Le mura della Lupa

Una curiosa interpretazione di un luogo della Palermo antica

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Mi sono sempre chiesto a cosa si riferisse il cosiddetto “Vicolo delle mura della lupa” alla Cala di Palermo, sito tra la grossa mole dell’Istituto nautico Gioeni Trabia e l’Archivio di stato della Catena.

Nella città eterna, a Roma, esiste la via Della Lupa che prende il nome da un’antica fontana del XVI secolo che adornava questo tratto della capitale e che presentava oltre alla fonte una statua con una lupa che allattava due gemelli. Ovviamente a Palermo non avrebbe avuto senso un simbolo del genere, nonostante lo storico, anche se a volte leggendario, gemellaggio tra le due città. Così, ricercando qua e là, tra le fonti a mia disposizione, ho scorto nelle pagine dell’autorevole Carmelo Piola e nel suo Dizionario delle strade di Palermo del 1870, che al nome Lupa accosta sia delle mura, cioè “Mura della Lupa”, sia una salita, cioè “Salita delle mura della Lupa”, sia un vicolo, cioè “vicolo Delle mura della Lupa”.
Ovviamente i tre siti erano attigui e riguardavano tutti e tre il medesimo luogo ove si trovava la “famelica Lupa”.

Devo essere sincero, inizialmente mi aspettavo di trovare qualcosa che avesse avuto a che fare con un animale vero e proprio, con una lupa insomma, ad esempio come il leone Ciccio di Villa Giulia, ma nulla di ciò si è disvelato. Bisogna dire che in gergo marinaro la Lupa è una coltre di nebbia che inghiotte il paesaggio circostante, ma nella costa palermitana è abbastanza raro vedere un nembo a bassa quota che avvolge la città, quindi è un’ipotesi impossibile da collegare al sito.

In letteratura però, da sempre la Lupa è famelica, ingorda, addirittura Dante le affibbia il ruolo dell’avarizia, uno dei peccati peggiori che infestava la sua epoca, tanto da sbarrare il suo cammino e farlo tornare indietro nella selva da cui tentava di scappare:

«Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca nella sua magrezza
e molte genti fe’ già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura c’uscìa di sua vista,
ch’io perdei la speranza dell’altezza.
E qual è quei che volentieri acquista,
e giugne ‘l tempo che perder lo face,
che ‘n tutt’ i suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi incontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove il sol tace».

No! Non pensiate che sia un mero sfoggio di passati studi e che nulla centri con l’argomento, in quanto in realtà queste terzine si prestano in un certo senso al significato metaforico che utilizzavano i facchini, cioè i doganieri, per indicare i famosi magazzini di pertinenza della Dogana, nei quali lavoravano, e che si trovavano nei pressi della Cala.

Non voglio certo asserire che i facchini conoscessero i versi della Divina Commedia a memoria, anche se non ci sarebbe nulla di strano, ma voglio certamente dire che nel linguaggio popolare comune la lupa era notoriamente famelica e che i facchini trovarono una similitudine tra l’insaziabilità dell’animale e l’insaziabilità (ovvero la capienza) dei magazzini della dogana. E mentre la lupa dantesca costringeva il protagonista a tornare indietro sui suoi passi e verso la selva oscura, l’ingordigia (leggi sempre capienza) dei magazzini della Dogana costringeva i facchini a continuare a lavorare e a sospingerli di continuo dove il sol taceva, cioè dentro il grande magazzino. Perciò, provati quotidianamente dalla fatica e dall’enorme spazio che vi era dentro i magazzini, i facchini pensarono bene di intitolare “la Lupa” l’edificio nel quale lavoravano e che non smetteva mai di mangiare.

Per dare un certo valore a quanto scritto finora, mi rivolgo sempre all’autorevole Carmelo Piola che sulle Mura della Lupa scrisse prima e meglio di me: «Salita alle mura della Lupa – Questa salita conduce alle mura dette della Lupa perché soprastanno a molti vastissimi magazzini appartenenti alla direzione delle Dogane, i quali possono contenere immense quantità di mercanzie; e siccome ai facchini sembrava che non si fossero mai riempiti, cominciarono a chiamarli lupa, comparandoli all’insaziabilità di questo animale».

Antonino Prestigiacomo

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Antonino Prestigiacomo
Antonino Prestigiacomo
Nato a Palermo, dove vive e lavora, ha frequentato la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università degli studi di Palermo, è presidente dell'Associazione socio-culturale “Athos”; da anni si prodiga per la valorizzazione e la promozione territoriale della città di Palermo".

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