Il loggiato di San Bartolomeo, l’Ospedale degli Incurabili

Come si curavano i malati a Palermo prima dei grandi Ospedali cittadini.

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Il Loggiato di San Bartolomeo adesso è solo una facciata che guarda sul mare, vicino Porta Felice. Un prospetto di 14 archi divisi in due piani, al di sopra di un muro bianco che contrasta con il tufo calcareo della costruzione. Dentro è tutto cambiato, ricostruito come spazio espositivo dopo i bombardamenti dell’ultima guerra, e affidato alla Fondazione Sant’Elia. Ma una volta è stato un luogo di dolore: l’Ospedale di San Bartolomeo o “degli incurabili”, come era conosciuto nel XVI secolo. Uno dei primi ospedali di Palermo, pensate che la sua esistenza è documentata sin dal 1321 quando ancora comprendeva due sezioni: una intitolata a San Bartolomeo, l’altra a  Santa Maria della Candelora, presso la parrocchia di San Giacomo la Marina, dove venivano ricoverati i moribondi. 

Palermo e la cura dei malati 

Nel medioevo a Palermo, la cura dei malati non era pubblica: chi si ammalava moriva a casa. Ma grazie alla compassione cristiana, sulle orme di San Francesco, frati e monaci cominciarono ad aprire i loro conventi per gli ammalati più poveri. Sulla loro scia nacquero nel XIV secolo le Confraternite laiche che occupandosi di assistenza caritativa cercavano di mettere in pratica l’amore predicato nel Vangelo senza l’impegno di prendere i voti.
Senza fondi pubblici, questi “centri assistenziali” per sopravvivere avevano il soccorso di nobili generosi che con donazioni e lasciti pensavano di espiare i loro peccati e lasciare un segno accrescendo il prestigio della loro Famiglia.

Tra tutte queste piccole realtà assistenziali cittadine, che in verità offrivano pochi posti letto, quella di San Bartolomeo fu tra le più importanti perché non si occupava solo di assistere i malati, ma svolgeva anche compiti di sostegno e beneficenza nei confronti di pellegrini ed indigenti. L’Ospedale si reggeva grazie alle generose offerte elargite a suo favore dai nobili cittadini, tra i cui per generosità dobbiamo ricordare il giureconsulto palermitano Gerardo Medico, che nel 1347 aveva donato il “feudo della Lachia” (Casteldaccia).
Dal Quattrocento, quando a Palermo si diffusero le epidemie di lebbra, peste nera e più tardi il cosiddetto “mal francese” o “morbo gallico” (la sifilide), la città dovette sopportare momenti difficili per far fronte ai numerosi contagi: vennero realizzati lazzaretti per gli appestati, i lebbrosi furono relegati fuori città, nell’ospedale di San Giovanni dei Lebbrosi e per i luetici si ricorse al San Bartolomeo, per via della sua posizione in luogo ventilato, così da non “ammorbare l’aria”! Da quel momento il complesso fu conosciuto anche come “Ospedale degli incurabili” perché le malattie come la sifilide a quei tempi conducevano alla morte chi le contraeva.

L’Ospedale di san Bartolomeo

L’Ospedale fu edificato probabilmente nel XIII secolo, in quel luogo vicino alla Marina,  forse per accogliere mercanti e pellegrini che giungevano al porto di Palermo. Per tutto il Trecento aveva garantito ospitalità e assistenza agli ammalati, “ulerosi e scabbiosi”, considerati come incurabili.
Fu costruito proprio adiacente alla chiesa di San Nicolò alla Kalsa con cui comunicava attraverso una porta. Da lì, i parroci passavano nell’ospedale per amministrare i sacramenti agli ammalati.
Nel 1429, quando fu fondato il Grande e Nuovo Ospedale a Palazzo Sclafani, tutti i centri assistenziali cittadini furono accorpati ma il San Bartolomeo, per la sua importanza, mantenne una certa autonomia anche se più tardi dovette comunque cedere il feudo della Lachia e i suoi proventi e sostenersi con le donazioni di nuovi benefattori.
Se ne occuparono per un certo tempo i confrati della Compagnia di Santa Maria della Candelora, fino al 1533, quando il Viceré di Sicilia Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, istituì una Confraternita di nobili, la Compagnia della Carità, tra i cui compiti era “visitare e servire gli ammalati nell’Ospedale di San Bartolomeo”. 

Quando nel 1581 il Cassaro fu prolungato fino a Porta Felice, diversi fabbricati annessi all’ospedale vennero demoliti e la vecchia Parrocchia di San Nicolò, rimase separata dal complesso e abbattuta del tutto dopo i danneggiamenti del terremoto del 1823.
Nel Seicento l’ospedale fu affidato alle cure della Confraternita di San Bartolomeo, ampliato e restaurato grazie ai finanziamenti concessi dal viceré marchese di Vigliena. Dopo i lavori, l’Ospedale si distinse dal punto di vista architettonico per gli ornamenti, tra cui la facciata realizzata con elementi in pietra intagliati, e un’aquila, stemma della città, posta nell’angolo verso il mare. Ma anche dal punto di vista strutturale, per la disposizione dei locali e l’organizzazione sanitaria che poteva considerarsi all’avanguardia per i tempi. 

