Fin quando i religiosi disponevano ancora delle risorse economiche occorrenti alle fabbriche delle chiese, erano anche padroni di realizzare abbellimenti e rifacimenti: col variare degli stili artistici nel corso del tempo si susseguivano i lavori. Nella chiesa di Sant’Ignazio m. all’Olivella l’esempio più eloquente viene dalla cappella dell’Immacolata, completamente rinnovata su progetto neoclassico dall’architetto Patricolo, in occasione della proclamazione del dogma da Papa Pio IX (1864). Nelle dieci cappelle sulle volte affrescate sono rimaste le originarie raffigurazioni e simboli dei santi, anche dopo la sostituzione con altri: l’attuale cappella del Beato Sebastiano Valfré ospitava San Carlo Borromeo, al posto di Sant’Isidoro Agricola si trovava Santa Maria Egiziaca, l’odierna cappella della Santa Famiglia era dedicata a Santa Maria Maddalena, San Nicola di Bari in luogo della Divina Misericordia…

L’ultimo e più importante intervento estetico che ha interessato l’intera chiesa è stato l’ammodernamento – cioè l’aggiornamento stilistico – progettato dall’architetto palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia (1729-1814). Il suo nome è immediatamente associato all’oratorio adiacente la chiesa, sua prima opera a Palermo (inaugurata nel 1769) e di fatto una delle prime in stile neoclassico in città. L’architetto, probabilmente, aveva frequentato l’ambiente oratoriano sin dalla giovinezza, poiché figlio del capomastro Simone Marvuglia appaltatore dei lavori per la costruzione della cupola della chiesa (1732). Formatosi professionalmente nei cantieri di famiglia, nel 1747 si era recato a Roma per approfondire la formazione artistica. I padri filippini intercettavano le migliori maestranze in circolazione e così, al rientro dal suo tirocinio romano, nel 1763 Marvuglia fu ingaggiato per un lavoro ambizioso: l’assetto del presbiterio e parete absidale, l’apparato decorativo (stucchi e gesso) che arricchì l’intera chiesa dandole l’aspetto attuale.
Del primo progetto di Marvuglia si conservano alcuni disegni autografi, oggi custoditi presso l’archivio privato Palazzotto di Palermo. Dopo lunga progettazione e ricerca della manodopera, il cantiere fu avviato l’anno 1786 e, a fasi alterne, si completò del tutto a inizio ‘800.

La chiesa tardocinquecentesca, caratterizzata in origine dall’ordine dorico della navata (dato dal “grado” del santo cui è dedicato il tempio), è stata trasformata con una moderna facies neoclassica diversamente informata dall’ordine corinzio della grande edicola nel presbiterio. Nel “cappellone”, infatti, la realizzazione finale mostra un ordine architettonico gigante su un basso zoccolo continuo. Sulla parete absidale si ha la grande edicola con colonne libere che incornicia il quadro di Sebastiano Conca, sopra la quale si irradia una gloria di angeli tra raggi e nubi.
Da sempre il messale romano, nell’embolismo che segue il Padre nostro, innanzi a Dio sostanzialmente presente nelle sacre specie, lo prega che doni alla sua Chiesa unità e pace: secúndum voluntátem tuam pacificáre et coadunáre dignéris. Sono le stesse due virtù personificate nelle raffigurazioni in stucco, adagiate e sporgenti dal timpano che sovrasta l’altare maggiore. La virtù della pace, secondo i canoni iconografici, rappresentata da una donna con una corona di alloro alla testa e in mano un ramo con foglie e frutti. La virtù dell’unità, sempre femminile, tiene in mano l’antico fascio littorio (privo di scure), un fascio di bastoni legati assieme dai lictores (verbo latino “ligare”). All’interno del timpano si trovano alpha e omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco; al di sopra spicca il sacro tetragramma ebraico (JHWH) dal cui vetro filtra la luce solare, all’epoca originale espressione di licenza artistica.
Nell’area presbiterale ai piedi dell’edicola, sopra 7 gradini, è ubicato l’altare decorato in pietre del massimo grado di durezza e lavorate in tre dimensioni, con il tabernacolo che riproduce una piccola architettura neoclassica a cupola, tipo Pantheon. Anche le statue dei quattro evangelisti (di stucco – Filippo Pennino) e dei due apostoli di Roma (di marmo – Ignazio Marabitti) sono frutto dell’ammodernamento. La volta è scompartita nell’intradosso da specchiature leggermente incassate, decorate e dipinte.

La restante parte dell’interno della chiesa si uniforma al disegno del presbiterio: 25 coppie di grandi angeli animano il falso attico finestrato che corre ininterrotto lungo tutto il perimetro interno; anche le restanti tre volte a botte che coprono la navata e i due bracci del transetto presentano lacunari dipinti con scene tratte dall’Antico Testamento.
Diversi artigiani e artisti hanno collaborato alla realizzazione del complesso programma di interventi: i marmorari Ciro e Gioacchino Boatta, con la messa in opera dei marmi nel presbiterio; Gioacchino Boatta con Giuseppe Messina e Giosuè Durante, per il completamento del rivestimento marmoreo delle paraste e delle colonne della grande edicola; Vincenzo e Salvatore Todaro coadiuvati dal nipote Nicolò, artefici dell’altare maggiore in pietre dure e guarnizioni di ottone sbalzato e dorato; Gaspare, Giovanni e Giuseppe Firriolo insieme a Tommaso Sanseverino, Gioacchino Gianforma e Domenico Danè con la realizzazione delle decorazioni plastiche; infine Antonino Manno ed i suoi collaboratori Benedetto Cotardi e Giuseppe Di Filippo, con gli affreschi sulle volte, sui lacunari e sugli intradossi degli archi della navata della chiesa.
Fonte: Ciro D’Arpa, Architettura religiosa a Palermo: il complesso degli Oratoriani all’Olivella,Caracol, Palermo, 2012