La rivolta del pane del 1647

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La rivolta di Palermo del 1647 è stata un evento storico particolarmente degno di nota, che ci fa capire quanto potere il popolo unito, potesse avere sui propri governanti.
Causata da una serie di congiunture, dettate in parte dalla sfortuna, in parte da una lunga serie di decisioni sbagliate, l’insurrezione riuscì a rovesciare il governo dell’epoca, portando i rivoltosi al potere.
Poi, come al solito, il potere e gli interessi economici alla fine ebbero la meglio.

Scopriamo questa interessante vicenda.

Una situazione complicata

Gli anni ‘40 del ‘600 furono un periodo estremamente tumultuoso per l’Europa e per la Sicilia. La guerra dei trent’anni stava dilaniando il continente e il Regno di Spagna, che ne era protagonista, stava scialacquando ingenti risorse a spese dei suoi contribuenti, inclusi i siciliani.

Nella situazione specifica in Sicilia, aggiungiamo l’evidente malgoverno esercitato dal viceré Pedro Fajardo de Zúñiga y Requeséns, marchese di Los Veles, rampollo di nobilissime origini che, per sua stessa ammissione, si era comprato la nomina a viceré sperando di trarne profitto.
Purtroppo per lui però, il tempismo e la fortuna non furono sue alleate. Oltre alla terribile situazione economica, per via della quale persino i nobili erano costretti ad accumulare debiti su debiti senza poter contribuire all’erario, sulla testa del malcapitato viceré si abbatté una tremenda carestia.

La primavera del 1644 fu calda e secca, tanto che già a marzo e aprile sembrava che fosse arrivata l’estate. Non piovve per mesi e la siccità compromise il raccolto del grano in tutta la Sicilia. Non era la prima volta che accadeva, dunque il governo era preparato e applicò le consuete contromisure. Si ricorse alle scorte di grano degli anni precedenti e venne ridotta la qualità del pane, tagliando la farina di grano con altre meno nobili ricavate da carrube e legumi.

Nel 1646 la situazione fu anche peggiore, il raccolto fu scarsissimo e i depositi di grano erano quasi vuoti. Vennero dunque prese misure drastiche. Le città portuali iniziarono a bloccare le navi in transito che trasportavano cibo, per sequestrarne il carico. Venne ridotta ulteriormente la qualità del pane, che fu per giunta razionato. Inoltre la carenza di grano causò un vertiginoso incremento del prezzo dei farinacei in tutta l’isola che fece infuriare la già esasperata popolazione.

Per evitare disordini il Senato Palermitano decise di calmierare i prezzi, mantenendoli al livello degli anni precedenti.
Questa mossa, seppur utile a placare gli animi nell’immediato, fu in realtà causa di enormi problemi. Il prezzo più basso del pane a Palermo, causò una migrazione di massa di disperati dalle campagne e dai paesi circostanti. In questo modo la città si ritrovò presto in preda ad un grave sovraffollamento dunque ad un’ulteriore carenza di risorse.

Il popolo, che fino a pochi mesi prima si riuniva per strada in lunghe processioni di preghiera e penitenza, adesso iniziava a ribollire causando disordini via via maggiori, fino allo scoppio di una vera e propria rivolta.

La prima rivolta di Palermo

Rivolta di Palermo 1647
La rivolta di Palermo del 1647 – Generato con IA

L’insurrezione apparve seria sin dalle sue prime battute. I nobili più fedeli alla Corona di Spagna, temendo per la propria incolumità, si trasferirono nelle campagne. Quelli che rimasero a Palermo si affrettarono ad elargire doni e argento alla folla in tumulto, per evitare il saccheggio delle loro dimore, persino l’arcivescovo distribuì armi ai preti che lo circondavano.
Il popolo intanto assaltava gli uffici pubblici e i magazzini, arrivando persino ad occupare il carcere e liberando i detenuti.

Fu proprio uno dei prigionieri, un brigante di nome Nino La Pelosa, a prendere il comando degli insorti, sfruttando anche la sua influenza sulle bande di malavitosi che si erano unite al popolo per godere di eventuali bottini.
La rivolta divenne così più forte e violenta, ormai inarrestabile dalle sole autorità locali che, in attesa del supporto militare del re di Spagna, decisero di rivolgersi ad alcuni gruppi di cittadini per provare a fermare la rivoluzione dall’interno.

