In un’epoca in cui l’apparire era quasi più importante dell’essere, e in cui la posizione occupata in una cerimonia parlava più di ogni titolo o ricchezza, una contesa di precedenze rischiava di diventare affare di Stato. Correva l’anno 1714. A Palermo si erano appena spenti gli echi festosi dell’incoronazione di Vittorio Amedeo II, primo sovrano sabaudo della Sicilia. Mentre il nuovo re prendeva possesso dell’isola, tra le pieghe solenni della vita di corte giungeva una supplica singolare, ma tutt’altro che banale.
A presentarla era Don Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci e principe di Castelbuono, appartenente a una delle famiglie più antiche e prestigiose della nobiltà siciliana.

La supplica del marchese di Geraci
Il Ventimiglia chiedeva la conferma di un antichissimo privilegio, già concesso alla sua famiglia nel XVII secolo, che gli consentisse di non partecipare di persona — ma solo per mezzo di un procuratore — a cerimonie pubbliche in cui fossero presenti i principi di Butera, Castelvetrano, Pietraperzia e Paternò. Questi, pur avendo ottenuto il titolo principesco in epoca anteriore agli antenati di Ventimiglia, provenivano da famiglie che — secondo il marchese — non vantavano la stessa antichità e nobiltà dinastica della sua casata. Di conseguenza, avrebbero avuto precedenza nelle funzioni ufficiali, infliggendo così, a suo dire, un’ingiustizia e una ferita all’onore della famiglia Ventimiglia.
Non si trattava di capriccio, ma di una questione d’onore: quei principi, pur titolati prima dei suoi antenati, provenivano secondo lui da casate di nobiltà più recente. Vederli precedere la sua persona nei cerimoniali sarebbe stato un affronto non solo alla sua figura, ma all’intera memoria del suo casato!
La contesa di precedenza ed i meriti dei Ventimiglia

Il marchese chiariva tuttavia la sua disponibilità a presenziare personalmente alle cerimonie solo nel caso in cui anche gli altri principi si fossero fatti rappresentare da procuratori, situazione in cui la precedenza gli sarebbe tornata. La logica era chiara: se non si poteva primeggiare, meglio evitare del tutto.
A sostegno della sua richiesta, Ventimiglia allegava una dettagliata memoria in cui elencava i meriti, le cariche e i privilegi goduti dalla sua casata lungo i secoli: viceré, reggenti, ambasciatori e alti dignitari del Regno di Sicilia. Particolare enfasi era posta su un privilegio risalente al 1436, con cui il re Alfonso V d’Aragona aveva concesso al capostipite Giovanni I Ventimiglia il titolo di marchese di Geraci, rendendolo il primo marchese nella storia del Regno. A lungo, la famiglia Ventimiglia era stata l’unica a possedere un titolo marchionale in Sicilia, godendo di conseguenza di precedenza assoluta rispetto a ogni altra casata nobiliare.
Ulteriore elemento distintivo era un antico privilegio secondo cui i secondogeniti della famiglia dovevano essere trattati con lo stesso onore dei primogeniti — fatto assai raro e segno del favore regale di cui godevano i Ventimiglia presso la corte aragonese prima e spagnola poi.
Il riconoscimento ufficiale del re
Dopo aver esaminato la supplica e richiamato due lettere reali del proprio predecessore Filippo IV di Spagna, datate 6 marzo e 21 novembre 1641, nelle quali lo stesso privilegio era stato già riconosciuto, Vittorio Amedeo II concesse il favore richiesto. Così recita il documento ufficiale:
«Noi pertanto, havendone considerato il contenuto e quello delle lettere reali del nostro antecessore del 6 marzo e 21 novembre 1641, ci siamo benignamente disposti, sopra i motivi espressi, ad aderire alle supplicazioni del suddetto Marchese di Geraci; con ordinare, come in virtù delle presenti di mano nostra firmate ordiniamo, che nelle occasioni d’esser egli, o sua moglie chiamato in quelle funzioni nelle quali, non trattandosi del nostro servizio, non volessero intervenirvi, non vi debbano essere astretti, e quando fossero chiamati per atti necessari e precisi del nostro servizio, ai quali non si dovesse supplire per via di procura, in tal caso d’esservi col medesimo Marchese di Geraci e sua Casa quello che si è sempre osservato, senza farne per verum motivo di novità. Che tal è nostra mente.»
