Porta Maqueda, demolita tre volte!

Una delle numerose porte ormai sparite con le mura della Palermo antica

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Passeggiando nella splendida piazza Verdi, a Palermo, lo sguardo viene catturato dalla maestosa mole del Teatro Massimo, ma nessuno sa che pressapoco al suo centro la Porta Maqueda segnava il confine della città. Ormai sono passati quasi 150 anni dalla sua demolizione e non ne rimane neppure un vestigio a ricordarne la storia, una storia povera dal punto di vista del valore architettonico ma importante perché collegata strettamente alla nascita del nuovo assetto viario a croce, con il taglio di via Maqueda.

La nascita della Strada Nuova

La Palermo di fine ‘500 era ancora circondata da possenti mura e diversi bastioni fortificati, ma era tuttavia priva di un asse viario di collegamento in direzione nord-sud, cosicché per raggiungere un lato all’altro bisognava seguire percorsi lunghi, contorti e con diversi dislivelli che rallentavano il traffico veicolare. Il taglio della strada Nuova, poi rinominata Maqueda, avrebbe cambiato radicalmente l’assetto della città nel quadrivio lineare che ancora oggi si riconosce. 

La grandiosa impresa urbanistica fu voluta e promossa dal Senato cittadino già in un progetto del 1596, ma fu realizzata durante il governo del viceré Bernardino Cardines (o Cardenas), terzo duca di Maqueda, a partire dal 24 luglio del 1600, con l’atto simbolico dell’inizio delle demolizioni. Le due porte, aperte alle estremità, sarebbero state intitolate, quella a nord, allo stesso viceré “Cardines”, e quella a sud alla viceregina, “Manriques”. Ma ben presto i loro nomi, come del resto tutto il nuovo rettifilo, sarebbero cambiati in Porta di Vicari quella a sud e porta Maqueda quella a nord.

L’edificazione di porta Maqueda (già Cardenas)

Disegno della prima Porta Maqueda (già Cardenas)

Contemporaneamente alle opere di demolizione per la costruzione della Strada Nuova, iniziarono le opere di sterramento e abbattimento delle mura dove creare le due porte, alla fine della strada. A sud fu necessario “bucare” letteralmente il bastione di Sant’Antonino, praticando una specie di tunnel, a nord bastò semplicemente abbattere il muro all’altezza dell’“orecchione” del baluardo di san Giuliano, noto a livello popolare come “bastione della Vedova”, non si capisce per quale ragione.

Forse per contenersi nelle spese, visto l’enorme costo che comportò la costruzione della nuova strada, l’architettura della porta Maqueda fu molto semplice. Ne abbiamo la riproduzione disegnata dal Mongitore: una semplice copertura ad arco, alta meno di 6 metri e larga meno di 4. Realizzata in conci da taglio, era priva di ogni ornamento, se si eccettua una cornice alla sommità.

Si dovette attendere il 1776 per “nobilitare” la Porta Maqueda per allinearla con le altre tre, molto più decorate, che chiudevano la croce viaria di Palermo: Porta Nuova, Porta Felice e Porta di Vicari.

Se ne occupò l’allora Pretore Michele Gravina, principe di Comitini, che dispose l’abbattimento della vecchia porta allo scopo di edificarne una nuova, sul modello di Porta Felice: senza arco, ma solamente con due grossi piloni, corredati di stanze al suo interno, arricchita di lapidi e una balaustra panoramica alla sua sommità. 
Ma stavolta durò pochissimo: dopo appena quattordici anni, nel 1780, Porta Maqueda fu nuovamente abbattuta! La città andava ingrandendosi anche sul lato nord: la strada Nuova era già stata prolungata nell’odierna via Ruggero Settimo, fino al piano Sant’Oliva e il Pretore  Antonino La Grua, marchese di Regalmici, pensò bene di far demolire di nuovo Porta Maqueda e farne costruire una terza sempre sul modello di Porta Felice, ma leggermente spostata.

Porta Maqueda nel 1860
Barricata durante i moti del 1860 – in fondo a destra si vede un pilone di Porta Maqueda

Fine definitiva della Porta Maqueda

Per l’edificazione di questa terza porta, il Bastione di san Giuliano, in parte già demolito, venne abbattuto completamente e tutt’intorno furono edificati palazzi nobiliari per cui Porta Maqueda si ritrovò ad essere ormai solo un varco, un monumento a cui nessuno faceva più caso. E circa cento anni dopo, nel 1875, nessuno si ribellò quando decisero di demolirla definitivamente, insieme ai conventi delle Stimmate e di san Giuliano, per creare lo spazio per la costruzione del Teatro Massimo. 

Saverio Schirò

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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