“Lasciare libero lo Scarrozzo”: La storia – settima puntata

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“Ma voi facete ridere?”

Come qualcuno sa, è il titolo del nostro spettacolo del 2004.

Se vogliamo essere precisi dobbiamo andare indietro nel tempo, mi spiego meglio: quando un gruppo inizia, non lo conosce nessuno
-non è che ora ci conoscono tutti! Giusto Giuseppe ma lo abbiamo detto tante volte!

Fino a quando fai spettacoli nelle Parrocchie e nessuno paga, se fai o non fai ridere resta un fatto di competizione: “I ragazzi della mia Parrocchia fanno più ridere dei ragazzi della tua!”

Nelle chiese o nei villaggi turistici la gente ride sostanzialmente per il piacere di farlo, senza grosse pretese, illudendo chi provoca cotanta ilarità che si possa far ridere allo stesso modo in tutti i posti…
Infatti quando inizi ad andare nei club, nei pub, nei ristoranti, nei luoghi dove la gente paga per esserci (e non abbiamo parlato di teatri, dove la gente paga solo per vederci!) il discorso cambia.

Molti proprietari di locale ci “davano” l’agognato spettacolo (vi ricordo la prassi per prenderli, spiegata nelle prime puntate della storia), e appendevano da tutte le parti il manifesto del nostro gruppo…
-Mi ricordo il primo manifesto: faceva veramente schifo! Lo so Giorgio, però dopo abbiamo migliorato con la macchina di topolino e noi dentro.
-Insomma… Se fosse per te, caro Giuseppe, dovremmo farli realizzare solo da Andy Warhol!

Dicevo, dopo aver visto il locale pieno di gente, aver chiacchierato con noi del più e del meno senza mai fare cenno alla nostra attività, li vedevi che, poco prima che arrivasse il momento dello spettacolo, timidi, ti avvicinavano con fare complice, con lo stesso sorriso di quello che nella prima storia ci ha chiesto una bella bottiglia di acqua minerale e chiedevano:

“Ma voi facete ridere?” Proprio questa frase! E vi garantisco che non è stato un caso singolo…

Come se uno andasse dall’autista dell’autobus e gli chiedesse: “Ma lei sapesse (per antonomasia) guidare?”. Oppure se sei al pronto soccorso con una gamba rotta e all’ortopedico che sta per “aggiustarti” gli chiedessi: “Ma lei ne capisse di ossa?”

Questa cosa, che può suscitare ilarità, non è completamente illogica. Mettetevi nei panni di un tizio che gestisce un locale con un certo nome, con una clientela che ha conquistato con sforzi enormi, che capisce che un eventuale flop lo danneggerebbe moltissimo e guardando tre ragazzi di meno di vent’anni e vedendo il proprio locale inaspettatamente pieno di clienti, sicuramente può essere assalito da dubbi: “E se questi non facessero ridere, chi lo spiega ai clienti che li ho comprati a scatola chiusa?”.

Quando il cabaret palermitano era di moda, molti locali volevano uno spettacolo senza conoscere i gruppi. Si fidavano di brochure con articoli di giornali che mostravi, di trasmissioni che avevi fatto, ma non ti avevano mai visto all’opera.

Bastava la parola magica “cabaret” per farti avere la certezza che era la novità del momento, che stavi proponendo uno spettacolo alternativo, che dispensavi momenti di ilarità ai tuoi clienti. Questo era quello che frullava in testa ad un gestore di locale, non si poteva certamente occupare di cercare la storia di quel gruppo.

Del resto non c’era internet, non esisteva You Tube, non potevi visitare una pagina facebook (cosa difficile da far capire alle nuove generazioni) ma noi, quando a scuola lasciavano una ricerca, dovevamo copiarla dall’enciclopedia di casa (per chi l’aveva), oppure da quella della zia o della nonna. E se volevi fare un figurone (come piaceva a me) andavi in biblioteca, luogo magico in cui si entrava con un permesso speciale della scuola. Era una sorta di chiesa dove la compilazione della scheda richiesta-libri per la consultazione e la sala lettura bella e silenziosa davano la sensazione di trovarsi in un posto magico; per non parlare della scoperta di alcuni giornali particolari, tenuti in una sezione apposita come “Ammogghia Tanu”, “Va levati a varva” e soprattutto il “Pettegolo” che compravo in quel periodo. 

Dicevo che era il tempo della ricerca del cabaret in tutte le occasioni, anche nelle notti di capodanno riuscivamo incredibilmente a fare fino a 8 spettacolini da 30 minuti, iniziando con il primo alle 21 (con la gente con i cappotti ancora da togliere…non esagero) e concludendo l’ultimo alle 8 del mattino (con la gente che beveva il cappuccino). Era la magia del cabaret. Tutti i locali volevano almeno un cabarettista e poiché si era davvero in pochi, dovevamo moltiplicarci. E non tutti i locali erano vicini: si passava da Mazara a Carini, da Palermo a Bolognetta; dall’immancabile Capodanno del locale “Al Convento” a Villa Boscogrande, dall’Ambassador al Salon West, ecc. ecc. Un locale, invece dei soliti 30 minuti volle addirittura il doppio spettacolo di un’ora, dalle 23 alla mezzanotte ma i camerieri, poco accorti, distribuirono le trombettine alle 23 e 30, per cui tutti i bambini le suonarono fino a mezzanotte.

-mi ricordo che invece di recitare iniziammo a dire numeri, tanto non ci sentivano! Vero Giuseppe!

-Mi ricordo che in mezzo ai numeri dicevamo pure qualche parolaccia ridendo a crepapelle… Questo fatto non me lo ricordo caro Giorgio!!!

Certi anni non terminavamo con lo spettacolo delle 8 perché spesso capitava di dover andare a fare il matinée del giorno del Capodanno in un Hotel, in un altro hotel il dopo pranzo, in un altro ancora la pomeridiana e per finire la serale.. ma avevamo 30 anni ed era un periodo davvero speciale.

Oggi i locali sono sempre meno e i gruppi che facciamo cabaret siamo sempre di più e la rete e la TV hanno molto saziato la “fame” di quel periodo.

Ma tornando al leitmotiv della puntata, il bello è che anche adesso un gestore di teatro, pur vedendo arrivare tre ultra cinquantenni che magari gli ha prospettato un certo impresario, che gli ha anche detto che sono stati a “Zeling” (come chiamano Zelig alcuni), che hanno fatto tanti spettacoli in giro, che sono spesso ospiti in trasmissioni televisive locali, che hanno fatto piccole parti in film con Ficarra e Picone, che fa? La prende alla larga, inizia a parlare della comicità, di alcuni gruppi che non fanno ridere, del valore dell’umorismo e della validità di certi spettacoli di cabaret ma poi finisce inesorabilmente, a due minuti dall’inizio dello spettacolo, per chiedere: “Ma voi facete ridere”?

-Ma alla fine noi facciamo ridere? Non lo so Giorgio, una sola cosa so, che dopo 40 anni io in scena rido sempre, anche in scene che ripetiamo sempre, tanto che qualcuno mi dice che dovrei pagare il biglietto come tutti gli altri.

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Enzo Buffa
Palermitano DOC! Da 37 anni attore di teatro e cabaret con il gruppo "Lasciare libero lo scarrozzo"... ma questo è solo il lato artistico

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