che da giovane fosse fuggito da Mahdia imbarcandosi di nascosto su una nave palermitana, mentre l’equipaggio musulmano era raccolto in preghiera. Gli storici hanno qualche dubbio sui dettagli più pittoreschi della scena, ma il risultato è incontestabile: Giorgio arrivò a Palermo, si mise al servizio dei Normanni e fece carriera in fretta. Nel 1127 comandava già la flotta siciliana; nel 1133 ottenne il titolo di amiratus amiratorum, “emiro degli emiri”, una sorta di generale supremo del mare. A Palermo gli si devono la chiesa che oggi tutti chiamano Martorana e quel ponte sull’Oreto che porta ancora il suo nome: Ammiraglio.

A un uomo così, mezzo bizantino e mezzo arabo, Ruggero affidò la missione più ambiziosa della sua flotta.

L’occasione: Bisanzio guarda altrove

Giorgio d’Antiochia – IA

La metà degli anni Quaranta è il momento perfetto. È appena partita la Seconda Crociata: migliaia di cavalieri tedeschi e francesi attraversano i Balcani diretti in Terrasanta. L’imperatore Manuele I Comneno deve rifornirli, sorvegliarli, temere che qualcuno si volti a tentare l’avventura su Costantinopoli. Il grosso delle truppe bizantine è incollato a quel fronte. Le province occidentali dell’Impero, di fatto, sono sguarnite. E a Palermo lo sanno bene.

Settanta galee, secondo il cronista bizantino Niceta Coniata, salpano da un porto pugliese (Otranto, o forse Brindisi). Prima tappa Corfù, che capitola quasi senza combattere: Giorgio promette agli isolani di alleggerirli dalla pressione fiscale di Bisanzio in cambio della resa, e la cosa funziona. Lascia una guarnigione, riprende il largo, scende lungo il Peloponneso razziando le città costiere, doppia capo Malea, risale verso nord nel Golfo di Corinto.

A un osservatore bizantino la rotta deve essere sembrata priva di logica militare. Ed era una sensazione corretta, perché di militare quella spedizione aveva ben poco. L’obiettivo, da mesi, era uno solo. Tebe.

Tebe: il cuore industriale dell’Impero

Tebe, nel cuore della Beozia, è in quegli anni uno dei principali centri serici del mondo bizantino. Officine attivissime, tessitori greci ed ebrei, tintori che custodiscono tecniche tramandate di padre in figlio, filati che arrivano nelle corti di mezza Europa. Quando la flotta di Giorgio arriva in città, non c’è praticamente nessuno a difenderla. L’ammiraglio entra, mette a sacco le botteghe e dà l’ordine che fa la differenza: caricare sulle navi non solo le stoffe, ma anche le persone specializzate nel produrle.

Si trattava di un gran numero di tessitori greci portati via in catene, artigiani ebrei che lavoravano nelle officine tebane, persino donne esperte di bachicoltura, quelle che sapevano far schiudere le uova dei bachi e nutrirli con le foglie di gelso, un sapere raro e preziosissimo. Tutte le versioni raccontate dai cronisti dell’epoca concordano: il prelievo non fu casuale. Gli artigiani furono selezionati in base a quello che sapevano fare. Spionaggio industriale ante litteram, in piena regola.

Prima del rientro la flotta saccheggia anche Corinto, da cui Giorgio si porta a casa pure le reliquie di San Teodoro. Poi, finalmente, fa rotta su Palermo.

Cosa successe nelle officine di Palazzo

A Palermo i deportati vengono inseriti, con ogni probabilità, nelle officine reali del tiraz, dentro quello che oggi chiamiamo Palazzo dei Normanni. L’ordine di Ruggero, è estremamente semplice: insegnate ai siciliani quello che sapete fare. E pare che le cose siano andate proprio così.

È il salto di qualità che Palermo aspettava da decenni. Le manifatture di corte, che la documentazione latina chiamerà Nobiles Officinae, diventano in pochi anni la realtà tessile più prestigiosa d’Europa. I loro tessuti finiscono nelle corti di mezzo continente. La tecnica, da Palermo, si diffonde prima nel resto della Sicilia, poi nell’Italia meridionale; due secoli più tardi arriverà a Lucca, Firenze, e infine fino a Lione e in Provenza. Quando oggi parliamo della “seta italiana” come di un’eccellenza secolare, la radice di tutto è in questa storia “piratesca”.

Conclusione

Spogliata del velo dell’epica medievale, la razzia del 1147 fu un atto brutale: una deportazione di massa di lavoratori, uomini e donne strappati dalle loro case e portati a mille chilometri di distanza per trasferire un sapere tecnico. Era, del resto, uno dei metodi più efficaci di trasferimento tecnologico del mondo premoderno: se vuoi un know-how che qualcun altro custodisce, vai a prendere chi lo possiede. Lo avevano fatto i Persiani, lo avrebbero fatto gli Ottomani, lo fece la Sicilia di Ruggero II.

Il colpo, va detto, funzionò per davvero. E per secoli. Le Nobiles Officinae del Palazzo dei Normanni sarebbero rimaste, nei decenni successivi al 1147, la realtà tessile più prestigiosa d’Europa: i loro tessuti finivano nelle corti di mezzo continente e, attraverso gli imperatori del Sacro Romano Impero che ereditarono la Sicilia, sarebbero stati indossati nelle incoronazioni per altri quattro secoli. Tutto questo anche grazie ai tessitori di Tebe.

Fonti: Treccani, voci Giorgio d’Antiochia (Dizionario Biografico) e Giorgio di Antiochia (Enciclopedia Italiana)
Ottone di Frisinga, Chronica sive Historia de duabus civitatibus
Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio (ed. Mondadori, a cura di R. Maisano)
H. Houben, Ruggero II di Sicilia. Un sovrano tra Oriente e Occidente (Laterza)
J.J. Norwich, Il regno nel sole. I Normanni nel Sud 1130-1194 (Mursia).

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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