Le visite domenicali passate nei paesi e nei mercati delle pulci come quello di recente formazione di Piazza Marina a Palermo, spesso si dimostrano fruttuose e si fa ritorno a casa magari con la soddisfazione di avere “scovato” tra le tante paccottiglie esposte, un buon libro antico o una mattonella del Liberty siciliano o un pregiato piatto “Florio”, col famoso cavalluccio marino stampigliato sul retro o con una preziosa ceramica proveniente dagli stazzoni di Caltagirone o di Burgio o di Collesano. Anche se a volte sono oggetti costosi, perché ricercati dagli amatori e dai collezionisti, sono “recuperi” necessari ed indispensabili per non disperdere in mille rivoli, l’identità, la nostra più recente tradizione culturale ed artigianale siciliana e le tecniche agro-pastorali.

Raramente può capitare di avere la fortuna di ritrovare una lettera olografa, come quella dell’astronomo Giuseppe Piazzi, dopo avere scartabellato centinaia di manoscritti, atti notarili ed inutili cartacce impolverate o rosicchiate dalle tarme o dai topi. Rarissimo è oggi scoprire, invece, bandi vicereali un tempo più abbondanti nelle bancarelle delle fiere paesane o nei negozi d’antiquariato. Di recente ho avuto la fortuna di ritrovarne uno, datato 1782, a firma di un importante personaggio storico spagnolo. Si tratta di Domenico Caracciolo, marchese di Villamaina (Malpartida de la Serena, 2 ottobre 1715-Napoli, 16 luglio 1789), che fu diplomatico e uomo politico del Regno di Napoli e per poi ricevere l’investitura del titolo di vicerè di Sicilia per un quinquennio, dal 1781 al 1786; l’ordine regale lo eseguì a malincuore perché non voleva lasciare la comoda vita di corte e gli svaghi di Parigi, per una Sicilia con tanti problemi, economici, militari e sociali.

La cosa curiosa di tale decreto e che l’argomento trattato, ha una forte impronta romantica; non tratta infatti, di materie militari o di assestamenti politici o riorganizzazioni a sfondo sociale o l’avviso ai sudditi del Regno delle Due Sicilie di nuove e gravose gabelle. Il bando lancia, invece, un accorato appello ai Ragusani ed in genere a tutti i Siracusani, affinché evitassero di estirpare i satara (satra, sataro o satara, ovvero il profumatissimo arbusto del timo, Thimus capitatus), il principale alimento delle api degli altipiani dei monti Iblei che producevano cera di prima qualità ed il tanto ricercato miele profumato, che raggiungeva le mense di tutti i Siciliani. Il timo è una pianta originaria della regione mediterranea occidentale e cresce spontanea in tutta l’area del Bacino, fino a mt. 1.500 di altezza, preferendo terreni calcarei e ben drenati. Vegeta bene nei luoghi soleggiati e non tollera inverni umidi e freddi. Sono proprie le caratteristiche dei terreni della Grecia e della Sicilia.

L’allarme al Caracciolo fu lanciato dai contadini che operavano tra i massicci calcarei dell’area che si estendeva tra Scicli e Santa Croce Camerina ed amplificato nell’Isola da tal Guglielmo Adamo, che lo fece giungere sino a Palermo, la capitale del Regno, affinché non si continuasse l’opera di sradicamento e di distruzione dell’arbusto necessario alle api, così tanto decantato per la produzione del saporito alimento: “ … del di cui fiore si pascolano le di loro api nei mesi di Giugno, e Luglio d’ogn’anno, e che questo barbicandosi da taluni per loro particolare profitto venga perciò a mancare a tali animaletti il proprio naturale alimento; hanno perciò implorato la promulgazione di un Bando, perché niuna persona possa servirsi di detto Sataro …”.

