Palermo, notte tra il 14 e il 15 ottobre 1920.
Di notte la città cambia voce. Non parla più, sussurra. Le pietre del Cassaro trattengono i passi, i portoni sembrano occhi socchiusi. È una Palermo che conosce la violenza e sa aspettare. Una città con il coltello in tasca.
Giovanni Orcel lo sa. Lo sente addosso da settimane.
Non è paranoia: è esperienza. Chi organizza scioperi, chi mette insieme operai e contadini, chi parla di diritti in una terra costruita sull’obbedienza, impara presto a riconoscere certi segnali. Gli sguardi che durano un secondo di troppo. I silenzi improvvisi. Le voci che si abbassano quando entri in una stanza.

Quella sera esce tardi dalla Camera del Lavoro. Ha discusso, come sempre. Elezioni, salario minimo, repressione. Qualcuno gli ha detto di stare attento. Orcel ha sorriso. Non perché non avesse paura, ma perché non sapeva fare altrimenti. Tornare indietro non è mai stata un’opzione…
La luce dei lampioni è stanca, disegna ombre sbilenche sui muri. Palermo non è una città gentile con chi pensa troppo. E Orcel pensa sempre.
Poco dopo le undici, in corso Vittorio Emanuele, all’altezza della Biblioteca Centrale, qualcuno lo affianca.
Non lo chiama per nome. Non serve.
Un gesto secco, professionale. La lama entra senza esitazione, sotto le costole. Orcel sente il colpo prima ancora del dolore, come se il corpo capisse prima della testa. Prova a girarsi, a dire qualcosa, ma l’aria gli manca. Cade. Il sangue esce caldo, rapido, e macchia la strada che ha visto passare troppe storie simili.
L’aggressore se ne va subito. Non corre. Non guarda indietro. Sa che nessuno lo fermerà.
All’ospedale San Saverio i medici capiscono subito che è finita. Un solo colpo, ma dato bene. Orcel muore dissanguato senza riprendere conoscenza. Palermo, quella notte, non fa rumore.
Il giorno dopo partono le indagini. Ufficialmente.
Testimoni che non hanno visto. Descrizioni confuse. Un uomo basso, forse. Un cappello. La solita nebbia. Ma nei corridoi, nei caffè, nelle sezioni socialiste, il nome gira chiaro: mafia. E dietro, interessi grossi, padroni spaventati, equilibri minacciati.
Qualcuno fa il nome di Sisì Gristina, figura ritenuta capo mafioso di Prizzi. È lo stesso che molti indicano come mandante dell’omicidio di Nicolò Alongi, il dirigente contadino. Orcel aveva parlato anche di lui. Aveva chiesto giustizia. In Sicilia, a volte, chiedere giustizia equivale a firmarsi la condanna.
Il sicario, dicono, forse non sapeva nemmeno chi fosse l’uomo che ha colpito. Non serviva. Bastava sapere dove e quando. L’inchiesta, diluita tra piste “passionali”, “personali” e altri depistaggi, ufficialmente, finisce per chiudersi senza risultati concreti. La verità, almeno quella giudiziaria, rimane sepolta sotto il silenzio di anni e anni di omissioni.
La reazione popolare è imponente. I funerali di Giovanni Orcel si trasformano in una grande manifestazione di massa: migliaia di persone dietro una bara che pesa più del legno di cui è fatta. È rabbia compressa, dolore che non può esplodere. Qualcuno capisce che quella morte non è un punto fermo, ma un segnale. Un avviso.
Negli anni successivi, la violenza cambierà divisa. Arriveranno le camicie nere, le spedizioni punitive, le sedi incendiate. Ma la logica sarà la stessa: togliere la voce a chi parla troppo forte.

A più di un secolo di distanza, il nome di Giovanni Orcel resta inciso nella storia come un avvertimento e come un esempio.
Un uomo che non abbassava la voce, che credeva che le parole potessero cambiare le cose, e che per questo è stato fermato con una lama. In Sicilia, nel 1920, era il modo più semplice per far tacere il futuro. La sua morte racconta quanto poteva costare, in quella Sicilia, difendere i diritti con la sola arma della parola.
A Palermo, sotto la targa che segnala il luogo dell’agguato, ogni 14 ottobre sindacati, associazioni e scuole si radunano per evocare la figura di un uomo ucciso non per un delitto comune, ma per la sua idea di un’altra Sicilia possibile.
Nicola Stanzione