La leggenda della Pietra del Giocatore di Palermo

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Fino ai terribili bombardamenti del 1943, passeggiando per il Capo, nei pressi della chiesa di Sant’Agata alla Guilla, era possibile imbattersi in una strana pietra scura incastonata nella facciata di un edificio medievale. Era diversa dalle altre e sporgeva in modo innaturale rispetto agli altri conci squadrati che costituivano il muro.

Se aveste chiesto la sua storia agli abitanti del quartiere, vi avrebbero raccontato l’antica leggenda della Pietra del Giocatore, spuntata all’improvviso una sera del 1482 e rimasta lì per secoli perché, per quanto si tentasse di rimuoverla o distruggerla, questa rispuntava miracolosamente il giorno successivo, sempre incastonata su quella facciata.

Scopriamo i dettagli di questa vecchia leggenda di Palermo.

La miracolosa Pietra del Giocatore

Questa leggenda è ambientata nella Palermo del XV secolo e più precisamente nel quartiere del Capo. Qui, nei pressi della chiesa di Sant’Agata, si trovava una taverna dove si praticava il gioco delle bocce e dove spesso i popolani si riunivano per svagarsi e anche per giocare d’azzardo, scommettendo sulle prestazioni proprie o degli altri giocatori.

Una sera arrivò alla taverna un portantino, quelli che a Palermo erano detti anche vastasi, gente di infima specie, sboccati e rissosi per costituzione.

Questo portantino, al quale la leggenda dà il nome di Mommo, non faceva eccezione, anzi tra tutti era quello che più facilmente lasciava partire la prima coltellata al primo sguardo obliquo.

In più era noto per le sue abbondanti e scandalose bestemmie, improperi che soprattutto a quei tempi, potevano essere puniti con pene inquisitorie di ogni genere.

Nonostante la sua pessima fama, quella sera Mommo aveva trovato tre compagni con cui fare una partita a bocce. Gioca e rigioca, partita dopo partita, il portantino arrivò a perdere una somma clamorosa, provando sempre a raddoppiare la posta per riprendersi dalla sconfitta precedente, finché i suoi avversari non si rifiutarono di continuare.

In preda alla disperazione e alla collera, tra un’ingiuria e una bestemmia, Mommo uscì per strada e si recò nella vicina chiesa di Sant’Agata, dove come estremo atto di blasfemia, tirò fuori il coltello e colpì ripetutamente il quadro della Madonna col Bambino che si trovava nella prima cappella a destra, accusandola di essere la causa delle sue sventure.

E qui avvenne il primo evento miracoloso. Colpiti dalle pugnalate, la Madonna e il Bambino iniziarono ad impallidire e dal dipinto iniziarono a fuoriuscire rivoli di sangue. Spaventato da questo segno prodigioso l’uomo cercò di scappare, ma una forza invisibile e sovrannaturale gli impediva di varcare la soglia della chiesa, trattenendolo all’interno. Intanto i fedeli presenti, accortisi del grave affronto, si lanciarono sul vastaso terrorizzato e solo le guardie accorse per il gran trambusto, riuscirono a sottrarlo al linciaggio.

La giustizia tuttavia non si fece attendere. Informate della gravità del reato, le autorità civili ed ecclesiastiche decisero che l’uomo doveva essere riportato immediatamente davanti alla chiesa e impiccato lì stesso, per placare la furia divina che i suoi gesti potevano aver scatenato.

Si poneva solo il problema dell’assenza del patibolo, ci sarebbe voluto del tempo per tirare su una forca, ma era necessario procedere immediatamente all’esecuzione, anche a costo di appendere la corda al ramo di un albero.

Tuttavia, una volta giunti nella piazzetta, per quanto si cercasse nessuno riuscì a trovare un ramo, un gancio o un qualsiasi altro supporto che permettesse di eseguire la condanna.
Fu allora che avvenne un ulteriore miracolo. Dalla facciata di una casa, sotto lo sguardo incredulo dei presenti, spuntò lentamente una lunga pietra scura, situata proprio alla giusta altezza per permettere l’impiccagione del giocatore.

La pena fu così eseguita e la mattina dopo, per cancellare la memoria di quell’onta, il proprietario della casa si affrettò a rimuovere la sporgenza dal proprio muro, ma prodigiosamente il giorno successivo la pietra rispuntò nello stesso punto.
Un’altra volta provò a distruggerla, ma di nuovo quella riapparve. Si interpretò dunque quell’ultimo miracolo come un monito divino, a memoria del grave atto che lì aveva trovato la sua punizione.

Così la cosiddetta Pietra del Giocatore rimase lì per i secoli successivi, almeno finché le bombe degli alleati non rasero al suolo mezzo quartiere, cancellandone l’esistenza e la memoria.

Fonti: L. Natoli – Storie e leggende di Sicilia

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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