Il ricercato miele dell’area iblea aveva una lunghissima tradizione e la sua preferenza è stata ricordata da numerosi storici, letterati e scrittori, decantata dai poeti dell’antica Roma e Grecia e dallo stesso Virgilio, che lo definì “il migliore miele fra tutti”. La vandalizzazione delle garighe, rischiava di allontanare così gli insetti e di non produrre più miele e cera di qualità, se fosse stato continuato il sistematico taglio della pianta del sataro. Il bando del marchese Caracciolo metteva altresì in guardia i Siciliani, che se nell’eventualità la pianta fosse venuta a mancare all’improvviso: “… alle Api l’alimento, e ne derivi per conseguenza la scarsa produzione di detti generi in pregiudizio degli interessati, che vivono su questi prodotti, e con interesse del Pubblico, delle Comunità, e delle Chiese, e che non trovano da provvedersi di essi generi, o sono costretti a comperarli a prezzi avanzati per la sterilità della ricolta (raccolta) …”.

Ancora dal documento della seconda metà del Settecento, che anticipa di alcuni secoli il concetto di ambientalismo, la cura del paesaggio e la protezione delle specie arboree a favore delle api e di quei contadini che vivevano di quel commercio, ricorda agli anonimi distruttori del sataro che: “… se ne sogliono approfittare per venderlo, per bruciarlo, e vivono con questa industria, potrebbero servirsi d’altri arbusti salvatici, meno che fossero di quei destinati allo innesto delle ulive, celsi, o di altri …”.

Il corso del fiume Irminio ha rappresentato sin dall’antichità il veicolo ed il percorso più rapido per collegare i territori interni con la costa, da sempre luogo dove si concentravano le merci provenienti dall’interno collinare e montano, per poi provvedere agli scambi commerciali. A conferma dell’intensa attività presente nell’area fin dai tempi preistorici, sono stati rinvenuti varie testimonianze come il sito di Fontana Nuova, la “Fattoria delle Api”, antico centro (in uso tra la fine del IV e la metà del III secolo a. C.) della lavorazione del miele e della cera dal satra o sataro.

Dato l’alto numero di citazioni ritrovate nei diversi periodi storici, a dimostrazione della fama raggiunta dal miele ibleo, qui vogliamo solo fare un sunto dei principali ed autorevoli autori, in gran parte raccolti da: “Ricerche” del Centro di Economica e Scientifica di Catania.

Strabone nella Geografia cita: I Calcidesi edificarono Nasso e i doriesi Megara, prima chiamata Ibla, le quali città più non sono, benché il nome d’Ibla vi rimanga anchora, per la perfettione del miele ibleo.

Dioscòride Pedanio nel trattato Sulle medicine: Fra il miele primeggia quello attico, e di questo quello detto Imettio; poi quello delle isole Cìcladi e quello della Sicilia, detto ibleo (…). È eccellentissimo, dolcissimo, pungente, profumatissimo, biondo, non fluido ma viscoso, e vigoroso.

Virgilio nel suo Bucolicon Liber dell’ecloga VII, fa dire da Coridone: Nerina Galatea, a me cara più del timo d’Ibla, più / bianca dei cigni, più bella dell’argentea edera, non appena / rientreranno i tori sazi alle stalle, se qualche pensiero per Coridone ti prende, vieni.

Ovidio nell’Ars amatoria libro II: Quante su l’Athos vagano le lepri / e in Ibla l’api a chieder miele ai fiori, / quante sono le bacche al chiaro ulivo e agli scogli avvinte le conchiglie, / altrettanti in amor sono i dolori. Ed ancora nell’Ars amatoria, libro III: Ma come non conterai le ghiande su un folto leccio, né quante sono le api sull’Ibla, o quanti gli animali sulle Alpi, così a me non è possibile fissare con un numero i tanti tipi di pettinatura: ogni giorno che fugge aggiungi nuove fogge. E ancora nel Tristia: Quante canne palustri crescono nelle fosse ricche d’acqua, quante api alimenta l’Ibla in fiore, quante formiche, per sottile sentiero, sogliono portare nei loro granai sotterranei il grano trovato, così fitta è la moltitudine dei mali che mi circonda da ogni parte.

