Belisario, il generale bizantino che conquistò Palermo grazie ad un colpo di genio

Nel 535, quando Palermo era sotto il controllo dei Goti, l'esercito bizantino escogitò uno stratagemma per conquistare la città, senza quasi combattere. Ecco come...

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C’è un episodio della storia antica di Palermo che raramente finisce nei libri scolastici, eppure ha tutti gli ingredienti del grande racconto militare: una flotta imperiale che finge di andare a Cartagine, un generale geniale chiamato Belisario, una città murata che si rifiuta di arrendersi e uno stratagemma talmente fuori dagli schemi da far capitolare i difensori senza praticamente combattere.

Siamo nel 535 d.C., l’Impero romano d’Occidente è caduto da quasi sessant’anni e Palermo è in mano ai Goti. A Costantinopoli, l’imperatore Giustiniano vuole riportare l’Italia sotto il controllo dell’Impero d’Oriente.
E la prima tessera del domino è la Sicilia.

Panormus prima dei bizantini: un secolo di invasioni

Per capire cosa successe nel 535 bisogna fare un passo indietro di circa un secolo. Dopo la lunga e prospera stagione romana, Panormus entra in una fase turbolenta. Nel 445 d.C. la città viene messa a ferro e fuoco dai Vandali di Genserico, che dal Nord Africa risalgono le coste del Mediterraneo depredando quanto possono. Poi arriva Odoacre, il re germanico che nel 476 aveva deposto l’ultimo imperatore romano d’Occidente. Infine, alla fine del V secolo, la Sicilia passa nelle mani degli Ostrogoti di Teodorico.

I Goti, a dispetto della brutta fama, non furono governanti particolarmente oppressivi. Teodorico aveva intrattenuto buoni rapporti con l’aristocrazia locale, aveva tollerato i cattolici nonostante lui stesso fosse ariano e aveva mantenuto in vigore buona parte delle strutture amministrative romane. La Sicilia, per quanto lontana dalla capitale Ravenna, continuava a essere il granaio d’Italia. Però i presidi militari goti erano numericamente modesti, sparpagliati e spesso tenuti da uomini lontani da casa. Quando Belisario sbarcò sull’isola, si sarebbe accorto molto presto di questa debolezza.

Il piano di Giustiniano e la finta rotta per Cartagine

Belisario Palermo
Il Generale Flavio Belisario – AI

Nel 535 Giustiniano stava costruendo la sua Renovatio Imperii, un progetto ambizioso di riconquista delle terre perdute d’Occidente. L’anno prima aveva già piegato i Vandali in Africa, proprio grazie a Belisario, il suo generalissimo. Ora toccava all’Italia ostrogota. La strategia prevedeva un attacco su due fronti: il generale Mundo avrebbe colpito la Dalmazia via terra, mentre Belisario avrebbe guidato la flotta verso la Sicilia.

Il dettaglio curioso è che Giustiniano non voleva dare l’impressione di invadere. Ordinò a Belisario di far correre la voce che la flotta fosse diretta a Cartagine, per questioni riguardanti la nuova provincia africana appena riconquistata. Una volta vicino alla Sicilia, il generale avrebbe dovuto inscenare un semplice scalo tecnico. Se le cose fossero andate bene, si poteva tentare la conquista; altrimenti, si sarebbe rimessa la prua su Cartagine come se niente fosse. Erano circa diecimila uomini in tutto, pochi per un’impresa di quella portata.

Lo sbarco avvenne a Catania. Da lì Belisario iniziò a risalire l’isola e le cose andarono molto meglio del previsto. Siracusa, la capitale storica della Sicilia, aprì le porte senza opporre resistenza. Anche le altre città si arresero una dopo l’altra, spesso accogliendo i bizantini come liberatori: la popolazione siciliana era cattolica, i Goti ariani, e la distanza culturale tra governati e governanti era rimasta forte per decenni. In pochi mesi l’intera isola era in mano bizantina.
Tutte le città, tranne una.

Sinderico, le mura e il rifiuto di arrendersi

Palermo era l’eccezione. Il comandante del presidio goto, un certo Sinderico, aveva una guarnigione consistente e mura solide, probabilmente rafforzate nei secoli precedenti nell’area corrispondente all’attuale Palazzo dei Normanni. Invece di trattare, Sinderico mandò ambasciatori a Belisario per intimargli di levare le tende e andarsene. Una mossa audace. O forse incosciente, visto con il senno di poi.

Belisario d’altra parte si trovava davanti a un problema concreto. Un assedio lungo gli avrebbe fatto perdere mesi preziosi e l’inverno si avvicinava. Un assalto frontale alle mura gli sarebbe costato centinaia di uomini che non poteva permettersi di perdere, non con un esercito così piccolo e con la campagna d’Italia ancora tutta da combattere. Serviva qualcos’altro.

