I marmi siciliani e la tecnica del mischio: storia di un unicuum decorativo

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Se anche voi come me amate vivere Palermo con gli occhi da turista, avrete sicuramente visitato moltissime chiese e vi sarete imbattuti in diversi gusti decorativi.
Sono sicura che avete apprezzato la fulgida magnificenza dei mosaici della Cappella Palatina o di S. Maria dell’Ammiraglio, con quelle processioni regali di figurine ieratiche, riconoscibili e facilmente contestualizzabili dal punto di vista storico, chiedendovi con quanta pazienza e senso compositivo gli artisti abbiano accostato le varie tessere musive e realizzato cosi ampie scenografie.
Vi siete inteneriti al cospetto dei dolcissimi puttini in candido stucco dei numerosi oratori serpottiani nei quali i raggi del sole, scontrandosi con le superfici delle piccole sculture, sembrano voler illuminare quei deliziosi palcoscenici di scene di vita religiosa.
Entrati invece dentro la Chiesa del Gesù o dell’Immacolata Concezione al Capo o ancora di S. Caterina d’Alessandria, siete stati pervasi da diversi tipi di malessere: mal di testa, vista sfocata, nausea; il che vi ha portato a raggiungere presto l’uscita.
Quale stregoneria è questa?
Non c’è nessuna stregoneria dietro questi strani sintomi! La ragione di questi strani sintomi è una e si chiama marmo mischio.

Chiesa dell’Immacolata Concezione
Chiesa del Gesù
Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria

Etimologia del termine e storia della tecnica

Il termine mischio deriva dal verbo mischiare ossia mescolare: nelle arti decorative il marmo mischio è un marmo policromo, risultato dalla giustapposizione di diverse tessere (o croste) di marmo colorato e paste vitree inserite all’interno degli incavi realizzati su una matrice di grandi dimensioni, solitamente una lastra di marmo bianco di Carrara. Gran parte dei marmi colorati erano originari di diverse zone della Sicilia: il grigio veniva da Billiemi, il giallo da Castronovo, il rosso da Piana dei Greci, il Libeccio da Custonaci, il Cotognino da Monte Pellegrino. A far risaltare il tutto, la cosiddetta “pietra di paragone” ossia il marmo nero proveniente dalle Fiandre. 
Questo forte contrasto cromatico caratterizzerà la produzione decorativa in marmo tipica del Barocco del capoluogo siciliano.
Spesso si utilizza il termine marmo mischio in maniera piuttosto generica per indicare questa ben precisa tecnica di lavorazione del marmo: in realtà questo sta ad indicare piuttosto la resa bidimensionale del manufatto, infatti se questo presenta elementi tridimensionali (aggettanti) non si parla di mischio, bensì di tramischio.

Colonna tortile in marmo tramischio – Chiesa dell’Immacolata Concezione al Capo

A quando risale il primo esempio di decorazione a marmo mischio?

La prima forma di marmo mischio si riscontrò all’interno della cappella di S. Rosalia presso la Cattedrale di Palermo (andata distrutta nel XVIII secolo) e sull’altare interno alla grotta di Monte Pellegrino, oggi divenuta santuario e quindi, ancora visibile.
In queste occasioni si notano i primi motivi di stampo rinascimentale a girali che ben si distinguono dal geometrismo policromo fino ad allora utilizzato nelle decorazioni marmoree.

Dal geometrismo policromo al marmo mischio: in che modo?

Il Rinascimento, con il suo repertorio decorativo caratterizzato da elementi vegetali e zoomorfi, la fece da padrone. Questo veniva già impiegato nella decorazione dei tessuti (paramenti liturgici, paliotti) o nell’intaglio ligneo delle scenografie effimere.
Assecondando un forte desiderio di sontuosità e di durevolezza nel tempo, si decise di trasporre questi motivi decorativi in un materiale sicuramente meno duttile e deperibile, il marmo, influenzati probabilmente da quanto avveniva a Firenze, sia attraverso le maestranze operanti in città, sia attraverso i rapporti che la nobiltà palermitana intratteneva con quella fiorentina, in particolar modo con la famiglia Medici.

