“Lasciare libero lo Scarrozzo”: La storia
parte quarta

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Palermo

Palermo è Musa ispiratrice di molti scrittori.
-E che cosa c’entriamo noi con gli scrittori? Il sorpreso Giorgio.
Assolutamente nulla, noi scriviamo anche sulla carta del pane e prendiamo oggi qualche appunto anche con le utili note vocali per suscitare un sorriso alla gente stanca della quotidianità: un aiuto in questo senso Palermo lo ha dato sempre. La nostra satira di costume nasce da persone che incontriamo tutti i giorni, poi li vestiamo da personaggi e li facciamo salire sul palcoscenico insieme a noi.
Mi ricordo di aver scritto molto sulla città quando sono stato fuori per fare il servizio militare a Napoli e pensavo a Palermo, che vista da lontano è ancora più bella.
È in quel tempo che nasce il “monologo dei quartieri” e la poesia “Palermo” che da poco ho recitato per alcune iniziative del Comune e che vi lascerò come piccolo regalo alla fine di questo incontro settimanale.
Del resto nello spettacolo dello scorso anno “Il vicolo dell’acqua” la nostra città entra quasi a gamba tesa, come la vecchia della poesia “Palermo” e la dicotomia tra la Palermo di un tempo e quella di oggi è sempre più delineata; ma, come ci siamo detti, eviteremo di parlare di analisi di qualcosa e ci concentriamo sui fatti buffi che hanno caratterizzato il nostro essere sul palcoscenico.
Un fatto divertente che voglio raccontarvi è quello dei “peli”.
Dice Pareto che l’uomo fa degli atti irrazionali e successivamente li giustifica facendoli diventare razionali, o giù di lì, così capita a chi scrive teatro o almeno così è capitato spesso a noi.
Infatti nel citato “Vicolo dell’acqua” il personaggio della vecchietta, nel suo piccolo monologo ambientato nel salone di un barbiere, si china a terra per raccogliere peli e dice: “Pila luonghi e pila curti, pila biunni e pila nivuri, pila puliti e pila ‘ngrasciati…” e via dicendo non significava per noi nulla o meglio era qualcosa che ci sembrava evocativa, poetica, ma senza alcun significato.

Ebbene, al debutto…

  • Molto applaudito. Giorgio abbiamo detto che non parlavamo dei successi.
  • Ho capito, solo fischi.
    Dicevo… al debutto c’è stato chi ci ha chiesto se il significato di quella scena fosse una metafora cioè che i peli rappresentassero gli uomini diversi, ma in fondo uguali, gettati a terra dopo essere stati tagliati strappati e usati e noi, con la bocca aperta, ascoltavamo talmente affascinati da restare muti.
    “Esatto! Era proprio il significato profondo della metafora” disse Giuseppe, levando tutti dall’imbarazzo e proprio un momento prima che Giorgio, con il suo atteggiamento da grande intellettuale, dicesse: “Veramente non significa niente, noi lo abbiamo messo così”. Ecco l’importanza di avere un filosofo nel trio! E quel gruppo di spettatori ci ha lasciati contenti di aver colto il “vero significato intrinseco dell’opera”, mica le solite banalità del cabaret!
    Chiaramente, un ragionamento sugli spettacoli lo facciamo e cerchiamo di dare un messaggio, ma non in quel caso lì…
    Come promesso ecco la poesia, non dico nulla in modo che ognuno possa trovare quello che lo affascina e quello che crede che voglia dire… “cosi è se vi pare” … oppure no?
    Palermu

A vitti menzu i balati ru palazzu sdirrubatu
unni era sulu munnìzza e desulazioni.
Era ddra: vistuta cu una fareddra russa e un fazzulettu ntesta
ca cummigghiava la nivi co vientu ci avieva misu nne capiddri.
Era ddra calata. e ca facci tuccava quasi riterrà
perché un ci virava cchiu comu nna primavera;
c’unvernu un velu ammucciava a li so occhi ddru munnu ca havia canusciutu
picchì alli so peri avia vinutu.
E cerca tra la terra e tra la rina quarcosa ca arricorda la matina,
quarcosa spersa tra li tanti,
ma c’abbastassi p’addrumarici li ricorda di la mente,
li jorna trascorsi comu tanti
li gioie li dulurì e li lamenti:
oramai i tuttu chistu un resta nenti.
E cerca cerca ancora disperata ma oramai è chista la so vita.
A vitti unni u suli trasi a raggi,
tra li picciriddri ca iocanu currennu nne paraggi,
e un c’interessa si su nivuri gialli o bianchi
picchì iddra è matri ri culura!
A vitti nta li facci cupi e stanchi di li so figghi
chini pi li troppi tormenti;
lu leggi nta li occhi lu cerchi nta li facci l’amuri pi sta matri;
e cu è luntanu, cu pi lu vuliri di lu LUPU luntanu a stari di sta matri:
mortu è nta lu so cori,
e li so iorna su cchiu niri di lu cori di la genti
ca stu lupu ancora tennu in vita.
Ma li so figghi sunnu stanchi e di stu lupu sunnu alla caccia,
pi sarballa sta beddra matri
e picchi di li so lacrimi è chinu lu mari
ca lu bello promontorio vagna e batti
Perciò Palermitani si sìntiti battiri ancora lu cori pi sta matri
svegliativi di stu sonnu e nun la lassatì affunnari no
…nun la lassamu affunnari…

  • E in questa poesia “i pila” unni su? Come sempre Giorgio hai rovinato l’atmosfera, grazie davvero … e alla prossima settimana.

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Enzo Buffa
Enzo Buffa
Palermitano DOC! Da 37 anni attore di teatro e cabaret con il gruppo "Lasciare libero lo scarrozzo"... ma questo è solo il lato artistico

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