Se è vero che tutto il popolo era scontento della situazione, una parte di esso, costituita dalle corporazioni degli artigiani e da altre classi di lavoratori specializzati, non era affatto felice dei disordini e dei saccheggi.
Queste corporazioni, vivevano soprattutto grazie ai lavori commissionati dei nobili e dal governo, inoltre godevano di concessioni e privilegi conquistati nei secoli, che adesso rischiavano di sparire inghiottiti dalla rivolta.

Insomma, gli artigiani non erano affatto contenti dei disordini e il viceré, promettendo vantaggi e favori, li riportò dalla sua parte. Fu proprio grazie ai capi delle corporazioni, che le autorità riuscirono a catturare Nino La Pelosa, condannandolo ad una morte orribile ed esemplare.
Legato ad un palo a Piazza Bologni, fu torturato per ore dal boia, che con delle tenaglie arroventate gli strappava pezzi di carne, prima di ucciderlo infine per impiccagione.

Giuseppe D’Alesi e la seconda rivolta

Di Giuseppe D’Alesi abbiamo già parlato in un precedente articolo. Riassumendo, si trattava di un battiloro (un orafo) che fu arrestato come rivoltoso. Sfuggito alla cattura si rifugiò a Napoli per poi tornare a Palermo e capeggiare i nuovi moti, anche grazie all’appoggio di alcune potenti corporazioni, come ad esempio quella numerosissima dei pescatori.

La seconda rivolta fu rapida ed efficace, con la folla che si diresse compatta verso il Palazzo Reale armata di sassi e bastoni, costringendo il viceré a ritirare le proprie truppe e a fuggire precipitosamente via mare, prima rimanendo a largo, poi rifugiandosi a Messina.

A differenza di La Pelosa però, D’Alesi non era un criminale. Era una persona ragionevole, che innanzitutto vietò le violenze e i saccheggi incontrollati.
Con lui era possibile trovare un accordo, così gli aristocratici e il Senato provarono a sedurlo con cariche e titoli. Lui rifiutò tutto, ma l’apertura al dialogo bastò ai nobili a far circolare false notizie sul suo conto, accusandolo di volere tutto il potere per sé. Così lo stesso popolo che prima lo aveva eletto Sindaco a vita di Palermo, pochi giorni dopo lo catturò e lo uccise.

Privata del suo capo, delle risorse e dell’unità, la rivoluzione gradualmente si sgonfiò, permettendo ai nobili e ai potenti di riprendere le proprie posizioni, cavandosela con qualche piccola concessione e con molte sterili promesse.

Dopo la rivoluzione

Arginato l’impeto degli insorti, venne ripristinato l’antico status quo. Le truppe spagnole arrivarono in città per contribuire a mantenere l’ordine e l’arcivescovo di Monreale assolse il popolo e praticò un esorcismo di massa dai demoni che avevano ispirato i moti rivoluzionari.

Il nuovo viceré, l’autoritario Cardinale Trivulzio, varò un pacchetto di leggi estreme in risposta agli eventi appena terminati:

– Per evitare la dispersione del poco cibo presente, si dispose l’espulsione immediata di chiunque non avesse un lavoro in città o vivesse a Palermo da meno di 10 anni. I trasgressori sarebbero stati fucilati sul luogo, senza processo!

– Si dispose l’obbligo di dichiarare i depositi di grano. Chiunque avesse scoperto e denunciato la presenza di una scorta non dichiarata (dunque illegale), sarebbe stato premiato con la metà del grano ritrovato.

– Proibì l’utilizzo di tutte le pistole e le armi a canna corta, quelle preferite dai banditi poiché, a differenza dei fucili, potevano essere facilmente nascoste sotto le vesti.

– Fece abbattere un complesso di case nei pressi del Palazzo Reale per permettere l’installazione e la mobilitazione dei cannoni, da operare in caso di nuovi disordini.

– Autorizzò i braccianti, in nome della Chiesa, a lavorare nei campi anche di domenica fino alla ricostituzione delle scorte alimentari.

– Infine obbligò i nobili a ritornare in città dalle campagne in cui si erano rifugiati, costringendoli ad onorare i loro debiti nei confronti di artigiani e fornitori e permettendo la ripartenza dell’economia e di molti posti di lavoro a Palermo. Ai nobili fu però concesso di assoldare delle scorte armate per difendere i propri palazzi in caso di nuove rivolte.

Insomma, nel giro di qualche mese, la situazione tornò praticamente uguale a quella di sempre, vanificando di fatto le richieste ed il sacrificio di un’intera popolazione.

Fonti: C. Santillo – La rivolta di Palermo – su Academia.edu
D. Palermo – Le rivolte siciliane del 1647 – su Storiamediterranea.it
Wikipedia.org – Pedro Fajardo de Zúñiga y Requeséns

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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