Le donne di Palermo, secondo i detti popolari

Una divertente raccolta di detti popolari palermitani sulle donne

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Come sono le donne di Palermo? Meravigliose! Come del resto quelle di tutto il mondo.
Ma come vengono viste e descritte dagli uomini? Ebbene qua entrano in gioco molti fattori, tra cui quelli culturali, i pregiudizi, i preconcetti… e i modi di dire che a torto o a ragione diventano detti popolari.
È solo un modo divertente di ripercorrere il nostro dialetto e dunque non prendiamoci troppo sul serio perché nella realtà sono solo modi di dire e spesso completamente sbagliati, ma accogliamoli con l’ironia e la simpatia che contraddistingue il palermitano. W le donne!! 

Come i masculi vedono le donne di Palermo

Per prima cosa, e non è poco, il maschio palermitano identifica la donna con il genere per cui la chiama “fimmina”.

I detti popolari che riguardano i fimmini possono avere connotazioni positive, purtroppo poche, più spesso negative, ma con un taglio più ironico che offensivo. Eviterò di citare gli insulti che vengono riferiti alle donne, rimandando all’articolo sulle parolacce a Palermo per chi fosse curioso.

Partiamo dal fisico.
Se una donna è magra di solito non si dice nulla, ma se è sovrappeso, ecco che la terminologia diventa davvero varia: se la ragazza è carina, si dice che è sciacquata (perché poi?) o rusciana che ricorda le donne campagnole sanguigne e rubiconde; se la donna presenta anche attributi fisici esuberanti che scatenano l’eros del maschio, allora l’accento va su “quanto è bona” per cui diventa “‘na fimminazza” che da noi non è un dispregiativo ma un accrescitivo positivo.
Se è solo grassa e basta, in palermitano si dice “pacchiuna”,  attenzione però perché lo stesso termine, nella Sicilia orientale significa tutt’altro!

donne di palermo bonazza

Quando una donna è bella, e anche “bona”, al suo passaggio ecco che il mascolo palermitano seguendola insistentemente con lo sguardo  (la mummìa si dice) esclama al suo amico “miii…ra bonazza! chista fa cariri i cantunera!” Come se il suo passaggio scatenasse un terremoto che fa cadere gli spigoli dei palazzi. 

I più volgari si concentrano su un organo specifico, anzi solo una piccola parte: “un pezzu di ….” che, per quanto sia detto come complimento, non sempre è gradito alla donna a cui è rivolto.

Se malauguratamente non ci degna di attenzioni, anzi si rivolta stizzita, cioè pizzuta, allora si dice che è “arraggiata” cioè piena di furore alludendo, senza motivo, che abbia un desiderio sessuale non appagato.

La bellezza ostentata sfacciatamente, non sempre è gradita per cui davanti alla donna che incede ancheggiando, magari indossando tacchi di 14 cm, il maschio palermitano sentenzia: ecco a “signora scricchianespuli”, evocando una persona che cammina sulle nespole e schiacciandole, rischia di scivolare. 
Se oltre a questo, si mostra altezzosa, invece, è una “madama stoccami in tri” che allude al rischio di spezzarsi in tre parti, per il muoversi troppo ingessato.

Avete presente quelle donne che esagerano con un trucco pesante? Ecco che diventa una “pupa tinciuta”, bambola dipinta, che secondo un proverbio siciliano è di una bellezza che scolorisce; e quando indossa gioielli vistosi allora “pari comu a Maronna ri Traviceddi” che ricorda il simulacro della Madonna dei Travicelli che è stracarica di ex voto d’argento.
Poi gli anni passano e alcune donne non demordono dal trovare il modo di apparire, diventano “rose spampinate”, cioè fiori con i petali oramai scompaginati.

Come sono le donne di Palermo?

I modi di dire ricordati fino ad ora sono coniugabili solo al femminile perché non ci sono termini equivalenti per i maschi. Quelli che si riferiscono al carattere ed ai comportamenti, invece, possono essere riferiti anche agli uomini.

Se una donna esce di casa spesso, è definita “cusciulera” cioè coscia lunga.  E se associa alle uscite un certo modo di vestire e di apparire, viene definita “nzilla”, civettuola, villana (forse dal latino “ancilla”). Se sbaglia abbigliamento: “Talìa com’è cunzata” (apparecchiata, come la tavola) “pari ncunnata”. Se veste in una maniera stravagante e trasandata si dice che è “strafalaria“, mentre “strucchiuliara”, indica la pochezza di valore, anche sociale.

Quando si uniscono più donne fannu curtigghiu e di conseguenza diventano “curtigghiare” che fa riferimento alle comari che solevano sedersi nei cortili a sparraciuniare (pettegolare). Il termine, tuttavia, è usato con una nota di simpatia. 
Certo, quello che poi si dice sulle altre è un altro discorso, e sicuramente si accuserà qualcuna di essere una cunzumacasati, cioè una rovina famiglia, una donna single che insidia un uomo sposato.

Potremmo continuare con tanti altri termini che in realtà sono attributi più che detti popolari: ntolla, murtizza, truttata, slavata, ‘ntropita… e tanti altri, ma ciò che appare strano è che pochissimi vengono adoperati in ambito coniugale, così come scarseggiano anche i proverbi sulle mogli: forse per paura? No, credo per rispetto, perché a Palermo la propria donna non si tocca! 

Saverio Schirò

immagini by – Claudio Scott via pixabay.com e omar-lopez-hki62Epw53E– via unsplash.com

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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