Gaio Plinio il Vecchio nella sua Historia Naturalis: il miele è sempre speciale là dove si forma nei calici dei fiori migliori, e precisamente ad Imetto ed Ibla, luoghi rispettivamente dell’Attica e della Sicilia, e nell’isola di Calidna.

Columella in De re rustica: Nec minus in Sicilia, cum ex reliquis partibus in Hyblaeam (apes) conferuntur, riferisce dell’usanza che si ha in Sicilia, quando (le api) sono portate dalle altre parti dell’isola alla [zona] iblea.

Seneca nella tragedia Oedipus: Non fa spuntare altrettante foglie Erice, né altrettanti fiori nel pieno della primavera crea l’Ibla, quando un denso sciame d’api si avvolge in un fitto globo (…) quante genti fece uscire dall’inferno la voce del sacerdote.

Marziale nei suoi Epigrammata, libro II, Come l’Ibla ammantata di fiori si tinge di vari colori, quando le api sicule fanno bottino dei fiori di breve durata, così le tue soppresse brillano dei mantelli che stanno sotto, la cassapanca risplende per gl’innumerevoli abiti e le tue bianche toghe, fatte con lana dei ricchi greggi dell’Apulia, potrebbero vestire una tribù; nel libro V: O Carino, a te che fai testamento trenta volte l’anno, ho mandato focacce inzuppate di timo ibleo.

Torquato Tasso nel poema La Gerusalemme liberata: giudica la sua amata degna a cui nutra più leggiadri fiori / Ibla, e Parnaso più odorate fronde.

Giambattista Vico nelle Poesie: L’indiche canne e i favi d’Ibla e Imetto.

Ugo Foscolo nel carme Le Grazie: Le Grazie danno le api alle Muse in Imetto e in Ibla.

William Shakespeare nella tragedia Re Enrico IV: Come il miele d’Ibla, mio vecchio giovanotto del castello e nella tragedia Giulio Cesare: Antonio, la natura dei tuoi colpi è ancora sconosciuta; ma quanto alle tue parole, esse derubano le api dell’Ibla e le lasciano senza miele.

Gabriele D’Annunzio in A l’Etna: Scorrean gl’idilli intorno dolci come il mele ibleo ed al poeta facean corona le verginette siracusane.

Dopo queste autorevoli voci, ci si convince che la promulgazione dell’editto del vicerè Caracciolo, sia stato un atto dovuto, sia per proteggere la pianta, le api ed il miele, sia per tutelare anche il lavoro di quei lapari o apari che sostentavano le loro famiglie con tale lavoro. Aparo è termine tipicamente siciliano, dell’area di Solarino, Lentini, Priolo Gargallo e Modica nel ragusano e deriverebbe dal termine aparo (arnia, cassettina per le api), probabilmente ad indicare che il capostipite di quella famiglia facesse l’apicoltore o comunque lavorava per tale attività.

Ed oggi che fine ha fatto il miele ed il sataro ibleo? Sebbene negli ultimi anni il prodotto abbia avuto una brusca impennata, la tradizione iblea della produzione del miele, continua. Durante le varie stagioni se ne raccoglie di sapori diversi a seconda dei fiori o degli aromi che le api suggono dalla locale flora. Da qualche decennio sempre più numerosi sono gli apicoltori che si dedicano a tempo pieno alla produzione di un prodotto molto richiesto dai mercati nazionali ed esteri. Tra i tanti che hanno continuato l’antica pratica del miele, famosa in tutto il mondo sino allora conosciuto, ci fa piacere ricordare l’Apicoltura Bombaci di Sortino (Sr) e a Borgopetra si offrono i mieli millefiori, di zàgara e di timo; per l’area ragusana ritroviamo il Miele dei Monti Iblei prodotto da di Modica, mentre a Solarino, ovunque conosciuta come la città del miele si concentra uno dei principali distretti di apicoltura siciliana, con una media di produzione che nelle annate migliori può arrivare fino agli 800 quintali, disponendo di circa 3.000 alveari sparsi per le campagne.

Pippo Lo Cascio

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