Le statue di Palermo avvocate del popolo

Per rispondere alla scarsa libertà di parola, nel XVIII secolo le statue di Palermo iniziarono a “parlare”. Su di esse la notte apparivano misteriosi cartelli ricchi di coloriti versi satirici contro chi governava la città.

Autore:

Categoria:

25,584FansLike
1,315FollowersSegui
633FollowersSegui

Al giorno d’oggi è fin troppo facile esprimere la propria indignazione nei confronti delle amministrazioni locali e nazionali. Basta andare su qualunque social network per scrivere un commento piccato, contestare una decisione o addirittura inviare un messaggio direttamente al politico contro il quale si vuole protestare.

Nella Palermo del XVIII secolo non era così semplice. A quell’epoca la libertà di parola nel Regno di Sicilia era pressoché nulla, almeno in pubblico, e le espressioni di dissenso nei confronti dei governanti, che fossero sovrani, viceré o pretori cittadini, venivano punite severamente dalle autorità.
Per questo motivo il popolo, sempre più costretto al silenzio, iniziò a far parlare i muri e le statue.
Ecco come.

Pasquinate Palermo

Le pasquinate Palermitane

Quando qualcosa non andava, e accadeva spesso, nottetempo comparivano degli eloquenti cartelli anonimi, che venivano inchiodati sui muri o appesi al collo delle statue collocate in zone strategiche della città. I contenuti dei cartelli erano prevalentemente di natura satirica, anche se a volte appariva anche qualche esasperata minaccia nei confronti del governante di turno.

Le sculture preferite dai cittadini erano quelle del Genio di Palermo, portavoce per eccellenza dei bisogni del popolo, ma anche altre, come il Carlo V di Piazza Bologni o le statue dei Quattro Canti, venivano usate spesso e volentieri a tale scopo.

Impedire questa forma d’espressione popolare era pressoché impossibile. Palermo è piena di statue e nell’oscurità qualunque forma di sorveglianza preventiva sarebbe stata solo uno spreco di tempo e risorse.
Quindi per molti anni non fu insolito, recandosi la mattina alla Fieravecchia (oggi Piazza Rivoluzione), trovare il Genio con un cartello al collo che in pochi versi denunciava storture e malcostumi. Questi tipi di satira, breve e pungente, erano già in voga in altre città Europee, soprattutto a Roma, dove prendevano il nome di Pasquinate.

Le argute composizioni erano vere e proprie opere di poesia popolare, brevi versi in rima che rivelavano spesso una certa abilità nei loro autori anonimi. Trattandosi di gesti di protesta, non era insolito che le Pasquinate fossero arricchite da espressioni colorite e vere e proprie “male parole”.

Alcune Pasquinate riportate dal Pitrè

Il Pitrè riporta alcuni esempi di questi versi. In questo caso il contesto è una brutta carestia che colpì la Sicilia nel 1793. Qui l’accusato è il Pretore Cannizzaro, duca di Belmurgo, accusato di essersi arricchito a spese della comunità mentre la gente moriva di fame. A detta del popolo l’unica contromisura adottata dal Pretore fu il predicare fede e speranza in attesa che la carestia fosse passata. A tal proposito un’irriverente composizione fece la sua comparsa tra i vicoli di Ballarò:
Cu la fidi e la spiranza
Un guastidduni ‘un jinchi panza
Preturi Cannizzaru
Ha misu Palermu cu’na canna a li manu.

I versi alludono al fatto che a causa della carestia i fornai avevano diminuito il peso del pane (il guastidduni era appunto una tipica forma di pagnotta) che adesso quindi non sfamava più come prima.
Insomma, la situazione causava non pochi grattacapi ai viceré di quegli anni, tanto da richiedere l’inasprimento delle pene per chiunque fosse stato sorpreso a comporre versi satirici, indipendentemente dal ceto di appartenenza. Il viceré Caracciolo arrivò a far incarcerare tre nobili palermitani, Vincenzo di Pietro, Ugo delle Favare e Gaspare Palermo, per il solo sospetto di aver concepito delle battute umoristiche su di lui.

Addirittura fu promesso un cospicuo premio di 300 onze a chiunque denunciasse in segreto gli autori delle Pasquinate. Sebbene tra il popolo si conoscessero i misteriosi artefici, nessuno andò a denunciarli.
Oggi qualcuno definirebbe questo atteggiamento omertoso, ma grazie a queste mancate denunce, le statue di Palermo continuarono a parlare in difesa del popolo.

Fonti: G. Pitrè – La vita in Palermo cento e più anni fa – Vol. I.
Villabianca – Diari Palermitani

Ti è piaciuto? Condividilo con gli amici!

Rimani aggiornato su Telegram

Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Ti potrebbe interessare anche...

La Chiesa scomparsa: “La Madonna di Piedigrotta alla Cala”

Ubicata sulla sponda sinistra della Cala, più o meno dove oggi è l'edificio del mercato ittico, si ergeva fino al 22 marzo del 1943,...

La principessa Costanza e la regina madre, Beatrice di Rethel

Quali racconti potrebbero aver fatto sognare la piccola principessa Costanza d'Altavilla? Certamente Costanza ascoltava piena di entusiasmo la saga dei suoi antenati normanni, quei discendenti...

“Chista a sai?”: proverbi siciliani

Secondo alcuni, i proverbi siciliani sarebbero la quintessenza dell'ignoranza, un modo filosofico di esprimere semplicemente dei luoghi comuni, cose ovvie insomma. Secondo altri, invece,...

La Chiesa dei Naufragati e il Serraglio di Palermo

Nella nostra visione “moderna”, i nomi di alcuni luoghi di Palermo suonano piuttosto curiosi, come ad esempio quello della Chiesa dei naufragati, che si...

La strage del pane: una tragedia dimenticata

La "strage del pane" a Palermo, si svolse in pochissimo tempo, forse trenta-quaranta secondi, non di più, davanti al Palazzo Comitini di via Maqueda,...

Come si chiamano i soldi in Siciliano? Un patrimonio linguistico da conservare

Per comprendere come si chiamano i soldi in Siciliano, bisogna tenere conto della ricca storia dell’Isola che ha visto numerose dominazioni che hanno finito...