Una tecnica decorativa ma anche narrativa.

Superata la sensazione di horror vacui tipica di chi si ritrova per la prima volta al cospetto di tanta maestria e meraviglia, l’occhio inizia a focalizzare l’attenzione sui singoli elementi. Piante, fiori, angeli, scene mariane e cristologiche, allusioni al corpo e al sangue di Cristo, animali come metafore di salvezza.
La chiesa cosi decorata diventa un vero e proprio libro in pietra, in grado di istruire le masse e reindirizzarle verso i precetti della religione cattolica (ricordiamo che questa decorazione nacque in piena Controriforma e fu voluta fortemente da alcuni ordini religiosi come i Gesuiti che, puntando sulla cultura, la usarono come strumento di contrattacco alle offese della Riforma Protestante).
Un occhio più attento e critico però può scorgere anche delle chiavi di lettura laiche, come quella botanica o faunistica.

lesena del Trionfo della Purezza – Chiesa del Gesù)
rosa – Chiesa dell’Immacolata Concezione al Capo)

La decorazione a marmo mischio e tramischio entrò quindi a pieno titolo in quelle forme artistiche identificative della città, ma perdette forza nella seconda metà del 1700, quando iniziò a svincolarsi dal ruolo didattico – educativo attribuitogli dagli ordini religiosi per riacquistare connotazione puramente decorative, semplificandosi nelle forme. Nonostante ciò, sono davvero pochissime le chiese prive di un altare o di una cappella cosi adornati, lasciandoci intendere l’immensa importanza che questa  tecnica abbia avuto nella Palermo del 1600.

Maria Luisa Russo

Fonti:

  • A. Di Bernardo, G. Montana, C. Scordato, V. Viola, La Chiesa dell’Immacolata Concezione, paradéisos di marmi e di luce, Abadir Arte e teologia
    – H. Hills, Marmi mischi siciliani invenzione e identità, B. A. S. M. XXVII
  • – S. Piazza, I colori del Barocco, Flaccovio editore 2007
  • – M. C. Ruggieri Tricoli, Costruire Gerusalemme: il complesso gesuitico della Casa Professa di Palermo dalla storia al museo, edizioni Lybra Immagine 2001

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Maria Luisa Russo
Classe 1984, storico dell’arte e appassionata di scrittura da sempre, ha vissuto all’estero per tornare a Palermo e raccontarne la bellezza. Colleziona libri vintage sull’arte siciliana, in particolare sulle arti decorative.

3 COMMENTI

  1. Signor Montana, non è mia presunzione mettermi al pari di coloro i quali ne hanno scritto in seguito a studi duraturi e profondi. Questo è un magazine on line attraverso il quale si cerca di veicolare notizie (ovviamente fondate) sulla Sicilia e su Palermo in modo molto semplice, fresco e accessibile a tutti. Sicuramente l’articolo da me scritto poteva essere abbondantemente approfondito consultando altri testi, ma non credo sia il format adatto dove pubblicare un articolo di tipo accademico, anche per questioni logistiche.

    Grazie per la sua critica, l’accetto di buon grado e ne traggo insegnamento.

    • Concordo al 100%. Ci sono luoghi adatti al dibattito accademico e altri dediti alla semplice divulgazione. Aggiungo anche che questo è uno dei pochi siti che pubblica articoli che sono frutto di accurate ricerche e che per trasparenza cita le fonti e fornisce una bibliografia, laddove altri siti del genere si limitano a scopiazzare qua e là, attribuendosi poi tutti i meriti.

      Palermoviva non si sostituisce a professori e libri specialistici, offre solo uno spazio di conoscenza adatto a tutti, che mira ad accrescere la consapevolezza sulle bellezze e la storia di Palermo, considerato come il primo passo verso una sensibilizzazione del pubblico e, infine, un maggiore amore verso una città che ha ancora molto da imparare, ad esempio nella valorizzazione dei propri tesori artistici.

  2. La bibliografia riportata è lacunosa ed ingenerosa nei confronti di chi queste cose le scrive e le ha già pubblicate a partire da 25 anni fa.

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