Sapevate che uno dei racconti più divertenti di Edgar Allan Poe potrebbe essere nato in un manicomio di Palermo? E che a dirigerlo c’era un anziano barone che si presentava ai visitatori come il «primo pazzo»?
È la storia di Pietro Pisani e della Real Casa dei Matti, e comincia poco più di duecento anni fa.
Scopriamola insieme.
Un barone al manicomio
Il 10 agosto 1824 il luogotenente generale, marchese Pietro Ugo, nominò Pietro Pisani deputato dell’Ospizio dei matti di Palermo. A molti la scelta sarà sembrata strana: il barone aveva sessantatré anni, si intendeva di archeologia e di musica, ma di medicina non sapeva nulla. La motivazione ufficiale parlava della sua “disposizione di cuore”.
Quello che trovò al suo arrivo lo raccontò lui stesso tre anni dopo, nelle Instruzioni per la novella Real Casa dei Matti in Palermo. Scrisse che, se non l’avesse visto di persona, non ci avrebbe creduto: “sembrò di entrare in un serraglio di fiere. Poche celle buie e sporche, uomini e donne ammassati insieme, alcuni sulla paglia e altri sulla nuda terra. Molti erano completamente nudi, tutti incatenati, pieni di insetti e con i segni delle percosse sul corpo. In mezzo a loro c’erano anche malati di tisi e di lebbra”.
La prima cosa che fece Pisani fu ordinare di togliere le catene ai malati e di buttarle fuori dall’ospedale.
Un manicomio con il teatro e l’orto
Al posto delle catene il barone portò il lavoro e la gentilezza. Si ispirava al cosiddetto “trattamento morale”, il metodo teorizzato in Francia da Pinel, che a Palermo venne applicato però in modo tutto particolare.
I malati venivano divisi a seconda del loro stato (nei registri dell’epoca si parla di “maniaci”, “malinconici”, “imbecilli” ed “ebeti”) e per ogni gruppo si seguiva un metodo diverso. Nessuno veniva più isolato o bastonato. Chi era preso da una crisi di furore veniva sistemato su un’amaca, e spesso bastava questo a calmarlo. Per i malinconici invece si dipingevano le pareti con fiori dai colori vivaci, si aprivano grandi finestre per far entrare la luce e si organizzavano passeggiate, musica e letture di poesie. Gli stessi pazienti costruirono con le proprie mani un piccolo teatro alla greca, dove si tenevano spettacoli e balli.
C’erano poi i giardini e gli orti, coltivati dai malati, e quello che si raccoglieva finiva sulla tavola dell’istituto. I pazienti si occupavano anche della cucina, delle pulizie e persino della spesa. Quando era possibile si facevano lunghe passeggiate in campagna e si andava alle feste di paese.
I risultati si videro presto. Già nel 1825 il “Giornale dell’Intendenza” di Palermo scriveva che lo spedale dei matti si stava avviando a raggiungere il livello dei migliori stabilimenti d’Europa.
«Je suis le premier fou»
Il 28 giugno 1832 ai Porrazzi, appena fuori Palermo, arrivò un visitatore d’eccezione: il giornalista americano Nathaniel Parker Willis. Sulla porta lo aspettava un signore anziano vestito di scuro, che gli andò incontro a braccia aperte e gli disse sorridendo: «Je suis le premier fou», cioè «Io sono il primo pazzo». Era il barone Pisani in persona.
Willis rimase molto colpito e scrisse ai lettori del New-York Mirror che i due manicomi meglio gestiti al mondo si trovavano nel Regno di Napoli. Uno era ad Aversa, l’altro a Palermo, diretto da un bizzarro barone siciliano che ci aveva messo tempo e denaro di tasca propria.
Il suo racconto è pieno di dettagli preziosi. In cucina lavoravano otto o dieci persone, tutte pazienti: uno cuoceva una bistecca con grande concentrazione, un altro, che prima di avere un’occupazione era furioso, tritava la carne con energia. In un cortile c’erano grotte, rocce artificiali, alberi, casette e fontane, tutto costruito e dipinto dai malati. Sotto il portico un ragazzo di diciotto anni, pallido in viso, leggeva l’Ariosto. Nel reparto femminile una ragazza di sedici anni che lavorava lì teneva abbracciata una donna in piena crisi, le dava ragione su tutto e la chiamava con nomignoli affettuosi per calmarla.
