Giuseppe Giannola, il palermitano fucilato 3 volte (e sopravvissuto)

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Se non conoscete la storia di Giuseppe Giannola, forse è ora di rimediare. Si tratta infatti di un soldato palermitano, passato alla storia per essere stato fucilato ben 3 volte nel giro di poche ore, riportando ferite gravissime ma, tuttavia, sopravvivendo fino alla veneranda età di 99 anni.

Giannola fu anche un personaggio importante in quanto uno dei pochissimi testimoni superstiti del Massacro di Biscari, ad opera delle truppe americane sbarcate in Sicilia.

Ecco tutta la storia.

Le stragi americane in Sicilia

Il 9 luglio 1943 avvenne lo storico sbarco in Sicilia delle truppe alleate, nell’ambito della cosiddetta Operazione Husky.
A tal proposito il generale Patton, responsabile delle operazioni aveva dato ordini piuttosto chiari, ovvero uccidere qualunque italiano o tedesco che non si fosse arreso immediatamente.

«Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fo***no, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
(G. S. Patton)

Sebbene in seguito Patton abbia ammesso che tale discorso, piuttosto cruento, fosse stato fatto più che altro per motivare i suoi uomini, alcune truppe americane presero un po’ troppo alla lettera tali istruzioni, e appena sbarcate iniziarono a fucilare indiscriminatamente militari nemici ormai arresi, ma anche civili che avevano opposto anche una minima resistenza.

Gravi episodi di violenza si registrarono tra i cittadini di Vittoria, Canicattì, Piano Stella, Comiso, Butera e in molti altri centri abitati sulla strada per Palermo.

La vicenda che vogliamo raccontarvi è avvenuta invece all’aeroporto militare di Biscari (o Santo Pietro), nei pressi di Caltagirone, un avamposto di grande importanza strategica che uno sparuto gruppo di militari italiani e tedeschi stava difendendo dall’avanzata degli Alleati.

L’incredibile storia di Giuseppe Giannola

Il 13 luglio, l’aviere palermitano Giuseppe Giannola, si trovava nel gruppo di soldati posti a difesa dell’aeroporto di Biscari-Santo Pietro.
Qui, dopo una breve battaglia ad armi impari, le truppe italiane vennero accerchiate e costrette alla resa, uscendo dai rifugi disarmati, con le mani alzate e sventolando fazzoletti bianchi.

Dopo essere stati interrogati, i soldati furono privati di camicie e scarpe, per disincentivarne la fuga, poi furono aggregati ad altri prigionieri provenienti da altre zone.
Dopo una breve marcia i militari catturati, a cui in genere viene risparmiata la vita, furono invece fatti allineare sul bordo della strada e trucidati a colpi di mitragliatore.

Giannola, che si trovava al centro del gruppo, fu colpito immediatamente ad un polso e si gettò a terra fingendosi morto, tra i corpi dei suoi compagni.
Rimase immobile in quella posizione e in quelle tremende circostanze per oltre due ore. Poi credendo passato il pericolo iniziò a muoversi per cercare di fuggire, ma non appena alzò la testa, un’altra fucilata lo colpì proprio al capo, per fortuna di striscio. Evidentemente qualche soldato americano stava ancora facendo la guardia ai cadaveri proprio per assicurarsi che non ci fossero superstiti.

Ricevuto il secondo colpo, Giuseppe Giannola decise di non muoversi più, convinto che chi aveva sparato si sarebbe avvicinato per dargli il colpo di grazia. Invece non arrivò nessuno e rimase ancora lì in attesa per altre ore, finché non decise di ritentare la fuga. Pur non avvertendo segni di soldati americani posti a guardia, questa volta fu più prudente e si allontanò strisciando per terra fino a raggiungere una strada sterrata.
Qui vide degli altri americani, ma con la croce rossa sul braccio. Il rischio era grosso, ma aveva bisogno di cure e si avvicinò.

