Sesso, fede e trasgressione: la sessualità femminile in Sicilia da ieri a oggi

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Ti sei mai chiesto come sarebbe stato vivere la tua vita intima nella Sicilia di qualche secolo fa? Se pensi che ancora oggi la sessualità femminile in Sicilia sia rimasta in qualche modo complessa, aspetta di sentire cosa succedeva qualche secolo fa. Facciamo un salto nel Medioevo siciliano per vedere cosa è cambiato davvero e cosa, purtroppo, sembra rimasto appiccicato alla cultura dell’isola come una macchia difficile da togliere.

Dobbiamo partire da un filo rosso che attraversa secoli di storia siciliana e arriva fino ai giorni nostri, e quel filo passa dritto attraverso il corpo delle donne. Se al giorno d’oggi le donne rivendicano il diritto di decidere da sole sul proprio corpo, vivendolo come spazio di libertà e di piena espressione di sé, per secoli il corpo femminile è stato percepito come misterioso, pericoloso, fertile, fragile, peccaminoso e sacro allo stesso tempo. Una contraddizione continua.

Considerato proprietà della famiglia (per l’onore), poi proprietà del marito (per la sessualità e la procreazione) in genere proprietà della comunità (per la moralità pubblica), il corpo femminile non era percepito come “individuale”, ma come bene collettivo da sorvegliare. Per questo doveva essere regolato da leggi, controllato, punito, nascosto e, ogni tanto, rivendicato con un coraggio che ancora oggi fa impressione.

Vestiti, confessori e letti controllati: quando lo Stato entrava fin dentro l’armadio

donna medioevo sessualità femminile in Sicilia

Partiamo da quello che per fortuna non esiste più. Sembra davvero incredibile ma nel Medioevo siciliano, tra il XII e il XV secolo, esistevano addirittura delle leggi apposite che riguardavano le donne ed il loro corpo: le cosiddette leggi suntuarie. Erano norme reali che disciplinavano il lusso e l’apparenza, nate per mantenere l’ordine sociale e controllare soprattutto il comportamento femminile. Pensate che veniva stabilito persino quante perle potevi portare o quanto dovessero essere lunghe le frange del tuo vestito. L’idea era semplice quanto assurda, se una donna si faceva troppo bella, stava tendendo una trappola agli uomini. La vanità femminile era letteralmente un reato.

Ma il controllo non si fermava all’armadio. Entrava fin dentro il letto matrimoniale, attraverso lo strumento più potente che la Chiesa avesse a disposizione: il confessionale. I preti erano addestrati, grazie ad appositi manuali, a fare domande dettagliatissime e imbarazzanti sulla vita intima delle donne. Volevano sapere se provavano troppo piacere, se usavano erbe o metodi per non restare incinte, se il sesso aveva o meno il solo scopo di generare figli. Tutto il resto era peccato. Oggi tutto questo ci sembra fantascienza, eppure era la realtà quotidiana di migliaia di donne.

Il male necessario: prostituzione, quartieri e mantelli corti

Un altro mondo ormai scomparso (almeno nella sua forma istituzionale) di controllare la sessualità femminile, è quello della prostituzione regolamentata. Nel Medioevo la si considerava un “male necessario”, utile a tenere gli uomini lontani dalle donne “oneste” e quindi a preservare l’equilibrio morale della comunità. Per questo le città siciliane confinavano l’attività delle prostitute in zone precise: a Palermo la Loggia, a Catania i cosiddetti Bordelli, quartieri sorvegliati dove tutto era controllato, dalle tasse ai movimenti delle lavoratrici.

Le donne che vi esercitavano erano obbligate a indossare mantelli corti, un segno immediato di riconoscibilità che le marchiava anche nella silhouette, distinguendole a distanza dal resto della popolazione femminile. Erano figure ai margini e al tempo stesso parte integrante della vita urbana: tollerate, tassate, sorvegliate, indispensabili a un ordine sociale che pretendeva di regolare la sessualità maschile attraverso il corpo femminile. In queste strade oggi scomparse si legge una pagina complessa della storia siciliana, dove controllo, necessità economica e moralismo convivevano senza mai risolversi davvero.

Onore di sangue: quando tradire costava la vita

Ma la vera piaga di quei secoli era il trattamento dell’adulterio femminile. Se una donna tradiva il marito, non si parlava di una questione privata: era una ferita all’onore della famiglia, una macchia sulla stirpe che pretendeva riparazione immediata. E la riparazione, spesso, era la violenza.
In Sicilia come nel resto d’Europa, l’omicidio della moglie infedele poteva perfino essere considerato un atto quasi legittimo: Re Martino I arrivò a graziare i mariti che uccidevano le consorti sorprese in adulterio, trasformando la vendetta in una sorta di diritto implicito. Il paradosso era evidente: lo stesso sovrano che assolveva questi delitti aveva amanti e figli illegittimi sparsi per il regno, senza che ciò scalfisse minimamente il suo prestigio.

