“Mi Vinni u Cori!”: 10 detti popolari per capire la Sicilia

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Come nascono i detti popolari? Nessuno può dirlo con certezza. Nascono probabilmente da un gesto, da una risata, da una disgrazia raccontata per la centesima volta, una battuta detta per caso, magari per sdrammatizzare, magari per punzecchiare, oppure per consolare. E se quella battuta funziona, se fa ridere o fa pensare, se descrive perfettamente una situazione che tutti hanno vissuto almeno una volta, allora comincia il suo viaggio.

Passa da una bocca all’altra, si aggiusta, si accorcia, si allunga, cambia accento, cambia ritmo. Diventa un modo di dire senza che nessuno lo decida. E quando finalmente si incastra nella lingua come una tessera di mosaico, allora sì: è nato un detto popolare.

Il bello è che questi detti non spiegano soltanto la realtà: la colorano, la esagerano, la prendono in giro. Sono la prova vivente che in Sicilia non si parla: si recita, interpreta. E soprattutto non si perde mai l’occasione di trasformare un’emozione in una battuta, un problema in una metafora, un’esperienza in un’immagine che ti resta appiccicata addosso.

Per questo, capire i detti popolari vuol dire capire la Sicilia stessa: un posto dove persino il linguaggio ha un’anima, un carattere e, diciamolo, un certo gusto per il dramma.

E allora, entriamo in questo universo di parole vive, ironiche, teatrali perché da noi, per intederci, non conta solo “cosa si dice”, bisogna capire come si dice.

Detti popolari tra persone

10 detti popolari per capire la Sicilia

Cosa, o cosi”Letteralmente: Cosa, cose

Ovviamente sono termini italiani, ma “le cose” a Palermo non sono solo oggetti.
Se vuoi raccomandare qualcuno, si dice che è “cosa mia”, con il rinforzo di un gesto di ammiccamento. Si tratta di un’idea tanto radicata che “cosa nostra” indica la tristemente nota organizzazione mafiosa.
Cosa inutili” è una persona di scarso valore umano o morale, peggio ancora se è “Cosa ri ittari” (cosa da buttare) perché vuol dire che si sta comportando davvero male.
Gli eventi piacevoli sono “Cosi chi pampini” (…con le foglie) o “Cosi i lussu” (…di lusso). Ma se è un evento eclatante, in positivo o negativo, allora si tratta di “Cosi i rumpiri” (cose da rompere).

“U cori”Letteralmente: “il cuore”

In quasi tutte le culture, il cuore non è solo un organo del nostro corpo ma la sede dei sentimenti. In Sicilia è molto di più: ha una vita propria e delle capacità quasi indipendenti dalla stessa persona.

Così se avete superato un problema o una preoccupazione che vi assillava, oppure avete fatto una bella mangiata, ecco che il cuore ne beneficia tornando da chissà dove: “mi vinni u cori” (mi è venuto il cuore) è il detto più opportuno in questo caso.
Ma se incorriamo in una cattiva sorpresa o in una brutta delusione ecco che il cuore può perdere tutto il suo contenuto di sangue e “secca”: “mi siccò un cori“.

Una persona meschina ha certamente “u cori piatusu” dove “piatusu” di per sé avrebbe una nota compassionevole ma non in questo caso, altrimenti il cuore avrebbe pianto, “mi chianci un cori“.
Se fai una azione di buona volontà e con piacere allora la fai “a beddu cori” (a bel cuore) e invece se si verifica un brutto presentimento il cuore ti aveva già avvisato: “mi parrava u cori“, cioè il cuore già aveva parlato… avresti dovuto ascoltarlo.

Agneddu e sucu e finiu u vattiuAgnello e sugo e il battesimo è finito!

Questo detto è una piccola perla di ironia popolare. Racconta una verità che tutti abbiamo sperimentato: più aspettiamo un evento, più finisce in fretta… e spesso pure con un filo di delusione. L’immagine è quella di un battesimo, una festa importante, preparata con cura, attesa da tutta la famiglia, che dopo tutto quel fermento, tutta quella trepidazione… Due bocconi e si torna a casa.

Il senso è semplice e geniale: Le cose attese con ansia durano sempre meno di quanto immaginiamo e l’evento in sé è spesso meno emozionante dell’attesa. Dunque meglio godersi ogni momento, senza aspettarsi fuochi d’artificio.
È un invito alla leggerezza, alla filosofia del “non ti fare troppi film”, e si accompagna perfettamente all’altro grande insegnamento palermitano: “Comu finisci si cunta” — come finisce, si racconta. In altre parole: vivila, goditela, e poi ci pensiamo noi a farla sembrare più bella nel racconto.

Lassari in tririciLasciare in tredici

Viene detto quando qualcuno fa buca ad un appuntamento o più spesso quando ci aspettavamo un aiuto che non arriva, per cui si lascia da solo chi ha bisogno.
Il significato più probabile da cui deriva questo detto è di tipo scaramantico (porta male rimanere in tredici a tavola!) e affonda la radici nella religione. Gesù e i dodici apostoli nell’ultima cena erano appunto tredici: uno avrebbe tradito (Giuda), ma peggio uno sarebbe morto (Gesù). Ecco perché porterebbe male stare tredici a tavola e di conseguenze essere lasciati “in tredici” non è proprio una bella azione, anzi è “n’azione i fangu” (dove il fango è personalizzato).

