Giuseppe D’Alesi, il Masaniello siciliano

Quando un semplice artigiano divenne "padrone di Palermo"

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Tra le rivolte più memorabili avvenute a Palermo, non si può non raccontare quella di Giuseppe D’Alesi, un comune artigiano messosi a capo di una grande insurrezione che gli consegnò un fugace momento di gloria.

Nel 1646 in Sicilia non tirava una buona aria. Una grave carestia imperversava nelle campagne di tutta l’isola ed il raccolto di grano era stato disastroso. Non era certo la prima volta che accadeva e, come sempre in questi casi, i governi cittadini blindavano le loro scorte, per razionarle in attesa di un raccolto migliore l’anno successivo. Solo che l’anno successivo la situazione non migliorò affatto, e come sempre la pancia vuota non fa mai bene al popolo.
Nel 1647 a Palermo serpeggiava il malcontento, alimentato anche dall’imposizione di pesanti gabelle da parte del viceré Piero Faxardo Zuniga y Requesens.

Nella primavera di quell’anno nacquero i primi tumulti. Un gruppo di rivoltosi, formato da cittadini comuni e contadini impoveriti dall’assenza di raccolti, si raccolse sotto la guida di Nino La Pelosa e assalì il palazzo del Senato per far sentire le proprie ragioni. Questa rivolta quasi spontanea, quindi priva di qualsiasi organizzazione, fu presto presa in mano dalle autorità cittadine che arrestarono un gran numero di insorti e fecero impiccare La Pelosa, insieme ad altri cittadini ritenuti capi della sommossa.

Tra gli arrestati, figurava anche un battiloro (ovvero un artigiano specializzato nella lavorazione delle lamine d’oro e d’argento) di nome Giuseppe D’Alesi (o D’Alessi), originario di Polizzi Generosa, dalla corporatura robusta e dal carattere irrequieto.
Riuscito a sfuggire ai suoi carcerieri, si rifugiò a Napoli, dove assistette alla famosa rivolta popolare guidata dal pescatore Tommaso Aniello, meglio noto come Masaniello.

Tornato in Sicilia infervorato dalla vista delle folle tumultuose di Napoli, in grado di mettere sotto scacco le autorità cittadine, D’Alesi iniziò a riorganizzare la resistenza contro il malgoverno spagnolo, accordandosi con le corporazioni più importanti della città, tra cui i pescatori, i lettighieri ed i conciatori di pelli. Nell’Agosto dello stesso anno, sui muri e sulle statue di Palermo iniziarono a comparire scritte minacciose nei confronti del viceré, accusato di affamare il popolo. Qualche giorno più tardi, a causa di una spia, alcuni capi rivolta furono arrestati e condannati a morte. In tutta risposta, raccolto il consenso del popolo, Giuseppe D’Alesi guidò la folla inferocita verso il Palazzo Reale per ottenere il rilascio dei prigionieri.
Nonostante la pronta liberazione dei rivoltosi, la folla iniziò ad attaccare con sassi e bastoni al grido di “Morte agli Spagnoli”, costringendo i pochi soldati di guardia a rifugiarsi all’interno del Palazzo. Assaltata l’armeria, la folla si fece ancor più minacciosa e costrinse il viceré a darsi alla fuga, imbarcandosi su una galea e rimanendo a largo della costa palermitana in attesa di migliori sviluppi.

Giuseppe D’Alesi era il padrone di Palermo, ma questo improvviso successo non gli fece perdere la testa, anzi.
Nominato Capitano Generale, ordinò che nessuno distruggesse o saccheggiasse nulla, organizzò la difesa della città ed emanò una serie di ordinanze volte a mantenere l’ordine. Fece anche redigere uno statuto, in cui riconosceva la legittimità del re di Spagna, ma esigeva forti diritti di autonomia da parte dei siciliani.

Visto questo atteggiamento ragionevole, il senato ed i nobili provarono a trattare con lui, offrendogli doni, cariche e titoli con lo scopo di corromperlo e riacquisire il potere che era stato loro strappato solo qualche giorno prima.
Sebbene D’Alesi rifiutò ogni proposta, il solo fatto che fosse disposto a dialogare con loro fu sufficiente a scatenare un piano di diffamazione ad opera della nobiltà, che aveva lo scopo di causare divisioni e mormorii tra il popolo. Ben presto iniziarono a circolare voci incontrollate, dicendo che tutta la rivolta era stata orchestrata per consegnare Palermo ai Francesi e che il popolo fosse stato solo usato a tale scopo.

La ciliegina su questa torta avvelenata, fu la nomina di Giuseppe D’Alesi a Sindaco a Vita, decisa unilateralmente dai nobili e i magistrati. Venuto a conoscenza di questa delibera, il popolo insorse nuovamente, questa volta contro i capi rivoluzione che solo una settimana prima avevano preso il potere in città. Molti furono catturati ed uccisi, incluso il fratello di Giuseppe, Francesco D’Alesi, la cui testa fu portata in trionfo su una lunga picca.

Vista la situazione si racconta che Giuseppe D’Alesi tentò una fuga disperata attraverso un passaggio segreto sotterraneo, ma vista la sua stazza imponente, ed un certo punto dovette desistere e riaffiorare in superficie, dove la folla lo stava già cercando.
Fu raggiunto e ucciso nei pressi della chiesa della Madonna della Volta, nel non più esistente quartiere della conceria. Lo stesso uomo che pochi giorni prima era stato portato in trionfo, adesso veniva trascinato senza vita e seminudo per le strade di Palermo.

Il popolo volubile ben presto si rese conto dell’errore commesso, dovendo ammettere di essere stato manipolato dai potenti della città. La rivoluzione continuò ancora per un po’, ma senza la coesione data dai leader, ben presto il governo del viceré fu restaurato, chiudendo definitivamente questo breve ma intenso capitolo della storia siciliana.

Fonti: Storiologia.it
Wikipedia.org
Ilportaledelsud.org

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile, redattore e fotografo di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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