E ciò che inquieta, guardando la storia, è quanto a lungo questa mentalità sia sopravvissuta: il cosiddetto “delitto d’onore” è rimasto attenuante nel codice penale italiano fino al 1981, come se l’onore maschile valesse più della vita di una donna. Una continuità che racconta quanto profondamente radicata fosse l’idea che il corpo femminile appartenesse non alla donna, ma all’uomo che lo “custodiva”.

Matrimoni combinati: quando l’amore non c’entrava niente

Con queste premesse si capisce come anche sul fronte del matrimonio il romanticismo era un lusso che quasi nessuno poteva permettersi. Nel Medioevo il matrimonio non aveva nulla a che vedere con l’amore: era un accordo politico tra famiglie, un contratto per unire terre, titoli e lignaggi, e le figlie venivano promesse quando erano ancora bambine, senza che il loro parere contasse.

Esistono storie di ribellione che testimoniano quanto potesse pesare questa forma di obbligo e dove poteva arrivare. Una bambina di appena undici anni fu costretta a sposare un uomo anziano e violento, trascinata all’altare tra urla e lacrime. Rispetto alle migliaia di situazioni simili passate sotto silenzio, la storia di Diamante de la Pullitra, originaria di Monte San Giuliano (l’odierna Erice), arrivò agli atti perché ebbe il coraggio di ribellarsi e fuggire in un monastero chiedendo l’annullamento del matrimonio e minacciando di togliersi la vita pur di non tornare da lui.
La Chiesa, almeno in teoria, chiedeva il consenso degli sposi, ma nella pratica il volere del padre pesava infinitamente più di qualsiasi sentimento, e solo chi era povero o straniero riusciva a ritagliarsi un minimo di libertà.

Matrimonio in Sicilia

Questo sistema è rimasto in piedi per secoli, fino a quando l’età moderna e poi l’Ottocento hanno lentamente introdotto l’idea che il matrimonio potesse nascere anche da una scelta d’amore. Oggi ci sposiamo per amore e siamo liberi di scegliere chi avere accanto, ma in molte famiglie siciliane sopravvive ancora l’eco di quel passato: il peso del giudizio dei genitori, la pressione a “sistemarsi bene”, l’idea che il matrimonio sia soprattutto una scelta sociale più che personale. Tracce sottili, ma tenaci, di un mondo che credevamo scomparso. (Il Matrimonio in Sicilia cento e più anni fa)

La piaga della violenza sessuale e le monache innamorate

Ancora oggi la violenza contro le donne è una piaga difficile da sradicare, ma le sue radici sono davvero antichissime! Nel Medioevo era una realtà tristemente diffusa. Era usata persino come arma di guerra per umiliare il nemico, come accadde durante le lotte tra Angioini e Aragonesi, con gli stupri di massa perpetrati per lasciare un segno indelebile di sconfitta non solo sui soldati, ma sull’intero tessuto familiare e morale della popolazione siciliana.
La legge prevedeva pene severe, anche la morte, per lo stupro, ma ottenere giustizia era quasi impossibile senza l’appoggio di un uomo: troppo spesso tutto si risolveva in un risarcimento economico o nel famigerato “matrimonio riparatore”, che subordinava la dignità della donna alla salvaguardia del suo valore nel mercato matrimoniale.

Eppure, anche in quel sistema soffocante, c’erano donne che resistevano e rivendicavano un frammento di libertà. Lo si vede persino nei conventi, luoghi che avrebbero dovuto incarnare silenzio, preghiera e castità, ma che talvolta diventavano spazi di passioni tutt’altro che spirituali. Le cronache raccontano delle monache di San Benedetto a Catania, stanche della monotonia del chiostro al punto da intrecciare relazioni segrete con preti e giovani laici, scambiarsi lettere infuocate e perfino abbattere pezzi di muro per far passare i loro amanti.

È solo la punta visibile di un mondo nascosto che a sentire oggi viene spontaneo ascoltare con un sorriso ironico ma invece rappresenta la realtà delle donne che cercavano disperatamente un briciolo di vita vera in un mondo che voleva soltanto disciplinarle.

L’ombra che non se ne va: cosa sopravvive ancora oggi

Oggi la Sicilia è un posto radicalmente diverso: niente più roghi, niente più confessori inquisitori, niente più leggi sul lusso. Ci sposiamo per amore, la nostra vita intima è affar nostro, e certi orrori giuridici sono finiti per sempre. Ma sarebbe illusorio dire che il passato è davvero sepolto. L’ossessione per l’onore familiare, il peso del giudizio della comunità su una donna che “sbaglia”, la pressione affinché ci si “sistemi bene” con la persona giusta secondo i canoni familiari, il doppio standard che perdona l’uomo e condanna la donna, tutto questo non è scomparso, si è solo mimetizzato. Indossa abiti moderni, parla con voce più bassa, ma è ancora lì in molte mentalià rimaste ancorate a idee distorte. E molte donne siciliane, purtroppo continuano ogni giorno a farci i conti.

Saverio Schirò

Fonte: Patrizia Sardina, La sessualità femminile in Sicilia, fra trasgressione, mercificazione e violenza, secc XII-XV, in Archivio Storico Siracusano, Siracusa 1999.
Foto di copertina by depositphotos.com

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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