la-martoranaNel cuore antico di Palermo, dove un tempo correvano le mura della città vecchia, vicino alle chiese normanne di S. Cataldo e di Santa Maria dell’Ammiraglio, si trovano i resti di un’antica  “Domus” appartenuta nel XII secolo alla contessa Adelicia de Golisano conosciuti come “Casa Martorana“, così chiamata dal nome dei coniugi Goffredo e Aloisya de Marturano che ne diventarono proprietari dopo che la contessa, nipote prediletta di re Ruggero II, rimasta vedova, abbandonò la città e si ritirò a vita monastica nel suo castello di Adernò.
L’antico nome dei Martorana, oggi, si riferisce al cortile porticato dell’antico cenobio di suore benedettine fondato dai due coniugi nel 1194 e che oggi fa parte della facoltà di architettura dell’università di Palermo.
Il documento più antico che dà notizia anche se indirettamente della casa della contessa di Golisano è datato 1194.
Si tratta di un diploma stilato in quell’anno, relativo a una donazione fatta da Goffredo e Aloysia de Marturano, dove viene nominata la casa “…quae fuit olim Adeliciae de Gulisano….”.
Il convento fondato dai Marturano originariamente aveva al suo interno una chiesa dedicata a “Santa Maria la Nuova”, qualche anno dopo vi fu aggregata un’altra cappella concessa da Pagano de Parisio conte di Alife e di Butera che egli, spinto da cristiana carità, aveva fatto costruire in onore dell’apostolo Simone in una sua proprietà attigua al monastero.

Nel 1434 re Alfonso d’Aragona concesse la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio alle monache dell’antico convento. Da questo momento la storia del monastero della Martorana sarà per sempre legata a quella della splendida chiesa voluta dal grande ammiraglio di re Ruggero, Giorgio d’Antiochia. Da alcuni documenti storici si rileva che intorno alla prima metà del XV secolo le monache della Martorana iniziarono una serie di trasformazioni delle antiche fabbriche normanne del convento e della chiesa dell’Ammiraglio.
Dopo avere acquistato il terreno dietro il cortile del pozzo, che si apriva su una stretta stradina ortogonale all’attuale via di Teatro Bellini, relizzarono un nuovo accesso con la costruzione del parlatoio, del portico e del chiostro. L’opera di ampliamento e modifica proseguirà nei secoli successivi, fino ai primi anni del XVIII secolo, per motivi legati alla necessità di reperire nuovi spazi, visto che la comunità di suore si era notevolmente incrementata.
Oltre alle trasformazioni volute dall’uomo si aggiunsero i danneggiamenti provocati dalle calamità naturali. Nel 1539 un violento terremoto distrusse parte del monastero, successivamente, nel 1555, un’inondazione provocata dal fiume Kemonia,  detto pure “Fiume del maltempo”, arrecò seri danni all’intero complesso edilizio: in questa occasione le monache furono costrette a trasferirsi a palazzo Ajutamicristo finché non furono terminati i lavori di riparazione. Nello stesso anno la peste fece molte vittime a Palermo coinvolgendo anche le monache del convento della Martorana.
Alla fine del XVI secolo viene attuato dal senato cittadino il taglio di una strada che intersecandosi con l’antico Cassaro divide la città in quattro parti. Fu questa la più grande e coerente ristrutturazione urbana dei tempi moderni.
La “Strada nuova” sarà chiamata  via Maqueda, in onore del vicerè dell’epoca, don Bernardino de Cardines duca di Maqueda. L’apertura della nuova strada, determinò la costruzione di un nuovo prospetto del complesso monastico della Martorana, per il desiderio delle suore del convento di possedere il fronte principale sulla prestigiosa via. Per raggiungere l’ambito affaccio anche sul Cassaro e  potere assistere, non viste, allo svolgimento delle solenni processioni, nel 1765 le suore della Martorana chiesero a Francesco Maria Guggino barone del Guasto, il permesso di costruire un belvedere con loggia metallica protetta da ”gelosie” al terzo piano del suo palazzo ad angolo tra via Maqueda e il Cassaro. Per consentire alle suore di recarsi nel belvedere, l’architetto Nicolò Palma realizzò un camminamento sotterraneo che attraversava il piano di San Cataldo e il piano del Pretore.
Nel 1866 l’antico convento viene espropriato dalle autorità cittadine e chiuso.
Nello stesso anno, inizia una campagna di restauri promossa dal Patricolo e proseguita dal Valenti che metteranno in evidenza il nucleo originario di casa Martorana.
Un decennio dopo, nel 1877, il complesso dell’ex monastero diviene sede della scuola degli ingegnieri. Ospitava inoltre la scuola di Belle Arti e il gabinetto di Chimica annesso alla scuola superiore delle zolfare. Infine nel dopoguerra divenne sede della facoltà di architettura.
Parti dell’antico monastero esistevano ancora fino a quando i devastanti bombardamenti della seconda guerra mondiale squarciarono senza pietà le zone più antiche e ricche di monumenti della città.