Mittemuci ‘na petra supraMettiamoci una pietra sopra

Questa frase è un italianismo e sembra semplice: ma sopra che cosa? In senso figurato si intende sopra una questione, una discussione dove non c’è accordo, una mancanza da perdonare.
Il significato da cui trae origine questa curiosa espressione è l’uso antico dei contadini e dei pastori di fare i loro bisogni all’aperto. Si capisce che pestare il risultato di tali “sforzi” non era molto piacevole (al di là della convinzione che porti bene, anzi soldi). Per cui era buona creanza mettere una pietra sopra gli escrementi per evitare che altri si sporcassero. Da qui il detto applicato ai rapporti personali.
Se poi, per disgrazia capitava di mettere un piede sopra gli escrementi,, ecco pronto un altro detto: “ a scafazzasti” (l’hai pestata!) cioè “hai sbagliato di grosso!” E se ne vedranno le conseguenze, anzi si odoreranno!

Unnè santu chi suraNon è un santo che suda

Lo si dice quando qualcuno si nega alle richieste di ogni genere. Tu chiedi qualcosa, un aiuto e l’altro rimane impassibile e non si commuove. Soprattutto se si tratta di prestiti in denaro.
Il detto probabilmente ha origine nel catanese “u santu è ri mammuru e nun sura” (l’effige del santo, che è una statua di marmo, ovviamente non può sudare) e mostra anche una sfumatura di scetticismo applicato alla religione.

Senza picciuli un sinni canta missaSenza soldi la messa non sarà celebrata

Il riferimento alle continue richieste di denaro dei preti è evidente e tristemente documentato da queso antico detto. Dalla nascita col battesimo e attraverso ogni sacramento, fino ai funerali, viene preteso un compenso in denaro da parte di che celebre i riti.
Non è una cosa bella, ma il palermitano ci sa ridere sopra. Da questa usanza, il detto si applica a tutte le attività che non vengono erogate senza un compenso o come risposta a qualcuno che pretenderebbe un servizio senza pagare alcunché.

Ci vonnu l’agghi pi viciniCi vuole l’aglio per i vicini

Si usa questo detto quando una persona “‘ntriganti” o “camurrusa” (che non si fa i fatti propri o infastidisce oltremodo) viene messo al suo posto, cioè tenuto alla larga. I primi in lista sono vicini di casa che a volte non sono proprio persone gradevoli proprio per essere invadenti. Da qui il detto.
Ma perché l’aglio? Semplice: la credenza popolare vuole che questo ottimo bulbo abbia un sacco di poteri taumaturgici tenendo lontano batteri ed eliminando i vermi dalla pancia dei bambini. Ma anche poteri soprannaturali: nella tasca insieme al sale terrebbe lontano il malocchio, appesa davanti alla porta in trecce proteggerebbe la casa dai poteri oscuri. Chissà se la letteratura sul potere dell’aglio contro i vampiri non abbia preso spunto dai palermitani!

Assicutari a buffa Càssaru CàssaruSeguire il rospo lungo il Cassaro (il corso Vittorio Emanuele)

Un detto palermitano piuttosto antico e per questo diventato poco adoperato e ormai quasi sconosciuto. Lo dice ancora qualche anziano per indicare un’azione con risultati difficili da raggiungere, tempo sprecato, insomma. Ma da dove viene questo strano significato?
Ci aiuta il Pitrè: Il detto significa «Correre invano dietro a persona alla quale abbiamo fatto un prestito; non poter più riavere il proprio; non dovere sperar nulla da una persona che ci abbia promesso di soddisfarci di un debito contratto con noi».
E allora si capisce perfettamente il senso e la comicità dell’azione, anche se non è molto chiara la provenienza di questo modo di dire.
Una nota su un paio di detti sul Càssaro mi sembrano doverosi a questo punto: Caminari di Càssaru a Càssaru cioè “rigare dritto” in senso morale e Ogni vanedda spunta a ‘u Càssaru riferimento ai tanti vicoli che intersecano la via principale, e viene detto per indicare i diversi modi che raggiungono lo stesso scopo.

“Ti po’ stuiari u mussu”Ti puoi pulire la bocca.

Questo modo di dire è una delle perle più gustose (in tutti i sensi) del linguaggio palermitano. Si usa quando qualcuno arriva tardi, quando ormai non c’è più niente da fare, quando la situazione è già chiusa, decisa, finita… e l’unica cosa che resta è, appunto, pulirsi la bocca.
L’immagine è chiarissima, se arrivi dopo, non c’è più niente nel piatto, non puoi chiedere, pretendere o sperare: ti resta solo il tovagliolo.

È un’espressione che si usa in mille contesti: quando qualcuno vuole partecipare a qualcosa ma è arrivato troppo tardi; quando pretende un favore che ormai non è più possibile; quando si lamenta per una decisione già presa; quando tenta di recuperare una situazione ormai compromessa.

In pratica significa: “È finita. Non insistere. Puoi solo rassegnarti.” Il tono può essere ironico, affettuoso o tagliente, a seconda di chi lo dice e come lo dice. Ma il messaggio è sempre lo stesso: hai perso il treno, amunì, stuiati u mussu e passa oltre.

Conclusione

Alla fine, che aggiungere? I detti siciliani sono questo: piccole verità espresse da battute, una filosofia spicciola che sa di strada, di cucina, di cuore. Sono il modo in cui la Sicilia racconta se stessa senza prendersi troppo sul serio, ma dicendo sempre la cosa giusta al momento giusto. E allora, dopo averli ascoltati, risi, interpretati e magari pure adottati, non resta che una cosa: usarli, per non perderle, perché in Sicilia, le parole non si conservano… si condividono. E comu finisci, si cunta.

Saverio Schirò

Per un elenco dei detti popolari palermitani puoi guardare:

Immagini generate con AI copilot

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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