La squadra medica americana, pur riconoscendolo come soldato italiano, si affrettò a dargli da bere e a medicargli le ferite con cura. Poi gli dissero di aspettare lì sul ciglio della strada, avrebbero mandato qualcuno a prenderlo.
Dopo una breve attesa qualcuno arrivò, erano americani e Giuseppe pensò che fossero stati mandati per lui. Invece si trattava di alcuni militari che, vistolo ferito ma non preoccupati dalla loro vista, lo avevano scambiato per uno di loro e si erano fermati per dargli soccorso.
Bastarono pochi attimi per rendersi conto che il povero uomo malconcio non capiva una parola di quanto gli veniva detto e fu allora che uno dei soldati imbracciò il fucile e gli sparò al petto, quasi a bruciapelo.

Il colpo, che evidentemente mirava al cuore, gli trapassò invece un polmone e lo lasciò agonizzante lì sul ciglio della strada.
Pochi minuti dopo passò un’altra squadra medica, questa volta britannica, che viste le sue gravi condizioni ne dispose il ricovero immediato nell’ospedale da campo di Scoglitti, poi lo trasferirono nell’ospedale militare britannico di Biserta, in Tunisia.

Qui ricevette le cure necessarie, e dopo una lunga convalescenza, fu in grado di ritornare in Italia dove nonostante le evidenti cicatrici, fu addirittura sospettato di diserzione.

Dopo la guerra

Alla fine della guerra, Giuseppe Giannola inviò resoconti dettagliati alle autorità italiane, denunciando l’accaduto, le tre fucilate ed il trattamento ricevuto.
La sua voce rimase inascoltata fino al 2004, quando finalmente il procuratore militare di Padova decise di raccogliere nuovamente la sua deposizione ed aprire un fascicolo sulla vicenda.

Nel 2009 il generale Mosca Moschini, consigliere militare del Presidente della Repubblica, lo ricevette in Quirinale, prendendo in consegna un appello in cui si richiedeva giustizia per tutti quei ragazzi caduti a Biscari, senza nemmeno una targa che ne ricordasse i nomi.
La sua richiesta fu finalmente accolta nel 2012, quando sul luogo del massacro fu inaugurata una stele commemorativa e Giuseppe Giannola fu insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica dall’allora presidente Giorgio Napolitano.

Morì a Palermo il 4 dicembre del 2016, all’età di 99 anni, 73 anni dopo essere stato fucilato per ben 3 volte.

Samuele Schirò

Leggi anche: Jack Churchill, l’ufficiale che sbarcò in Sicilia con arco e spada
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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

4 COMMENTI

  1. Forse avrei speso due parole sulla figura di un altro soldato coinvolto nel massacro di Biscari/Santo Pietro. Mi riferisco al tedesco Luz Long, medaglia d’argento nel salto in lungo alle Olimpiadi di Berlino 1936. Long, prototipo dell’atleta “ariano”, fu sconfitto dal grande Jesse Owens grazie anche ad alcuni consigli tecnici che fornì all’avversario per evitare di essere squalificato in conseguenza del terzo salto nullo nei preliminari della gara. Interpretando lo spirito olimpico e in evidente contrasto con le follie del Fuhrer e dei suoi, Long si oppose al razzismo con i fatti e davanti a decine di migliaia di persone giungendo a fraternizzare anche durante la cerimonia di premiazione. Da allora nacque tra i due campioni una bella amicizia testimoniata dalle lettere che Long mandò in America a Owens. L’ultima si concludeva così: “Io non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello Luz”. Long sarà ucciso dai compatrioti del suo grande amico il 14 Luglio 1943; la sua salma riposa in Sicilia, al Cimitero di guerra tedesco di Motta Sant’Anastasia (CT).

  2. Le atrocità degli americani in Sicilia dovrebbero essere scritte su tutti i libri di storia. Per troppi anni ci hanno raccontato la favoletta degli eroi buoni che sono venuti a salvarci, in realtà hanno sempre fatto solo i loro interessi e certamente non erano migliori di quelli che hanno scacciato.

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