Il barone gli spiegò che il suo metodo si reggeva su due cose: tenere occupati i malati e trattarli sempre con gentilezza. Aveva circa centocinquanta pazienti e in media ne dimetteva guariti due su tre.
Alla fine Willis e i suoi compagni furono accompagnati alla porta con un inchino, e se ne andarono con la sensazione di aver fatto visita a degli amici.
Da Palermo a Edgar Allan Poe
Qualche anno dopo Willis riprese quella lettera e la trasformò in un vero e proprio racconto, The Madhouse of Palermo, pubblicato nel 1836 nel volume Inklings of Adventure. Nell’agosto dello stesso anno Edgar Allan Poe recensì il libro sul «Southern Literary Messenger» e citò proprio quel racconto.
Nel novembre 1845 Poe pubblicò su «Graham’s Magazine» “Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma”. Un giovane viaggiatore visita una casa di cura nel Sud della Francia, famosa per il suo “sistema dolce”. Il direttore lo accoglie con grande cortesia e lo invita a una cena con ospiti sempre più strani, finché il protagonista scopre, quando ormai è tardi, che i pazzi hanno preso il posto dei guardiani e li hanno rinchiusi nelle celle. È una satira feroce e molto divertente, oggi considerata tra le cose più comiche mai scritte da Poe.
Sebbene il racconto di Poe sia ambientato in Francia, sembra evidente il legame con Palermo. In entrambi i casi si parla di un istituto privato, ricavato in un edificio adattato allo scopo, in una terra dal clima meridionale, e chiamato Maison de Santé, che in francese corrisponde proprio alla nostra “Casa dei Matti”. Sicuramente Poe prese spunto da più fonti, ma l’influenza di Palermo si legge chiaramente tra le righe.
La Real Casa dei Matti attirò anche un altro grande scrittore. Alexandre Dumas padre visitò Palermo nel 1835 e aprì proprio con il manicomio del barone il suo Le Capitaine Aréna. A lui si attribuisce una frase che descrive bene Pisani: in molti diranno che era folle quanto i suoi ospiti, ma la sua era una follia sublime.
Il barone archeologo e melomane
Prima di occuparsi dei malati di mente, Pisani si era già fatto notare in altri campi. Nel 1823 gli architetti inglesi Samuel Angell e William Harris scavarono a Selinunte senza permesso e cercarono di spedire le metope al British Museum. Fu Pisani a seguire la vicenda per conto dell’amministrazione borbonica e poi a occuparsi della ricomposizione dei frammenti al museo di Palermo. Oggi quelle metope sono tra i tesori del Museo Salinas, e agli inglesi rimasero solo le copie in gesso.
Era anche un grande appassionato di musica, e piuttosto testardo. Quando il pubblico del Real Teatro Carolino stroncò un’opera di Mozart, lui non si arrese e anni dopo fece allestire Il flauto magico pagando tutto di tasca sua. Un vecchio aneddoto aggiunge che alla rappresentazione fosse presente un solo spettatore, lui stesso.
Anche la frase detta a Willis gli era familiare: Pisani firmava spesso le sue lettere come “Primo pazzo di Sicilia”.
E dopo?
Il barone Pisani morì nel 1837, l’anno della grande epidemia di colera. La struttura che aveva creato divenne poi l’ospedale psichiatrico che porta il suo nome e che continuò a curare pazienti per quasi due secoli.
Leggi anche: La Real Casa dei Matti
Fonti:
P. Pisani, Instruzioni per la novella Real Casa dei Matti in Palermo, Palermo 1827
N. Cusumano, Pietro Pisani e la Real Casa dei Matti (1824-1837), in «Mediterranea. Ricerche storiche», n. 52, 2021
L. Craxì, La Real Casa dei Matti di Palermo e il mito letterario del barone Pisani, in «Medicina nei Secoli», 32/3, 2020
T. O. Mabbott (a cura di), The Collected Works of Edgar Allan Poe, vol. III, 1978 (Edgar Allan Poe Society of Baltimore)
R. P. Benton, The System of Dr. Tarr and Prof. Fether, in «Poe Newsletter», 1968
G. Agnetti, A. Barbato, Il barone Pisani e la Real Casa dei Matti, Sellerio 1987