La Casa

Oggi dell’edificio restano solo i resti di una sala nobile, dell’atrio porticato scoperto e alcune monofore ogivali. Per fortuna la documentazione fotografica superstite ne consente una ricostruzione piuttosto esatta.
Costituito da muri di grosso spessore e da ambienti regolari, l’edificio normanno possedeva una massiccia torre che, simbolo di prestigio, Adelicia, come principessa di casa reale poteva consentirsi.
La casa si articolava attorno ad un cortile porticato scoperto verso cui confluivano vari ambienti. Un’elegante portichetto dalle ariose arcate poggiate su alti piedritti, di cui restano solo alcuni magnifici capitelli compositi, davano prestigio alla residenza della contessa di Golisano. Della “sala nobile”resta una nicchia tra due colonnine con capitelli fatimidi, sicuramente provenienti da una moschea, e una bellissima porta lignea finemente intagliata a rabeschi, oggi conservata al museo di palazzo Abatellis.
Una bella fontana settecentesca si trova in un cortile interno circondata da un piccolo giardino. La fontana, di gusto barocco con la vasca a forme mistilinee, è ornata da dodici antiche colonnine di porfido con capitelli a foglie d’acqua.

Dell’antico monastero della Martorana rimangono anche altri resti scultorei e pittorici. Degni di nota sono il piccolo bassorilievo raffigurante S. Biagio inserito nel muro del corridoio dove si trova un arco con lo stemma dell’arcivescovo Simone di Bologna e un’affresco cinquecentesco che raffigura la Madonna Odigitria con Bambino. Questo affresco originariamente si trovava sul muro di case adiacenti al monastero, dette “carceri vecchie”.
Il 31 agosto del 1671 fu trasferito nel monastero e per volontà della badessa dell’epoca, incorporato in un muro vicino alla porta del vestibolo d’accesso alla clausura.
Un magnifico soffitto ligneo cassettonato, che probabilmente si trovava nella chiesa di San Simone, copre un’ambiente con due poderose arcate del XV secolo.

Voglio concludere lo sguardo su questa semisconosciuta testimonianza di uno dei periodi più fecondi per l’architettura di Palermo, ricordando ai palermitani che esiste una Palermo poco conosciuta, ma non per questo, artisticamente meno importante, che per essere apprezzata come merita ha bisogno di più interesse da parte dei suoi cittadini.
Non basta salvaguardare soltanto i monumenti più importanti della città. Per far sì che le generazioni future possano ancora godere di questo meraviglioso patrimonio culturale e artistico  che la storia ci ha regalato, dobbiamo evitare di commettere gli errori del passato.
Per tanto tempo abbiamo lasciato con indifferenza calpestare, smembrare, distruggere gran parte delle nostre ricchezze artistiche, abbiamo permesso che si cambiasse irrimediabilmente il volto della città senza intervenire.
Oggi è importante capire quanto è fondamentale, anche per la nostra economia, proteggere e tutelare questo grande “museo a cielo aperto” che è la nostra splendida città.

                                                                                                                                                                                                 Nicola Stanzione

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