Il Monte di Pietà di Pallavicino: storia di beneficenza

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Nel 1865 il Consiglio provinciale di Palermo della neocostituita Italia unita, nell’elenco di tutti gli “stabilimenti economici” enumera sotto la dizione “Olivella Eredità” ben 158 diverse voci, riportando per ognuna il beneficio economico conseguito. I benefici oscillano da pochi centesimi ad oltre un migliaio di lire. La somma totale ammonta a una cifra ragguardevole, poco oltre 400.800£ di quel tempo, equivalenti oggi a ben 49.150.000€ (calcolati secondo l’indice Istat).

Lasciti e donazioni per opere di carità

All’epoca la tenuta assai precisa delle scritture contabili generava una gran mole di carte, oggi conservate presso l’Archivio di Stato di Palermo sotto due diverse denominazioni: “Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri all’Olivella” e “Commissione Opere Pie Olivella”; in questo secondo fondo si trova l’amministrazione degli antichi lasciti testamentari.
Al cittadino che ne chiede la consultazione, vengono mostrati i voluminosi faldoni che racchiudono i fogli di secoli fa, quali ad esempio i “Ristretti delle Donazioni, Testamenti, e Codicilli dei legati, ed opere pie, che si amministrano dalla nostra Congregazione”. Tutto ordinatamente redatto e organizzato con criterio: elenchi di nominativi, “Giuliana parlante di tutte l’Eredità disposta secondo il corso degli anni”, ovvero la sintesi di ogni documento che ha sancito il legato testamentario, con trascrizione di stralci dei documenti originari. Si badi bene però che queste cifre non erano sempre elargite in modo libero all’istituto religioso, bensì con una destinazione d’uso per opere di carità e pietà cristiana.
I documenti contabili e giuridici descrivono allora una lunga storia di beneficenza, fatta di benefattori generosi a favore di bisognosi beneficati dalla loro carità, in pensioni o doti per sposalizio e monacato, sussidi.

Padre Pallavicino fonda il Monte di Pietà dei filippini

Gli oratoriani a Palermo svolgevano una funzione propria dello Stato sociale in favore della collettività nella quale si radicavano: gestivano capitali come fondi perduti in beneficienza, più uno specifico Monte di pietà fondato da uno di loro, il p. Camillo Pallavicino, rimasto vedovo nel 1633, quando volle entrare nella Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri di Palermo.

Nel giugno 1622 Camillo Pallavicino era console della nazione genovese a Palermo e, dopo neppure un mese dalla canonizzazione di San Filippo, fissò i capitoli della Congregazione dei genovesi in Palermo, con ampia priorità data a «sovvenire i poveri e gli infermi e distribuire elemosine». A pochi passi dalla chiesa di San Giorgio dei genovesi, aveva sede la Congregazione oratoriana iniziata nel 1593 nella vicina chiesa di S. Pietro Martire, contigua al monastero di S. Maria in Valverde. Nel giro di pochi metri, vicino al porto della capitale siciliana, si sviluppò attorno a Pallavicino una rete di frequentazioni, incontri, prestiti a cambio, procure, affari, accordi matrimoniali che coesisteva con un’attitudine assistenzialistica capace di dar vita anche ad alcune importanti commesse artistiche. Detentore in vita di una ingentissima fortuna economica, acquisita anzitutto dalla famiglia, il 26 maggio 1642 fece compilare dal notaio Giovanni Antonio Chiarella, un lungo e articolato testamento di 82 capitoli. Si fondava così l’istituto benefico, dotato di un capitale iniziale e di un patrimonio fruttifero nel tempo. Esso ebbe sede nelle stanze edificate a sue spese e da lui stesso abitate, nella testata della casa (oggi museo Salinas) che affaccia su piazza Olivella.

Fù questi il Padre Camillo Pallavicino Nobile Genovese della Congregatione di Palermo, che non contento di haver’eretto un monte, che è l’asilo perpetuo, e l’universale refugio della povertà Siciliana, impiegando in opere pie la somma di diciotto mila docati annui di suo proprio patrimonio, e di haver fondato un famosissimo Monistero di Vergini Claustrali, chiamato di S.Lucia di Valverde sotto l’Istituto Carmelitano […] (Giovanni Marciano, Memorie historiche della Congregatione dell’Oratorio, tomo II, Libro V, Capo XXIII).

La fine dell’opera pia del Pallavicino

Quanto durò nel tempo il Monte di pietà? Una sentenza della Corte di Cassazione (datata 28 febbraio 1899, Ghiglieri 1° Presid. – Alaggia Estens.) ci testimonia l’evoluzione della situazione, allorché «il comune di Palermo invocava la trasformazione della opera stessa a beneficio del civico ospedale». Ci chiederemmo che voce in capitolo avessero gli enti pubblici su un Monte di pietà privato.
Lo Stato sabaudo mediante alcune leggi speciali cercò di esautorare gli istituti religiosi amministratori di opere di pubblica utilità, imponendo loro «la revisione di statuti o trasformazione di opere pie per meglio indirizzare la loro azione ai fini voluti dai fondatori». Le nuove norme di ingerenza del diritto pubblico su quello privato rappresentarono una pietra tombale sul Monte Pallavicino. «Il prefetto con lettera 31 luglio 1896, nel comunicare alla congregazione di carità il detto parere, partecipava che il ministero, adottandolo, suggeriva procedersi sollecitamente alla compilazione di uno stato del pio monte, per costituirsi un’amministrazione autonoma», cioè di altri soggetti diversi da quelli originari e fino allora titolari. Il ricorso amministrativo e poi giudiziale dei religiosi (14 ottobre 1896) veniva rigettato dalla suprema corte, con le parole: «L’ente o individuo che pretende di aver diritto all’amministrazione di una opera pia, non può dirsi leso in tal diritto per il solo fatto dell’ordine di revisione o nuova compilazione dello statuto; e perciò non gli è dato di insorgere innanzi i tribunali ordinari contro il provvedimento amministrativo che impartì tal ordine».

Sul finire del XIX secolo, terminava così la secolare storia del Monte Pallavicino di Palermo, quando la “congregazione di carità” «fece istanza per il concentramento della parte di rendita in circa lire 40.000, destinata a scopo di beneficenza» e il Consiglio di Stato ritenne preferibile «provvedere affinché col minore indugio possibile venisse costituita, mediante un nuovo statuto, una nuova amministrazione stabile del pio monte», escludendo di fatto i religiosi che furono esecutori testamentari ed amministratori dell’eredità, eletti dal testatore Camillo Pallavicino. Il patrimonio fu sperperato, quando andava bene assegnando i beni redditizi agli enti pubblici, se non liquidandolo ai privati. I poveri non poterono più rivolgersi ai religiosi nel nuovo ordine sociale che si andava costituendo.

I monti di pietà che videro i natali nel medioevo, in parte grazie ai francescani, rappresentano pagine di storia che mostrano chi per primo promosse lo “Stato del benessere”, oggigiorno frutto di conquiste sociali del secolo scorso, ma da molto più tempo operante nella carità.

Corrado Sedda d.O.

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Corrado Sedda
Religioso della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri con sede nella chiesa di Sant'Ignazio all'Olivella

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