Cosa era “a morti” per i ragazzini di strada nella Palermo di una volta?

Autore:

Categoria:

25,584FansLike
1,315FollowersSegui
633FollowersSegui

Ti è mai caduta una moneta dalle mani per finire in un tombino? Peggio ancora se si tratta di una chiave o qualcosa di importante! Ebbene, quando questo accadeva ai ragazzi della Palermo di una volta, ecco l’esclamazione di disappunto: minchia, n’ta morti fiuniu!” Cioè “è finita nella “Morte”.

Infatti, il tombino veniva comunemente chiamato a morti dai ragazzini, perché l’oggetto che vi cadeva dentro era spesso perduto; ma loro non sapevano che in siciliano antico, col termine “morti” si intendeva sia un “ricettacolo d’acqua e altre sozzure”, sia la “lastra forata che copre il bottino” (cioè il tombino), come ci spiegano i dizionari del 1800! Ecco svelato l’origine del termine!

Quello che appare curioso è che il termine “tombino” è più recente, ed effettivamente viene da “tomba” per via della forma a camera sotterranea del pozzetto, benché viene attribuito impropriamente al coperchio, che invece si chiama chiusino. Dunque, “tombino” e “morti” hanno una attinenza evidente al di là dell’incidente della perdita di qualcosa al suo interno.

Tuttavia, noi ragazzini di “quando a Palermo si giocava per strada”, nulla sapevamo di tutto questo e “a morti” era semplicemente quel luogo dove finivano malauguratamente i tappi di latta delle bottiglie o peggio ancora le preziose monete, giocando a “Spagnu” o “Accustari”.

Di questi e altri giochi “da marciapiede” ne ho parlato nell’articolo ma ecco di cosa si tratta.

Accustari” e “Spagnu” due giochi di altri tempi

A morti - posizione delle dita
Posizione delle dita per lanciare il tappo

Si poteva giocare “Accustari” e a “Spagnu” anche solo in due, ma molto meglio se i partecipanti erano quattro o cinque. Si potevano utilizzare i tappi di latta delle bottiglie, soprattutto se tolti senza la fastidiosa piegatura al centro, oppure le monete da 10, 20, 50 o 100 lire. 

Nel gioco chiamato “accustari”, cioè “avvicinarsi”, si lanciavano i tappi o i soldi con le mani, il più vicino possibile ad un muro o verso il marciapiede. Esisteva un tecnica speciale nel modo di mettere le dita, con un caratteristico “zicchettone” cioè una spinta bilanciata per lanciare il pezzo. Vinceva chi si avvicinava di più al muro o al bordo del marciapiede, senza che il pezzo cadesse giù. 

Più complesso, e per i più grandi, era “u spagnu” perché si giocava solo per soldi e a quel tempo non è che ne circolassero molti! Infatti era un gioco tipico della domenica mattina.
Il termine “Spagnu” etimologicamente viene da “appagnu”, cioè spavento e in certe parti della Sicilia significa proprio questo. Ma, onestamente non so se il termine ha attinenza col gioco: ma questo è!

Come si giocava a “Spagnu”? Ogni giocatore doveva far rimbalzare una moneta su una parete, sopra un marciapiede di almeno un paio di metri. Quindi già il luogo doveva essere adeguato. Si faceva la conta, “spaiemu” in palermitano, e si stabiliva l’ordine dei partecipanti. Cominciava il primo battendo la moneta sul muro con una forza adeguata e questa rimbalzava ad una certa distanza dalla parete. Se la moneta cadeva troppo vicino, era già un guaio. Coloro che seguivano dovevano cercare di fare rimbalzare la loro moneta vicino a quelle già giocate: se potevano toccarle entrambe mettendoci sopra la scarpa, allora la moneta era guadagnata: dunque, chi aveva il piede più grande era avvantaggiato! 

Lo spagno” era il colpo da “maestro” o da “culoso” (fortunato a Palermo si dice “avere culo”!) che faceva arrivare la moneta nel bordo del marciapiede, esattamente nella parte limitata dal blocco in pietra. Chi faceva “spagnu” vinceva in un sol colpo le monete di tutti gli altri

Ma qua c’entra il tombino, perché cercare di fare spagno, oppure “accustari” il più possibile al bordo del marciapiede era un colpo difficile quanto pericoloso, perché spesso sotto il marciapiede o pochi metri più là, c’era “a morti” pronto ad inghiottire il pezzo che vi finiva dentro, e se erano soldi: addio moneta!

Saverio Schirò

Antichi dizionari siciliano – italiano:

Ti è piaciuto? Condividilo con gli amici!

Rimani aggiornato su Telegram

Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Ti potrebbe interessare anche...

Quando gli Zar si trasferirono a Palermo

Il 23 ottobre 1845 al porto di Palermo una folla di curiosi era accorsa per salutare, o forse meglio per vedere con i propri...

Una sanguinosa faida nella Sicilia del ‘500

Abbiamo già parlato della tragedia quasi shakespeariana di Andonza e Bello pede, che diede vita ad una cruenta faida che vide contrapporsi due delle...

Il Giapponismo: Come Palermo scoprì l’Oriente

Il ventaglio dipinto nella Palermo Fin de Siècle tra accessorio moda, oggetto artistico e modello decorativo. Che Palermo non fosse solo arabo – normanna e...

Eleonora d’Aquitania e la Sicilia

Quando, la sera del 2 febbraio 1177, Giovanna d'Inghilterra fece il suo solenne ingresso in una fiabesca Palermo illuminata a giorno in suo onore,...

Costanza di Svevia: la regina beatificata dalla Chiesa

Quando, nel 1282, Costanza, figlia di Manfredi di Sicilia, sbarcò in pompa magna a Trapani, venne accolta dal popolo esultante. Era passato appena un...

L’assurda processione dei nudi di sant’Agata a Palermo

Che a Palermo vi sia una forte e storica devozione per sant’Agata, è storia nota, ma pochi sanno che dalla fine del ‘400 fino...