Il privilegio, dunque, venne riconfermato il 9 marzo 1714 e da quel momento divenne uno dei tanti simboli della posizione di assoluta distinzione della casata Ventimiglia.
Privilegi e nobiltà a confronto
Questa richiesta, per quanto possa apparire oggi capricciosa o cerimoniale, rifletteva in realtà un ordinamento sociale ben preciso, dove la precedenza nelle funzioni pubbliche non era solo una questione di forma, ma l’espressione concreta del rango, della memoria dinastica e del prestigio presso la corte. E se i Ventimiglia potevano vantare un primato assoluto tra la nobiltà del Regno, le famiglie da cui volevano marcare distanza non erano certo meno titolati e influenti.
I principi di Butera, ad esempio, appartenevano alla famiglia Branciforte, una delle più potenti dell’isola. Avevano ottenuto il titolo nel 1563 e godevano di un rango altissimo: a loro spettava la prima posizione nel cerimoniale siciliano dopo il re. Estremamente vicini alla corona spagnola, erano stati grandi di Spagna e avevano dato al Regno funzionari, comandanti e ambasciatori.
I principi di Castelvetrano, appartenenti alla famiglia Aragona Tagliavia, erano discendenti diretti degli Aragona, antica stirpe reale. Il loro potere si era consolidato tra Cinquecento e Seicento, con enormi possedimenti nel trapanese e cariche vicereali ricoperte in Sicilia e altrove. Il titolo principesco, concesso nel 1564, si sommava a quello ducale di Terranova.
I principi di Pietraperzia, anch’essi del ramo Branciforte (eredi dei Barresi), controllavano territori strategici nella Sicilia centrale. La loro ascesa risale alla seconda metà del Cinquecento, con il conferimento del principato nel 1606 e il consolidamento dei loro legami con Madrid e Napoli.
Infine, i principi di Paternò, ramo della famiglia Moncada, vantavano una delle genealogie più illustri della nobiltà iberico-sicula. Già conti di Adernò nel Medioevo, furono investiti del titolo principesco nel 1565. Erano una famiglia di tradizione feudale fortissima, con vasti domini e stretti rapporti con la casa reale spagnola.
La contesa, dunque, si giocava tra giganti dell’aristocrazia siciliana. Ma ciò che distingue la posizione dei Ventimiglia è proprio la loro storicità: mentre le altre famiglie avevano ottenuto il titolo di principe con l’arrivo della monarchia spagnola, i Ventimiglia vantavano una nobiltà che risaliva ai tempi dell’infeudamento normanno, e un ruolo preminente già nel cuore del medioevo aragonese. La loro nobiltà non era di sola grazia reale: era di lunga consuetudine.
Conclusione
Il privilegio confermato da Vittorio Amedeo II al marchese di Geraci non era un semplice atto di cortesia verso un nobile siciliano, ma il riconoscimento di un equilibrio delicato tra tradizione, onore e potere nella complessa società nobiliare dell’antico Regno di Sicilia. La vicenda illustra perfettamente quanto la gerarchia simbolica — fatta di precedenze, titoli, antichità — fosse un elemento sostanziale, e non solo formale, nella vita politica e sociale dell’aristocrazia settecentesca.
In un’epoca in cui l’identità nobiliare si fondava tanto sulla memoria quanto sull’apparenza pubblica, la richiesta di Giovanni Ventimiglia non era bizzarra, ma perfettamente logica: l’onore e il prestigio della casata venivano difesi anche con la “distanza”.
Nicola Stanzione