La truffa arabeggiante dell’abate Vella

La grande truffa nota come Minzogna Saracina è una delle più memorabili nella storia di Palermo. Il suo autore era un semplice frate maltese che si guadagnò onori e denaro.

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La storia dell’abate Vella è stata d’ispirazione per numerose opere letterarie e cinematografiche. Si tratta di una succulenta truffa consumatasi nella Palermo di fine ‘700 ad opera di un umile frate maltese, forse con la complicità di alcuni membri della nobiltà siciliana.

Ripercorriamo insieme tutta la vicenda di questo storico impostore.

La Minzogna Saracina

Abate Vella

Questa storia ha inizio nel dicembre 1782, quando a causa del mare in tempesta, l’ambasciatore del Marocco Muḥammad ibn ʿUthmān si vide costretto a ripararsi a Palermo. Avendo come ospite questo alto dignitario straniero, il viceré Caracciolo si adoperò affinché fosse accolto con tutti gli onori. Rimaneva solo un problema: la barriera linguistica.
Per quanto si cercò in giro per la città, non si trovò nessuno in grado di svolgere il ruolo di interprete e di accompagnare il funzionario durante il suo soggiorno. La soluzione arrivò dal Monastero di San Martino delle Scale, dove un giovane frate maltese svolgeva il ruolo di cappellano. Il suo nome era Giuseppe Vella.

Non è ben chiaro se il frate conoscesse effettivamente la lingua araba, probabilmente riuscì semplicemente ad arrangiarsi grazie alla sua lingua maltese (nata dalle stesse radici dell’arabo) e forse da una elementare conoscenza di frasi ed espressioni magrebine.

Ma tanto bastò per adempiere al suo compito, e ancor di più per farsi conoscere in tutta Palermo come esperto di lingua e cultura araba, tassello fondamentale che gli avrebbe permesso di architettare una delle più grandi truffe del suo tempo.

Giuseppe Vella sapeva che nella biblioteca del Monastero di San Martino si trovava un antico manoscritto arabo e pensò di sfruttarlo a proprio vantaggio.

La sua nuova fama di arabista si rivelò una specie di super potere. Era l’unica persona a Palermo che professava di saper leggere i caratteri cufici e tanto bastava perché le sue parole venissero prese in grande considerazione.
Rivelò di aver trovato un antico manoscritto, contenente numerose lettere scambiate tra gli emiri di Sicilia e i principi nordafricani. Questa raccolta epistolare opportunamente tradotta, costituiva il Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, anche noto come Consiglio di Sicilia.
Questo inestimabile ed inedito manoscritto, era un vero tesoro storico, in grado di chiarire molti punti oscuri su quel periodo. Oltretutto i dettagli amministrativi contenuti tra quelle lettere, indebolivano fortemente i diritti feudali dei baroni, a vantaggio della corona borbonica e della nobiltà siciliana.

Ovviamente la notizia fu accolta con grande favore in tutti i salotti buoni di Palermo e Giuseppe Vella, fu trattato con tutti gli onori e ricoperto di denaro e prestigio. Le sue nuove nobili amicizie gli fruttarono la nomina ad abate e fu istituita per lui la prima cattedra di lingua araba all’Università di Palermo, che esiste ancora oggi.

C’era solo un piccolo dettaglio che Vella non aveva rivelato al mondo. Il codice di San Martino era in realtà una comune biografia del profeta Maometto e l’intera storia delle lettere arabe era stata inventata di sana pianta. Era l’inizio di quella che sarebbe passata alla storia come “Minzogna Saracina” o “araba impostura”.

La bugia dell’abate Vella

Proprio così, il famoso libro destinato a rivelare la storia della Sicilia araba era in realtà un’invenzione del furbo abate, che sperava così di ottenere i favori dell’aristocrazia.

La bugia in realtà fu presto messa in discussione dal rinomato storico Rosario Gregorio, che contestava le numerose incongruenze cronologiche e geografiche presenti nel testo, ma l’antico manoscritto faceva troppo comodo alla corona e all’aristocrazia, perché queste obiezioni venissero seriamente prese in considerazione.

Intanto l’abate Vella aveva rivelato al mondo un secondo codice, chiamato il Consiglio d’Egitto, che riportava altre lettere risalenti questa volta al periodo normanno e che modificavano ulteriormente gli equilibri tra il monarca e la nobiltà. Per realizzare questa nuova opera si era dovuto trasformare da semplice imbroglione a falsario vero e proprio. Scrisse di proprio pugno un nuovo testo in una lingua di sua invenzione, una specie di dialetto arabo, poi falsificò ad arte il manoscritto affinché apparisse antico.

La sua scalata all’interno del sistema di potere siciliano sembrava inarrestabile, ma il suo primo oppositore non aveva intenzione di arrendersi. Mentre l’abate Vella frequentava i palazzi nobiliari di Palermo, raccogliendo favori ed atteggiandosi a grande erudito, il canonico Rosario Gregorio era deciso a smascherare la truffa. Si mise a studiare l’arabo per verificare le incongruenze in prima persona e, dopo una lunga diatriba, decise di chiedere aiuto all’orientalista italo-austriaco Joseph Hager che giunse a Palermo nel 1788 per analizzare i documenti e calare definitivamente il sipario sulla vicenda.

Il verdetto fu inoppugnabile, i manoscritti rivelati dall’abate Vella erano totalmente falsi.

Di fronte all’evidenza, l’impostore fu costretto a confessare e anche i nobili e gli studiosi che lo avevano caldamente appoggiato, decisero infine di voltargli le spalle. Dopo un lungo processo fu condannato a scontare 15 anni di carcere, poi commutati in arresti domiciliari presso la sua tenuta di Mezzomonreale.

Curiosità

Quando l’abate Vella morì, nel 1814, i suoi resti furono tumulati in una cappella della chiesa di San Matteo al Cassaro. Per uno strano scherzo del destino o per opera di qualche malizioso anonimo, nella stessa cappella si trova la tomba di Rosario Gregorio, l’uomo che più di tutti aveva contribuito a smascherarlo e che era morto qualche anno prima di lui.

Da allora i due acerrimi avversari sono costretti a stare vicini, condividendo loro malgrado uno spazio come mai avrebbero fatto in vita.

All’inizio del XX secolo saltò fuori una nuova copia del secondo manoscritto arabo quello relativo al Consiglio d’Egitto, probabilmente realizzata dallo stesso abate Vella durante il suo periodo di reclusione (non si sa bene a che scopo).
Trovato questo falso documento, gli eredi dell’abate tentarono di venderlo come prezioso codice autentico ad una casa d’aste di New York.
Come dire, buon sangue non mente.

Fonti: P. Preto, Una lunga storia di falsi e falsari, Mediterranea, anno III, n. 6, aprile 2006
L. Buscemi – L’abate Vella impostore provetto e la beffa della sepoltura accanto al suo accusatore, la Repubblica, 19 feb 2015
L. Buscemi – La beffa dell’abate Vella sepolto con il suo avversario, la Repubblica, 02 giu 2010
A. Traina – 101 Storie su Palermo che non ti hanno mai raccontato, Newton Compton Editori, 2012
Wikipedia.org – Giuseppe Vella
Treccani.it – Vella Giuseppe

Foto copertina: Depositphotos


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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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