A raccontarci cosa accadde è Procopio di Cesarea, lo storico personale di Belisario, che era presente e che mise per iscritto nel suo De bello Gothico. Secondo la sua descrizione, il generale bizantino studiò la conformazione della città e notò un dettaglio che ai Goti doveva essere sfuggito: il porto antico, quello esterno alla cinta muraria, era deserto, e le mura di Palermo in quel tratto non erano particolarmente alte, o meglio, non erano più alte degli alberi delle navi da guerra.

Lo stratagemma delle scialuppe

Fu qui che a Belisario venne in mente il colpo di genio.
Ordinò alla flotta di entrare nel porto e gettare l’ancora il più vicino possibile alle mura. Poi fece tirare fuori tutte le scialuppe disponibili, le barche piccole che le navi portavano a bordo per sbarchi e trasbordi. Servendosi di funi e carrucole, i marinai le issarono fino alla cima degli alberi, fissandole come ceste sospese in alto. Dentro ci fece salire i suoi arcieri migliori.

Il risultato fu che, in una mattina, i Goti che presidiavano i camminamenti delle mura si trovarono a fronteggiare una pioggia di frecce scagliate da una posizione più alta della loro. Gli arcieri bizantini, appollaiati sulle scialuppe in cima agli alberi, potevano colpirli dall’alto come se i difensori fossero allo scoperto. I Goti, abituati a pensare che il vantaggio delle mura fosse quello di dominare chi stava sotto, si ritrovarono improvvisamente nella posizione inversa.

Non servì altro. La guarnigione gota, presa alla sprovvista e senza una risposta tattica a una situazione che nessuno aveva mai affrontato, capitolò nel giro di pochissimo tempo. Sinderico consegnò la città. Non ci furono saccheggi né rappresaglie, e Belisario entrò in Palermo da vincitore senza aver dovuto condurre nemmeno un vero assalto.

Una tradizione raccolta da cronache medievali vuole che, per ringraziamento, il generale avesse fatto edificare in città una chiesa dedicata alla Vergine, poi nota come Santa Maria dell’Annunziata della Pinta, nell’area dell’antica piazza del Palazzo. L’attribuzione è dubbia: le prime notizie documentate dell’edificio risalgono al XII secolo, ben oltre l’epoca bizantina. Ma il fatto che secoli dopo i palermitani tenessero a collegare quella chiesa al liberatore dai Goti dice comunque qualcosa su come l’episodio fosse rimasto nella memoria della città.

Dopo la conquista: la Sicilia bizantina che verrà

Il 31 dicembre 535, ultimo giorno del suo consolato, Belisario entrò trionfante a Siracusa. Procopio racconta che distribuì monete d’oro alla folla e che venne acclamato dall’esercito e dalla popolazione. Fu una coincidenza fortunata, annota lo storico, che la data dell’ingresso coincidesse esattamente con la fine della carica consolare: un congedo trionfale che nessun comandante romano aveva più ottenuto in quel modo.

Il vero teatro di guerra si spostò subito dopo sulla penisola italiana, dove la conquista avrebbe richiesto anni e sarebbe passata per l’assedio di Napoli, per le tre battaglie attorno a Roma, per la caduta di Ravenna. Belisario ne sarebbe uscito a tratti glorioso e a tratti emarginato dalla corte di Costantinopoli, in un’alternanza che caratterizzò tutta la sua carriera. Ma per la Sicilia, quel 535 segnava l’inizio di un capitolo lungo quasi tre secoli.

L’isola tornò formalmente sotto l’autorità imperiale e divenne una provincia retta da un pretore, con una forte presenza militare bizantina sulle coste. Palermo, pur non essendo la capitale amministrativa (quel ruolo spettò a Siracusa), mantenne il suo ruolo strategico come scalo del Mediterraneo occidentale. Il dominio bizantino sarebbe durato fino all’831, quando gli Arabi, sbarcati a Marsala cinque anni prima, riuscirono a prendere Palermo e a farne la capitale del loro emirato siciliano.

Per quasi trecento anni, quindi, Palermo parlò greco nelle sue chiese, commerciò con Costantinopoli e fu parte di un Impero che si concepiva come continuazione diretta di Roma. Tutto questo perché un giorno, nel 535, a qualcuno venne in mente di issare degli arcieri in cima agli alberi delle navi.

Fonti: Procopio di Cesarea, De bello Gothico (libro I)
G. Ravegnani, Soldati e guerre a Bisanzio. Il secolo di Giustiniano, Il Mulino, 2009
R. La Duca, Storia di Palermo vol. II: Dal tardo-antico all’Islam, L’Epos, 2001
Wikipedia – Presa di Palermo (535)

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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