Mestieri perduti: Lo Zimmillaro

Facciamo un viaggio tra i mestieri perduti di Palermo. Parliamo degli Zimmillari, un'antica maestranza, un tempo fondamentale, che oggi è del tutto scomparsa.

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Oltre alle numerosissime tradizioni e consuetudini del passato, sono andate perdute le memorie di quelli che erano gli antichi mestieri, professioni un tempo considerate comuni e di cui oggi non ricordiamo nemmeno il significato. Per esempio citiamo il battiloro, u conza lemmi o lo stagnataro.

Alcuni di questi mestieri riaffiora, seppur con il solo nome, nella toponomastica delle strade di Palermo. È il caso dello Zimmillaro, o Zimmilaro, antico mestiere che oggi ha perso completamente la sua antica importanza.

Quando la "giummara" veniva lavorata da "li zimmilara"
Zimmili – Fonte: Geosnews

Gli Zimmillari altro non erano che degli artigiani specializzati nella realizzazione di grandi ceste dette zimmili, fondamentali nell’antico sistema di trasporto delle merci, a dorso di mulo o sui carretti.
Nello specifico queste grandi sporte erano realizzate in giunco intrecciato finemente, in modo da garantire resistenza e permettere di trasportare anche materiale sfuso e fino, come ad esempio terra, sabbia, pietrisco, grano e letame, ovvero un tipo di merce che si perderebbe per strada se trasportata in un normale paniere. I zimmili, per la loro forma e particolare resistenza non erano realizzabili dai normali panierai, ma occorreva un’arte particolare per poterli fabbricare.

Questo sistema di trasporto delle merci è molto antico, probabilmente risalente ai tempi degli arabi, da cui probabilmente deriva il termine zimmili.
Tuttavia la prima regolamentazione al riguardo risale al 1330, quando nei “capitoli” di Federico III d’Aragona si stabilisce la portata esatta che questi cesti dovevano avere.
Se il materiale trasportato era leggero, come ad esempio lo stallatico, ogni zimmile poteva contenerne fino a 1,40 metri cubi (in misura odierna). Se invece si trattava di materiali più pesanti, come ad esempio le pietre, tale quantità diminuiva un poco, anche per preservare un minimo la salute dei poveri asini, che avevano l’ingrato compito di trasportare questi materiali in giro per le campagne siciliane.
Nello stesso documento si stabiliva che otto zimmili costituivano una casciata, o carrozzata, ovvero la capacità di un carretto.

Nel corso dei secoli successivi questa unità di misura è poi cambiata, adattandosi alle esigenze dei diversi periodi e della natura delle merci.

Come abbiamo detto, in genere gli zimmili erano trasportati a dorso d’asino, ovvero posizionati in numero pari alle due estremità di un bastone, in modo da bilanciarsi ed essere disposti ai fianchi dell’animale da soma.
Questo bastone, detto brocca o asta ri zimmili, spesso dalla forma irregolare e ricavato da un qualunque pezzo di legno abbastanza resistente, era anche protagonista di un simpatico detto antico.
Di una persona malconcia o di un lavoro fatto veramente male, si diceva che era drittu comu un asta ri zimmili, ovvero in piedi per miracolo e comunque destinato a cadere in brevissimo tempo.

Ed ecco chi erano gli Zimmillari, un’antica maestranza che aveva la sua sede nel quartiere dell’Albergheria, non lontano dal mercato di Ballarò, dove ancora oggi sopravvive una piazzetta che porta il loro nome, ad imperitura memoria di un mestiere ormai perduto.

Fonti: R. La Duca – Il Cortile degli Zimmillari – Giornale di Sicilia 12 agosto 1984


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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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