“Lasciare libero lo Scarrozzo”: La storia – ventiseiesima puntata

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“Giacomino”

I pezzi che scriviamo sono un po’ come nostri figli: li facciamo vivere in scena, li coccoliamo, li amiamo, li esaltiamo e alle volte li dimentichiamo per tanti anni e così è successo per Giacomino. È stato il primo monologo e raccontava di un ragazzo un po’ sfortunato e un po’ credulone, in fondo ci somigliava un po’.

Nell’arco degli anni i pezzi cambiano, si rinnovano, mettono nuovi abiti, Giacomino no, Giacomino è rimasto quello dell’esordio, quello che faceva ridere tutti, ridere con un po’ d’amaro. Mi ricordo che entravamo io e Giuseppe con chitarra e mandolino e subito dopo entrava Giorgio con orecchie enormi in pigiama intonando una canzoncina:

“Mi chiamo Giacomino per tutti sono un cretino, ma a genti invece un sapi ca nascivo senza paci. Io sugnu sfortunato ci cominciavo appena nato, io sugnu sfortunato e sugnu troppo disgraziato, io sugnu sfortunato e sugnu troppo disgraziato”.

A quel punto si creava un’atmosfera di ascolto della gente che era attirata dal sottofondo musicale che restava per il monologo e dall’aria stralunata di Giorgio che diceva:

“Mii che sono sfortunato sono troppo sfortunato. Quando ho nato, ho nato perché mio padre e mia madre non avendo la televisione e non sapendo cosa fare hanno fatto a me e così nacquetti io dopo circa 11 mesi.

La gente dice che sono ritardato, non è vero io sono solo sfortunato.

Quando ho nato era brutto ma così brutto che mia madre non mi voleva ricanoscere, mio padre non mi voleva ricanoscere e mi portato dai miei nonni…al cimitero senonché passò una suora monaca e mi raccolse…dopo un mese poi mi portarono da mia madre che per la felicità di vedermi si sbatteva a facci spigoli spigoli e me patri in ginocchio che piangendo diceva: no non me lo merito portatevelo!

A casa mia eravamo poveri mi ma tanto poveri addirittura l’arcobaleno lo  vedevamo in bianco e nero.

A casa mia c’era tanto miseria che quando siamo diventati poveri abbiamo fatto festa.

A casa non avevamo televisioni e mio padre ci metteva seduti davanti al muro. Ai

miei fratelli non ci piaceva quello che facevano nel muru, dicevano che erano sempre le stesse cose.. non lo so ma a me piaceva!  Una sera mi ricordo i lignati di me patri, perchè mi addormentai con il muro acceso!

A casa eramo cosi poveri che i scarafaggi non venivano…ogni tantu qualcuno

veniva a fari un picnic ma il mangiare lo portavano da casa.

Eramo cosi poveri che mia madre si è sposata col vestito della nonna…mia madre

era bellissima, era mia nonna che moriva dal freddo.

Lavoravo fiffiti fiffiti con me patri, lui purtava u carriettu e io facevo il lavoro di trasloco, pure per i soldi fiffiti tiffiti: la metà se li prendeva lui… l’altra metà glieli davo io…

Io con le femmine non sono tanto pratico, invece mio fratello è un poeta mio fratello con le femmine ci sa fare: un giorno mi disse: “ora telo insegno io come si fa, mettiti nel tascapane del motore e vieni con me”. Ha preso una femmina e l’ha portata a Monte Pellegrino nella galleria, ha messo i giornali nel parabrezza del vespino, la guarda e ci dice a ttattà: “lo vuoi fare l’amore con me? O sì o no” e quella ci fa: “no!” e lui: “allora io me ne vado cu vespino e tu puoi tornare a piedi”. Ho capito, anch’io m’ho portato una femmina col triciclo a Bellolampo, scendo, prendo il giornale…ci avvolgo il triciclo, accorcio il braccio (in quanto lei era letteralmente buttata sopra di me) e ci faccio: “ragazza attattà lo vuoi fare l’amore con me? O sì o no” e lei “Si” e io: “…SI? e ora? ….   allora tu ritorni col triciclo e io ritorno a piedi!”

Questo monologo non lo eseguiamo più da oltre 15 anni, è sicuramente un ricordo di un tempo iniziale quando siamo passati da un repertorio che era sostanzialmente composto da pezzi di spettacoli di altri cabarettisti ad un repertorio originale nostro.

Oltre a Giacomino c’era il famoso tizio delle galline, una sorta di pubblicità dalle battute veloci accompagnate da una canzoncina carina e la presentazione molto originale composta in questo modo:

Usciva in scena Giuseppe con un foglio microscopico e leggeva una sorte di avviso: la 500 targata…. È pregata di spostarsi. Immediatamente arrivavo io dicendo che non era certo per questo che eravamo lì sul palco, ma per qualcosa di più grande e lui prontamente usciva un foglio più grande replicando: Il camion targato… E io insistevo più grande e lui aumentava la dimensione del foglio fino ad arrivare al punto che usciva un foglio gigantesco che provocava una grande ilarità dicendo: Il l’aeroplano targato DC9….

Come si può ben vedere erano dei pezzi originali con un testo non particolarmente comico ma accompagnati da una mimica che dava una spinta alla risata.

Col tempo ovviamente i pezzi sono cresciuti nel contenuto ma grazie a Dio la “spinta” comica è rimasta inalterata e riusciamo a divertirci divertendo.

-Dovresti pagare il biglietto come pubblico, non te lo ha mai detto nessuno che gli attori in scena non devono ridere? Giorgio hai ragione, ma non riesco a trattenermi

-Non lo dire a me che se parto con la risata…facciamo notte. Vero Giuseppe, ma la risata è contagiosa e sicuramente la gente si diverte anche perché vede che siamo dalla loro parte, più pubblico che attori e attendiamo una improvvisazione da noi stessi.

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Enzo Buffa
Enzo Buffa
Palermitano DOC! Da 37 anni attore di teatro e cabaret con il gruppo "Lasciare libero lo scarrozzo"... ma questo è solo il lato artistico

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