Loggiato-di-san-bartolomeo-dopo-il-bombardamento
Una foto del 1943 che testimonia la possibile struttura del complesso

La struttura e l’Organizzazione dell’Ospedale

Entrando dal portone principale, a destra era ubicata la Spezieria, una sorta di farmacia che era aperta anche al pubblico. Era diretta da un “aromatario” che preparava i medicamenti e gli unguenti dosando i vari elementi, ed era aiutato da un “rimediante”, addetto alla preparazione dei decotti, delle miscele e dei rosoli.
Saliti alcuni gradini si entrava in un grande cortile al centro del quale era sistemata una fontana di marmo bianco e intorno un portico con ventotto colonne.
Nel piano terra erano organizzati gli ambienti di servizio, mentre le infermerie e le sale di degenza al primo piano. Gli ammalati moribondi erano accuditi in una sala a parte per non deprimere gli altri pazienti. Per i conforti spirituali, in fondo al corridoio era collocato un altare sopra il quale campeggiava un quadro raffigurante San Bartolomeo. Era in questo corridoio che veniva celebrata la messa alla presenza degli ammalati. Completavano i locali una cappella, l’appartamento dello Spedaliere (il direttore dell’ospedale), una sala di riunione e la cucina.

L’ospedale era diretto dallo Spedaliere insieme a due Rettori: uno appartenente alla classe dei mercanti e uno dei nobili della Compagnia della Carità. Ogni giorno, a turno, i membri della Compagnia dovevano indossare un saio di tela ruvida e servire il pranzo agli ammalati e collaborare per gli altri servizi ospedalieri. C’erano naturalmente i medici con alcuni assistenti, pagati dall’ospedale Grande, un cappellano e uno Spedaliere che prestavano gratuitamente il loro servizio.
Trattandosi per lo più di malati incurabili, il Cappellano prima del ricovero doveva confessare, comunicare e amministrare l’estrema unzione ad ogni malato. Quando morivano, il vestiario e il denaro che eventualmente possedevano, venivano consegnati all’Ospedale Grande.
Il medico era tenuto a visitare gli ammalati due volte al giorno, e settimanalmente presentare una relazione. I malati venivano assistiti gratuitamente, anzi a quelli indigenti veniva dato ogni venerdì 1 tarì e 10 grani. E se non c’era posto per ricoverarli, venivano assicurati gratuitamente medicazioni e medicinali. 

Il lento declino dell’Ospedale di San Bartolomeo

L’attività ospedaliera del San Bartolomeo andò avanti tra alti e bassi rimanendo sotto il controllo del Senato palermitano che ne regolamentava le condizioni assistenziali. Nel 1816 dovette ospitare un ospedale militare e per questo venne costruito un terzo piano che danneggiò i piani sottostanti mettendo a rischio l’intero edificio. La situazione si aggravò con il terremoto del 5 marzo 1823 che mandò in rovina una parte del fabbricato.
Sistemato alla meno peggio, nel novembre dello stesso anno, alcune sale furono destinate al ricovero delle prostitute malate, che secondo il generale Lilienberg, comandante di un presidio austriaco, propagavano la sifilide tra le truppe regie.
L’attività ospedaliera cessò definitivamente nel 1825 quando le condizioni di pericolo dei locali dell’infermeria delle donne furono segnalate dai medici e il 2 dicembre tutti gli ammalati, comprese le meretrici, furono trasferiti nell’Ospedale Grande.
Nel gennaio del’anno seguente, l’edificio venne destinato a “Conservatorio per gli infanti esposti”, cioè Ospizio per trovatelli e nella facciata che dava sul Cassaro fu collocata la “Ruota degli esposti”. Da quel momento il san Bartolomeo verrà chiamato  “Conservatorio di Santo Spirito”.

Il loggiato dopo i bombardamenti del 1943
Il loggiato dopo i bombardamenti del 1943

Decaduto e deteriorato sempre di più, perse ogni funzione e venne adibito come “Asilo degli emigranti”, cioè adattato ad ospitare temporaneamente coloro che all’inizio del 1900 partivano per le Americhe. Infine, nel 1943 in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, l’edificio venne quasi interamente distrutto conservando soltanto due ordini di logge con la balaustra dell’attico, così come ancora oggi lo possiamo vedere.

Saverio Schirò

Fonti:

  • Vita Russo, L’ospedale medievale: esperienza di vita religiosa e caritativa, Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, numero 4/I n. s., giugno 2019;
  • Lucia Barbera, Maria Barbera, Sarina Pignato, L’ospedalizzazione dei luetici e delle prostitute a Palermo dal XVI al XIX secolo, in Annali della facoltà di Scienze della formazione Università degli studi di Catania, 10 (2011), pp. 15-26;
  • Daniela Santoro, Abbellire Palermo, La fondazione dell’ospedale grande e nuovo nei capitoli del 1431, in Quei maledetti normanni, Studi offerti a Enrico Cuozzo…., Ariano Irpino Napoli 2016;
  • Gaspare Palermo, “Guida istruttiva per potersi conoscere … tutte le magnificenze … della Città di Palermo”, Palermo, Reale Stamperia, 1816;
  • G. DI Marzo, Opere storiche inedite sulla città di Palermo e altre città siciliane, vol XIV, Palermo 1873

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Staff member. Appassionato di Arte e Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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